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Per capire Mario Biondi bisogna risalire a due caratteristiche fondamentali che si legano indissolubilmente al suo modo di fare poesia: una natura inquieta di viaggiatore e una cultura molto più americana che italiana, nutrita dalla sua stessa mobilità. Reimmergendosi nella «provincia» italiana provocava in se stesso reazioni chimiche, direi, piccole e grandi esplosioni, rifiuti e profonde malinconie, scontrando la propria spinta vitale contro le pareti gommose di una società quasi immobile. Immaginarsi le strutture «formali» come saltavano per aria! Sì, la sua rabbia quando si metteva a scrivere era autentica e certo trovava chi gli dava una mano proprio negli anni Sessanta (i suoi inizi vanno fatti risalire al 1962) nella appena emersa beat-generation. Così è nato un filone poetico che in campo italiano la critica potrebbe anche definire «singolare»...
Antonio Porta, Almanacco dello speccio n. 5, 1976


Il verde dell'ippocastano (Esordi. 1955 - 1956 - file .pdf))
Poesie (Prima scelta. 1962 - 1987 - file .pdf)
Scartamento ridotto (Scartate e poi riviste. 1962 - 1980 - file pdf)

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