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Lo scrittore Mario Biondi visto da Mannelli
Lo scrittore Mario Biondi
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Lo scrittore Mario Biondi

RACCONTA

Wanda Ferragamo
Salvatore Ferragamo: "Calzolaio dei sogni"

(1972)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Nel 1972 lavoravo alla Casa editrice Sansoni di Firenze in qualità di Capo Ufficio Stampa, e l’editore, il grande Federico Gentile, figlio del filosofo Giovanni, leggendo i miei comunicati e i bollettini che producevo a un ritmo vertiginoso, aveva concepito una forte stima di me in quanto scrittore. Per il resto avevamo i nostri screzi: era un uomo straordinario, un grandissimo signore con un carattere di ferro. Ma, insomma, mi stimava, come io stimavo lui. Così, quando il dottor Cassin (purtroppo non ricordo il nome), che in Casa editrice seguiva i progetti speciali, gli chiese qualcuno che potesse scrivere un capitolo di aggiornamento di Calzolaio dei sogni, ormai invecchiata biografia dello scomparso Salvatore Ferragamo, l’editore indicò me. Era un’attività esterna alla casa editrice, mi sarebbe stata pagata a parte: 15.000 Lire per una dozzina, non più di cartelle. Lo feci, e il libro, destinato a rinfrescare la nomea della ditta Ferragamo nel mondo e soprattutto negli Stati Uniti, uscì in inglese con il titolo Shoemaker of Dreams. Ma mai in italiano. Credevo dunque che questo mio lavoro paragiornalistico degli esordi fosse andato perduto, finché l’ho inopinatamente trovato in mezzo a certi miei scartafacci. Ripeto, non è mai uscito in italiano, e comunque i diritti di pubblicazione, dopo quasi cinquant’anni, sono sicuramente miei, quindi lo pubblico qui. Se può interessare…

P.S. La foto della gentilissima signora Ferragamo l’ho trovata in Internet ma non so di chi sia. Non ne faccio un uso commerciale, spero mi sia consentito.




UNA VICENDA CHE CONTINUA



“Il Palagio” è immerso nel suo verde, verde cupo, verde tenero, verde dolcissimo, a metà della collina che dalle periferie di Firenze si inerpica verso l’antica Fiesole. Davanti alle sue torrette (e forse sono davvero di Michelangelo), bianchissime nel sole di questa bella terra, sfilate di ulivi, viti ed abeti, giù giù, fino ai primi cascinali, fino a lambire la città. Più lontani, ma vicinissimi da vedere, quasi da toccare, Santa Croce, la torre del Palazzo Vecchio, il cupolone del Brunelleschi, il campanile di Giotto. Pare di essere in estrema campagna e hai la città a un palmo, si crede di essere in città e il silenzio, il canto degli uccelli, il profumo degli alberi ti parlano di altre cose, di altri silenzi, di altri canti, di altri profumi.
Dietro, il bosco, quasi una foresta di lecci, di querce, di abeti, che sorge freschissima dal mantello screziato dal giallo delle ginestre e delle felci e avvolge in una pace assoluta il segreto antico delle abitazioni.
Intorno, lo svolgersi delle stradine, quelle viuzze strette fra muri altissimi che pare vogliano veramente proteggere segreti antichissimi, ricchezze inestimabili, intoccabili da mano profana e invisibili per occhi volgari: penseresti da un momento all’altro di poter vedere Ottone Rosai che passa con il suo cavalletto, i colori e l’occhio assorto nella ricerca di quell’angolo che lui solo può essere capace di trovare; penseresti addirittura di poterti imbattere in Masaccio, or ora incaricato dei lavori alla Cappella Brancacci, o chissà, nel Beato Angelico o in Giotto, che scrutano con occhio nuovissimo e trasognato i colori antichi di queste pietre, di questi prati, di questo cielo, dal cui miracoloso impasto nascerà forse tra poco un’Annunciazione o un Compianto su Cristo.
Perché il tempo, al riparo di questa natura, pare immobile e per la prima volta veramente eterno, pare che tenda ogni suo sforzo a conservare quanto più possibile intatta quell’atmosfera magica che ha prodotto tante meraviglie dell’arte. Che importa, allora, se l’aridità delle date dice che ormai è impossibile incontrare per queste contrade il Rosai, o Masaccio, o il Beato Angelico, o Giotto? Di loro ci è rimasto ciò che hanno fatto e sono stati, dunque è come se fossero sempre con noi, nella bellezza di questa natura, dalla quale sola si capisce come mai ciò che esce da Firenze non può che essere bello.

