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<i>OMAGGIO!</i>
Lo scrittore Mario Biondi
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OMAGGIO!

I RACCONTI DELLO SCRITTORE
MARIO BIONDI

©
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

TAHALASSA, THALASSA!"
SULLE COSTE DEL MAR NERO

(New Journalism.
Fine Anni Novanta)




«Come la corrente ghiaccia del Ponto... dritti nel loro impeto vanno i miei pensieri di sangue....», rimugina Otello, e qualcosa del genere può venir da pensare guardando dall’imbocco del Bosforo verso il Mar Nero su una delle due sponde. Da quella europea, denominata Rumeli Kavak — il Pioppo della Rumelia, la Terra di Rum, Roma, mentre l’opposta è il Pioppo dell’Anatolia —, capita spesso di veder arrivare una nave, irrimediabilmente goffa, per quanto moderna e maestosa, nel suo arrancare dal mare aperto verso quell’angusto e sospirato pertugio attraverso cui sfilerà davanti a Costantinopoli per andare al Mar di Marmara e poi ai Dardanelli, con meta ultima il Mar Bianco ovvero Mediterraneo. Mar Nero e Mar Bianco, così li distinguono i turchi, popolo di ruvida concretezza.

Pare che possa investire l’osservatore, quella nave che arranca in virata, e si rimane lì con il fiato sospeso finché non la si vede sfilare via rasente al terrazzo del ristorante su cui si sta magari gustando un filetto di kalkan: sia rombo o sia sanpietro, li chiamano allo stesso modo e li cucinano in maniera sublime, al forno ma soprattutto sulla legna. In quella “corrente ghiaccia” vengono benissimo.

Vedendo il suo nocchiero impegnato in quella perigliosa virata sotto costa si accigliò un po’ persino l’imperturbabile maresciallo tedesco von Moltke, reduce dall’est della Turchia, dove aveva cercato di riorganizzare l’esercito ottomano.

Ma una preoccupazione ben più profonda era di sicuro quella che attanagliava il nocchiero avviato nei secoli antichi a uscire da quel pertugio verso il Ponto, in genere diretto a fare mercato sulla sponda trasversalmente opposta, alla Tana, in fondo a quello che adesso è chiamato Mar d’Azov. Vi andavano a frotte i mercanti genovesi e veneziani per comperare tutto ciò che in quel favoloso terminale portava la Via della Seta. Vi andarono i fratelli Polo, ancora senza il giovanissimo Marco, vi andò Ibn Battuta, grande viaggiatore marocchino, il Marco Polo della cultura araba oltre che un tremendo bacchettone islamico.

Era una meta favolosa, ma guai a “perdere la Trebisonda”. Ovvero, guai se il nocchiero mancava il porto di quella città, oggi Trabzon, capitale morale e materiale della regione pontica: la nave si trovava senza punti di riferimento in balia di un mare burrascoso, con venti ostili, a rischio di andare a perdersi sulla sponda inesplorata della Colchide. L’unico a non preoccuparsi fu Giasone, che proprio là era diretto alla ricerca del Vello d’Oro. Da quelle parti fiumiciattoli e torrenti erano ricchi di pagliuzze d’oro, e i locali vi immergevano pelli di pecora che le trattenevano, diventando per l’appunto “Velli d’Oro”.

Più o meno in quelle zone (ma dall’Oriente) arrivò anche Senofonte alla guida dei suoi Diecimila reduci dalla Persia. Stremati, affamati, vessati dalle continue richieste di pedaggi, se non da vere e proprie rapine delle poco accomodanti popolazioni locali armene e carduche (curde). Arrivati in cima alle montagne avvistarono il Ponto ed esultarono: se c’era il mare, da lì si poteva tornare a casa, nell’Ellade. «Thalassa, thalassa», si misero a gridare. A dire il vero quello lassù è il regno assoluto della nebbia, quindi, come abbiano potuto avvistare il mare lo sanno soltanto gli dei protettori della vista, ma la vicenda raccontata nell’Anabasi è affascinante.

