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Biondi al lavoro
Lo scrittore Mario Biondi
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Lo scrittore Mario Biondi

Caparbio e solitario…

Cecilia Bertoldi su “Amica” n. 41, 1985



«C'è solo un modo per capire chi sono i veri scrittori: basta guardare quelli che scrivono, così come i veri rivoluzionari sono quelli che fanno la rivoluzione». Mario Biondi, 46 anni, vincitore dell'ultima edizione del premio Campiello con il suo quarto libro "Gli occhi di una donna" (Longanesi), si infastidisce subito. Esasperato com'è dalle false discussioni sulle sorti della letteratura, sui ruoli dello scrittore e sulle varie morti e rinascite del romanzo, che hanno coinvolto anche lui alla fine degli anni '60, non lascia più molto spazio ai dubbi, ama le frasi perentorie e soprattutto detesta quelle degli altri. Un uomo pratico, coi piedi per terra, come insiste a precisare, che è arrivato al successo grazie al metodo e alla sua meticolosa organizzazione.

A noi, invece, il dubbio sugli scrittori era venuto proprio sentendolo raccontare la sua storia, tutta il contrario di quelle che uno si aspetta «dall'artista», colorato nella fantasia comune dal talento sregolato che illumina e angoscia gli uomini di ingegno.

«Niente angosce, non capisco perché. lo ho sempre saputo che avrei fatto lo scrittore, mi sono iscritto alla Bocconi e mi sono laureato in economia proprio per mettermi alla prova. Volevo essere sicuro delle mie aspirazioni anche dopo una facoltà apparentemente così estranea alla narrativa. Ero stufo del falso umanesimo dei licei italiani. Ero stufo di sapere che Michelangelo era un genio e quanto sono belle le poesie del nostri poeti. Mi mancava il lato economico dell'uomo, il lato che tiene conto dello stomaco, non solo del cervello. E infatti la Bocconi mi è servita moltissimo, mi ha insegnato la disciplina, l'approccio a una tecnica di scrittura ben strutturata.

Basta guardare al percorso professionale di Mario Biondi per capire quanto l'impegno e la perseveranza abbiano sempre contraddistinto il suo lavoro, con poco spazio agli scoramenti. Il primo romanzo "Il lupo bambino" lo scrisse nel 1960, durante il servizio militare, ma deve aspettare quindici anni per avere la soddisfazione di vederlo pubblicato, nel '75. Stessa storia («forse ancora più sofferta») per il secondo, "La sera del giorno" scritto nel '66 e pubblicato nell'81 dalla Bompiani dopo che l'Einaudi l'aveva respinto due volte, due volte la Mondadori e una volta la Longanesi e gli Editori Riuniti. Nel frattempo, come una formichina, Biondi si mantiene con il suo lavoro di impiegato alla Nestlé («Laureato in economia e commercio era logico che trovassi un posto del genere») e poi con quello di lettore e traduttore per le case editrici Einaudi, Sansoni e Longanesi, per la quale lavora tutt'oggi.

«Ore e ore di lettura, ore e ore di scrittura e una tabella di marcia che ho trascurato solo in occasioni eccezionali. Anche oggi se non faccio le mie dieci o dodici cartelle al giorno di traduzioni o le sette quando decido di cominciare un romanzo, non mi sento a posto. Le sembrerà un atteggiamento maniacale, ma da quando seguo questa regola le cose mi sono andate più lisce, per gli ultimi due romanzi ho avuto meno problemi».

A questa regola benedettina bisogna anche aggiungere il lavoro giornalistico (Biondi è collaboratore dell'Europeo e di Amica, giornale per il quale ha intervistato alcuni lei più importanti scrittori anglosassoni, tra cui il Premio Nobel William Golding) che ha di proposito coltivato: «Per uno scrittore è indispensabile poter praticare varie forme di scrittura e quella giornalistica è un'ottima palestra».

È naturale chiedersi a questo punto ne spazio possano trovare in una gerarchia di impegni così rigida quelle esperienze che l'universo scontato del profano si immagina siano invece più vivaci proprio in uno scrittore. Dove stanno, cioè, le passionı, gli amori, le amicizie, tra le sette e le dodici cartelle?

«Ho sempre vissuto da solo», ci conforta Biondi, «e per fortuna con il passare degli anni le esigenze affettive sono andate riducendosi. Prima dei quarant'anni non ho mai accettato la convivenza, per un fatto di comodità. Mi piaceva troppo la mia dimensione privata per poterla dividere con qualcuno che poi avrei finito col maltrattare. Ho un carattere difficile, quello che gli altri chiamano aggressivo solo perché non sopporto le stupidaggini e lo dico. Poter vivere da solo oggi invece è solo una gioia. Ho i miei libri, i miei dischi... Il tempo delle relazioni tempestosissime, che certo in passato non mi sono mancate, è finito».

Allora, quando non ci sono i romanzi e le traduzioni, cosa resta? «Le cene con gli amici, le serate a Brera, anche se non esco troppo spesso. Una volta Milano mi piaceva moltissimo. Con quattro soldi e quattro risate ci si divertiva, ma oggi è così complicato. Troppa gente per la strada, tutta malvestita, orripilante. Per carità!»

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