Ed è per una di queste stradine, in un giorno luminoso e caldissimo delle nostre estati mediterranee (è l’Agosto 1960), che si snoda un lunghissimo, mesto e silenzioso corteo, che dai cancelli del “Palagio” raggiunge la non lontana parrocchia di San Domenico di Fiesole e da lì l’annesso piccolo cimitero.
Una notizia giunta dal Forte dei Marmi a Firenze, e da qui rimbalzata ai quattro punti cardinali, ha gettato nel lutto il grande mondo della moda e ha scosso il bel mondo internazionale: stroncato da un doloroso e implacabile male, Salvatore Ferragamo non è più.
Ma parlare di grande mondo, di bel mondo internazionale, significa forse fare torto alla personalità di Colui che non è più, geniale impasto di grandi intuizioni e profonda semplicità, di incredibili audacie e umanissima generosità: dietro al feretro, infatti, chi volesse fare una cronaca strettamente e impietosamente mondana potrebbe sì vedere la regina in esilio, l’attrice famosa, il sarto di grido, ma chi guardasse con occhio più umano e meno professionale vedrebbe il contadino del cascinale accanto, l’operaio che ha lavorato un tempo nella fabbrica Ferragamo, la donnina che vende i fiori nel piazzale di Fiesole.
C’è il vecchio servitore, che ha gli occhi pieni di pianto e ricorda come, ancora poco tempo prima, abbia dovuto correre e girare per tutto il parco e il bosco per cercarlo, lui, Salvatore Ferragamo che, già convalescente di un attacco dello stesso male, è improvvisamente scomparso e nessuno riesce più assolutamente a trovarlo.
E c’è la giovane impiegata, che a quei tempi era appena entrata a Palazzo Feroni-Spini e ricorda che, essendoselo visto improvvisamente davanti e non conoscendolo ancora, cercava di sbarrargli il passo verso un certo ufficio, alla volta del quale l’intruso si dirigeva con passo fermissimo, gridandogli con voce agitata e al tempo stesso un po’ seccata: «Ma dove va? lì non si può! quello è l’ufficio del signor Ferragamo!» E ricorda anche come lui non dicesse niente per rivelarsi e continuasse anzi ad avanzare, sorridendo e facendo cenno che non facesse rumore, che non facesse capire a chi era al di là della porta (la moglie e la figlia, preoccupatissime, che tempestavano di telefonate amici e conoscenti alla sua ricerca) che lui era lì, che tanta pena nel cercarlo era inutile, giacché avrebbero dovuto pensarci subito che lui, Salvatore Ferragamo, non era uomo da lasciarsi seppellire per troppo tempo in casa, lontano dal suo lavoro, da ciò che aveva creato, dalla sua vita.
Dietro al feretro, davanti a tutti, una bella donna dalla figura drittissima e dallo sguardo energico, che le lacrime valevano appena a velare, non certo a spegnere, e sei ragazzi, o addirittura bambini. Sono Wanda, la moglie, la donna che, dopo tanto peregrinare per il mondo, Salvatore aveva trovato proprio nel paesello dal quale era partito, la donna della quale, non appena l’aveva vista, aveva detto: «Quella deve diventare mia moglie»; sono i sei figli: Fiamma di diciotto anni, Giovanna di diciassette, Ferruccio di quindici, Fulvia di dieci, Leonardo di sei e Massimo, che è un bambinetto di due anni. Formano un piccolo corteo familiare che si stacca leggermente dall’imponente fiumana di persone che segue il feretro e tutti gli occhi sono fissi su di loro.
Ma non tutti questi occhi corrono al piccolo corteo unicamente per esternare cordoglio: in alcuni è implicito un interrogativo, e questi ultimi si soffermano con particolare attenzione sulla figura della signora e della figlia maggiore. “Che ne sarà”, si domandano evidentemente, “di tutto ciò che il nome Ferragamo significa nel mondo? come potranno questa donna, questa ragazzina e gli altri, che sono poco più che bambini, come potranno mandare avanti questo grossissimo complesso di attività e interessi?”
E la stessa silenziosa domanda pare traspaia dal viso di quei clienti (numerosissimi come sempre) che nel settembre immediatamente successivo arrivane a Palazzo Feroni-Spini per vedere la collezione primavera-estate 1961. Eppure tutto è pronto, nulla manca — in termini di quantità come di qualità —, nulla farebbe pensare che, pochissimo tempo prima, una bufera così grave si sia abbattuta sulla famiglia e sull’azienda.
“Certo”, pensano i meno benevoli o più prudenti, “qui si vede ancora la mano del vecchio Ferragamo, questa è ancora la collezione che in pratica ha impostato lui prima di mancare, ma poi?”
Tra l’altro, poco tempo prima di morire Salvatore Ferragamo era tornato dagli Stati Uniti, dove aveva concluso un importantissimo contratto di esclusiva, per la distribuzione dei suoi modelli sul mercato nord-americano, con Saks Fifth Avenue, la grande ditta americana che già una volta aveva significato tanto nella sua attività: avrebbe ora la sua azienda potuto onorare la firma che egli stesso aveva apposto in calce a quel contratto?
Fermissima, con gli occhi intelligentissimi carichi di un formidabile senso di determinazione e volontà, a tutti i lavori presenziava Fiamma Ferragamo, una ragazzina minuta che dimostrava, sì, un’incredibile forza d’animo unita a un buon senso che appariva stupefacente, ma che, Santo Cielo, in fine dei conti aveva solo diciotto anni!