Le strade forse percorse da Senofonte e dai suoi sono perlomeno due e passano entrambe per la severa, altissima Erzurum (1700 metri), grande zona di poudreuse per fuoripista avventurosi. Io le ho percorse entrambe più volte. In genere però le si usa per allontanarsi dal freddo del Mar Nero e salire verso le montagne a picco. Una volta visitata la magnifica Santa Sofia locale, si saliva da Trabzon per la vecchia strada e si faceva una deviazione obbligata a sinistra per andare a vedere il devastato monastero ortodosso di Sumela, poi si tirava avanti verso terre poverissime e di commovente ospitalità fino a Erzincan e poi Erzurum, con la sua bella spianata di moschee turcomanne. Ah, Erzurum: la Arzrum del Viaggio di Puškin.

Adesso pare ci sia una strada nuova, molto più agevole, ma io non l’ho mai percorsa. Scegliere altri itinerari per allontanarsi dal Mar Nero poteva essere avventato, a parte la strada maestra che va verso Ankara sfiorando i resti hatti-ittiti di Hattusas. Altrimenti si rischiavano tratturi spaventevoli, a sollievo dei quali la cortese ospitalità dei locali poteva ben poco. Sono i severi e laboriosi laz, uno dei popoli originari dell’Anatolia, che hanno conservato il loro antichissimo accento greculo e quindi, per esempio, la dura “k” turca la pronunciano quasi “ci”, come la “chi” greca (χ). Per questo (e per il fatto che più che ridere lavorano) vengono sbeffeggiati dagli altri turchi, mentre sono gente di straordinarie qualità, come testimonia il benessere della loro costa.

La seconda strada, da Erzurum via Artvın e Hopa, lungo quello che un tempo era il confine con l’Unione Sovietica e adesso divide la Turchia dalla turbolenta Georgia, era la mia preferita anche come possibile itinerario di Senofonte. Prima mi inerpicavo a visitare mirabili resti multisecolari di chiese georgiane (da non confondere con quelle armene di Ani, Van e dintorni), ormai a brandelli ma segnalate in cima ai loro picchi dalle sfolgoranti cupole coniche in ceramica verde smeraldo. Le raggiungevo in auto, ma per almeno un paio di esse occorreva essere animato da un certo spirito fuoristradista e soprattutto non soffrire di vertigini. Erano, saranno tuttora molto belle.

Artvın, anch’essa appollaiata in cima al suo picco, pareva in quegli anni essere diventata un grande centro di raccolta per donnine allegre di provenienza ex sovietica. Ma ce n’erano dappertutto, le località alla moda sulla costa del Mar Bianco ne pullulavano, un po’ invadenti e noiose, ma non mi pareva che nella loro allegria mordessero, quindi preferivo di gran lunga passare la notte lì in alto che tra i tremendi boati di Hopa, giù sul Mar Nero.

Un tempo era un’amena località di villeggiatura, ma poi vi avevano scoperto il rame ed era diventata un inferno di camion che correvano avanti e indietro all’impazzata dalla miniera al porto, non si dormiva tutta notte, e la spiaggia era divorata dallo stradone, sempre che a qualcuno, con quel freddo, potesse venire in mente di fare un bagno.

È quel freddo, tuttavia, con la fittissima nebbia che le brevi ma feroci esplosioni di sole fanno salire verso le erte colline, a trasformare tutta la zona in un’immensa piantagione di tè. Com’era bello percorrere lentamente quelle tortuose strade di montagna, vedendo e non vedendo, in un’atmosfera da Amarcord, tra ectoplasmi baluginanti che erano raccoglitrici e spigolatrici di fronde di tè.

Se ci si fermava si era subissati da una gentilissima sequela di spiegazioni, accompagnati tra le robuste piante — una specie di via di mezzo tra la camelia e il rododendro —, gratificati del dono di qualche ramoscello da portar via come povero ma faticato ricordo. Che nostalgia…



© Mario Biondi
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