E la signora Ferragamo, che già aveva assunto la responsabilità organizzativa generale e finanziaria della ditta, pur con tutto il suo coraggio, come avrebbe saputo conciliare la sua realtà e i suoi impegni di mamma di sei figli con la realtà e gli impegni derivanti da un’azienda che, se pure continuava a mantenere orgogliosamente il suo livello decisamente e volutamente artigianale, era tuttavia arrivata a un rango di importanza indiscutibilmente internazionale?
Ma è la stessa Fiamma Ferragamo, con i suoi pochissimi diciotto anni, che risponde a tutti questi interrogativi allorché, nell’ottobre dello stesso anno, ai giornalisti, ai clienti e agli amici riuniti in un grande albergo di Londra, annuncia: «L’attività dell’azienda di mio padre continuerà come prima, con mia madre e con me».
«Mentre lo dicevo», dice adesso Fiamma Ferragamo, che ormai si è trasformata in una perfetta dirigente di azienda, sicurissima di sé e delle sue capacità, abilissima nell’intrattenere clienti e ospiti, «sapevo di non dire una cosa falsa e neppure una cosa impossibile, poiché avevo visto e constatato personalmente la fiducia che mio padre aveva in me, e mi pareva ancora di sentire la sua voce e mi pareva che dicesse (come aveva detto un tempo): “Forza Fiamma, che se vuoi ce la fai”. E non avevo nemmeno paura, checché ne pensassero coloro che mi ascoltavano: sapevo che ci sarei riuscita, con l’aiuto della mamma e dei miei fratelli, anche se non avevo ancora un’idea precisa di tutto ciò che avrei dovuto fare. Pensavo solo che sarebbe stata un’esperienza limitata nel tempo, quel tanto che sarebbe bastato perché qualcun altro dei miei fratelli diventasse abbastanza grande da sostituirmi nell’azienda, in modo che io potessi tornare ai miei studi classici. Invece», conclude, «eccomi ancora qui. E chissà quanto ci resterò, perché ormai ci vivo, come ci viveva mio padre.»
Infatti per Fiamma era stato un giorno abbastanza brutto quello in cui suo padre l’aveva chiamata e le aveva detto: «Mia cara, so che a te piacciono molto i tuoi studi classici e sono certo che continuando ne ricaverai le tue belle soddisfazioni. Però ora rispondi a questa mia domanda: sai di preciso cosa vuoi fare nella tua vita?»
La giovanissima Fiamma non aveva saputo rispondere, perché forse il problema era ancora troppo grosso per una ragazzina come lei: aveva solo pensato con grande tristezza che se suo padre le rivolgeva una domanda del genere era perché già aveva programmi ben precisi per lei, programmi nei quali la scuola che attualmente frequentava aveva di sicuro un ruolo molto, ma molto secondario.
«E invece», dice adesso, «devo ammettere che aveva profondamente ragione. Gli studi classici mi piacevano e in realtà vi riuscivo abbastanza bene, però era vero che non avevo mai pensato seriamente a quello che avrei fatto nella mia vita, e forse non vi avrei pensato mai, se lui non mi avesse richiamato cosi bruscamente ma realisticamente ai miei doveri verso il mondo. Così al mio futuro ci aveva pensato lui, o, meglio, aveva fatto in modo che ci pensassi, e nel migliore dei modi.»
«Vieni a lavorare con me», le aveva detto. «Ho tanto bisogno di qualcuno che mi aiuti e sono certo che tu sei la persona che può farlo meglio di tutti.»
«Ma papà», gli aveva obiettato la ragazzina, «io di scarpe non capisco niente. A te quasi parlano, si direbbe, ma a me proprio non dicono niente.»
«Imparerai a capirle», aveva risposto il padre, «è solo questione di tempo. Vedrai che un giorno o l’altro finiranno con il parlare anche a te, come ora parlano a me. E se non saranno le scarpe, sarà qualcos’altro.»
Già da qualche tempo, infatti, il nome Ferragamo stava per ampliare la gamma di interessi a cui era legato nel mondo della moda, dove stavano per conquistare il loro giusto posto anche gli articoli da boutique, dei quali si sarebbe poi occupata con notevole successo la figlia Giovanna che, dopo aver seguito un corso da figurinista in un istituto specializzato di Firenze, sarebbe entrata nell’azienda paterna alla rispettabile (!) età di quindici anni.
Ma la mente di Salvatore Ferragamo era un vulcano: già vedeva la donna tutta in “F”, dall’acconciatura dei capelli fino ai piedi: abito, borsa, accessori, scarpe, profumo, tutto doveva essere Ferragamo, tutto doveva uscire dalla sua azienda, secondo un identico criterio di eleganza e femminilità.
E poi il mondo è tanto grande: il mercato europeo era già apertissimo, quello americano stava letteralmente per spalancarsi in virtù degli accordi già in corso di realizzazione con Saks Fifth Avenue; ma c’era l’Australia (e già Salvatore vi aveva fatto un lungo giro d’ispezione), e l’Asia e, perché no, l’Africa.
“Il mondo è tanto grande”, pareva fosse sottinteso in ciò che Salvatore Ferragamo andava dicendo a Fiamma, “e qui c’è tanto da fare! Come posso farlo tutto da me?” E Fiamma aveva ceduto: ci aveva pensato molto attentamente, ma alla fine aveva ceduto. Aveva messo in uno scaffale la Divina Commedia, i Lirici greci, la Storia dell’arte e la Filosofia, ed era entrata nell’azienda.
«Pare incredibile, a dirlo ora», dice Fiamma, «eppure io sono convinta che mio padre aveva presentito che stava per accadergli qualcosa, per cui era necessario e urgente che qualcuno della famiglia si mettesse al suo fianco per imparare ciò che bisognava sapere. Evidentemente la carica che emanava da lui era tale che mi trasmise questa sua intuizione e mi convinse a seguirlo nella sua attività, abbandonando quelli che erano i miei interessi di allora.»

Così, al fianco dell’anziano “Calzolaio dei sogni”, ogni giorno in Palazzo Feroni-Spini entra questa personcina che sprizza energia e vitalità. I dipendenti della ditta la guardano con indulgenza mista a una certa incredulità: “Staremo a vedere”, pare che dicano. Ma Fiamma non è lì per giocare, e tutti devono rendersene conto molto presto.
Passa pochissimo tempo e il padre parte per gli Stati Uniti, dove con malcelato interesse lo attendono i responsabili di Saks Fifth Avenue: Fiamma rimane sola dietro la grande scrivania in Palazzo Feroni-Spini, con davanti a sé il telefono, il blocco per appunti, la carta da lettere, gli assegni da firmare.
«Veramente», dice ora, e dicendolo scoppia a ridere come una bambina che l’abbia fatta bella, «veramente io non avevo l’età per firmare, quindi gli assegni sarebbero potuti tornare tutti indietro con su scritto un bel NO sbalordito, ma mio padre mi aveva detto che dovevo fare quello che ritenevo giusto di fare. Così, quando mi è capitato di firmare il primo assegno, non ci ho pensato due volte e ho firmato. Ho visto che nessuno protestava e così ho continuato: pare che sia andato tutto bene.»
Poco tempo dopo è Fiamma che deve partire: certi affari a Londra non possono attendere e solo lei ci può andare. Ci va e, per l’occasione, incontra anche un nutrito numero di giornalisti: «A che albergo è scesa, signorina?» le chiedono. «Veramente», risponde senza nessun imbarazzo, «non sono scesa in un albergo: sto in un convento di suore.» Ragazzina d’affari e va bene, aveva detto la madre, ma pur sempre ragazzina: quindi vai a dormire dalle suore.
E con il viaggio a Londra viene anche il primo affare: c’è un bellissimo negozio su un’importante strada che è in vendita, e a Fiamma sembra un’occasione da non lasciar perdere. “Che ne direbbe papà?”pensa. Ma poi ancora una volta si ricorda di quello che le aveva detto il padre: a lei sembra giusto comprarlo, così lo compra e avverte Firenze. La sera stessa, rientrando, trova un telegramma. Solo due parole: “BRAVISSIMA. PAPÀ”.
Così Fiamma diventa la indiscutibile e indiscussa Ferragamo numero due. Poco tempo dopo le si affianca Giovanna, che ormai si è fatta una solida esperienza nel campo della boutique, al punto che, non appena presenta la sua prima collezione, trova subito un compratore dell’americana Lord & Tayler che se ne innamora e ordina diversi modelli. Nella sua quasi incredibile capacità di prevedere e prevenire il futuro, Salvatore Ferragamo ha così assicurato la continuità della sua azienda, ed è dunque con piena cognizione degli impegni e dei problemi che l’aspettano che sua figlia Fiamma può tenere la sua conferenza stampa a Londra, solo due mesi dopo la morte del padre, e affermare con sicurezza: «L’attività continua». Accanto a lei c’è la madre, con la sorella e il cugino Jerry, che si occupa della fabbrica sotto il profilo tecnico.
Ma nei mesi durante i quali ha lavorato al fianco del padre, Fiamma ha imparato a conoscere a fondo i suoi sogni, i suoi progetti, le sue speranze, per cui sa bene cosa significasse, per lui, l’idea di una donna “tutta Ferragamo”, così come sa che se non è riuscito a realizzarla è soltanto perché da solo non ha fatto in tempo: è dunque suo dovere portarla a compimento.
«Ecco la ragione fondamentale che mi ha dato la forza di portare avanti un’attività e un impegno davanti a cui forse altri si sarebbero tirati indietro», dice. «Dovevo proseguire sulla via che mi era stata indicata da mio padre.»
Fiamma scopre che, mentre le scarpe, nonostante tutto e sebbene ormai ne abbia scoperti tutti i segreti, continuano a dirle assai poco, c’è invece un altro settore della moda che l’interessa in modo particolare: le borse. Le guarda con attenzione, le studia con cura, va per le strade e guarda quelle che le donne hanno sottobraccio nelle più diverse occasioni. Si domanda: «Come dovrebbe essere fatta una borsa per soddisfarmi in pieno? come conciliare la linea con la necessità di utilizzare al massimo lo spazio? come conciliare l’eleganza con la solidità e la praticità?»
Acquista decine di borse, le guarda da tutte le parti, le disfa, le fa rimontare secondo suoi suggerimenti, dopo averle fatte modificare: magari mette assieme una borsa che è un po’ blu, un po’ rossa e un po’ bianca. Piano piano comincia a capire, comincia a progettare la borsa “come la vede lei”, una borsa elegante ma solida, di classe ma che al tempo stesso contenga tutto ciò di cui una donna elegante non può fare a meno. Nasce così la borsa Ferragamo, terzo anello di quella catena che, secondo il padre, doveva portare alla donna “tutta Ferragamo”.
Il successo è rapidissimo, le borse di Fiamma Ferragamo entrano ben presto nell’Olimpo della moda, ed è senz’altro anche per questa sua seconda attività creativa che il 9 marzo 1967 — esattamente vent’anni dopo che a suo padre — a Fiamma Ferragamo viene consegnato il Premio Neiman-Marcus “per speciali meriti nel campo della moda”: è la prima volta che il premio viene assegnato per due volte alla stessa ditta.
Quel giorno, in quel salone dello Sheraton-Dallas Hotel, in quel Texas che è lontano migliaia di chilometri dall’Italia e da Firenze, era la storia che si ripeteva, esattamente per significare la continuità di una vicenda che è lontanissima dal terminare. Sotto gli occhi di Wanda Ferragamo, che nel suo coraggio non ne aveva mai dubitato nemmeno per un attimo, al punto che non aveva esitato ad assumere la responsabilità generale dell’azienda, pur con tutti i suoi impegni di madre affettuosa e attenta, i sogni del marito, che si erano così bruscamente interrotti, rinascevano e procedevano come se fossero dotati di forza propria.

E di Ferragamo ce ne sono ancora quattro...
Ferruccio tutti se lo ricordavano mentre girava per la fabbrica con un enorme martello in mano, in cerca di una tomaia su cui dimostrare la propria bravura. Allora aveva undici, forse dodici anni, e il risultato era stato un chiodo quasi infilato in un occhio...
Oppure se lo ricordavano quando, durante le vacanze da scuola, veniva a lavorare negli uffici: portava caramelle a tutti, aveva voglia di scherzare, di giocare. Aveva una radiolina a transistor piccolissima e la nascondeva dappertutto perché non gliela portassero via: per tutto il palazzo Feroni Spini risuonava la musichetta, e nessuno capiva da dove venisse. Lui, Ferruccio, guardava fuori dalla finestra e pareva dicesse: "Santo Cielo, questi negozi di dischi, che rumore fanno...”
Ora Ferruccio Ferragamo è un ragazzone di venticinque anni e sul suo viso italianissimo, perennemente abbronzato, si legge la consuetudine con ogni genere di sport. Ma vi si legge anche una grande serietà e fermezza, che l’eterno sorridere dello sguardo tenta inutilmente di nascondere. Si è diplomato in ragioneria e poi ha accoppiato la specializzazione negli studi commerciali con la pratica nell’azienda: ora la segue sotto il profilo amministrativo e commerciale, occupandosi in particolare della catena di negozi, dei rapporti con l’estero e della fabbrica, escluso naturalmente il lato tecnico, che viene seguito dal cugino Jerry, il quale ormai è nell’azienda da quasi venti anni e dunque ha lavorato per quasi dieci al fianco di Salvatore Ferragamo.
E poi c’è la più giovane, Fulvia, che ora ha ventun anni e studia Filosofia all’Università di Firenze, dimostrando particolare interesse per la Pedagogia. Per intanto, però, la Facoltà nella quale appare più versata (vedi caso) sembra sia quella della moda.
È con lei, infatti, che la “catena” Ferragamo si è arricchita di un nuovo anello: gli accessori. Cinture, foulard e bijoux — «No, caro Lei», obietta fieramente, «lasci stare il temine bijoux e dica pure gioielli, perché i miei sono gioielli, eccome!» — un settore che già veniva seguito dall’azienda, sotto la cura di Wanda Ferragamo e di Fiamma, ma che con l’ingresso di Fulvia nell’ “organizzazione” si sta sviluppando a ritmo velocissimo. E poi, si sa, l’aria di Firenze pare che nei secoli sia sempre stata tanto propizia per i creatori di “gioielli”...

Ma alla donna “tutta Ferragamo” manca ancora l’ultimo tocco per la perfezione, quel tocco che fa sentire la presenza di una donna di classe anche prima di vederla: il profumo.
E questo è il regno intoccabile di Wanda Ferragamo, che da mesi sta esaminando, annusando e provando personalmente decine di ampolle e fiale. Nel suo ufficio avvengono lunghissimi e segretissimi consulti con misteriosi personaggi che, per suo conto, stanno provando e riprovando, perfezionando e riperfezionando centinaia di fragrantissime misture.
«Ma ormai ci sono», dice la signora, e sorride con fare misterioso. «Fra un po’ vedrete: anzi, sentirete!» Non dice di più, ma bocche indiscrete della ditta parlano di un favoloso “F di Ferragamo” che in autunno farà la sua comparsa in un grande albergo di New York e da lì spanderà i suoi effluvi (c’è da pensarlo) in tutto il mondo.

Intanto gli anni sono passati, le ragazze sono diventate donne, il ragazzo un uomo, i bambini ragazzi: la vita ha i suoi diritti privati, che sono importanti come e più dei doveri pubblici. Fiamma si è sposata con Giuseppe, Marchese Paternò Castello di S.Giuliano, e ora ha un bel bambino; Giovanna con Giovanni Gentile, un giovane ingegnere, nipote del filosofo idealista, e di bambini ne ha tre; Ferruccio con Amanda Collingwood, una ragazza inglese che studiava a Firenze in un elegante collegio: ora hanno due gemellini.
E Fulvia si è sposata con Giuseppe Visconti, giovane avvocato fiorentino. Cosi, adesso, la domenica, a chi sale verso Fiesole e da San Domenico imbocca la stradina che scende verso Maiano, capita di imbattersi talvolta in due ragazzini scalmanati che corrono con la bicicletta o inseguono un pallone sfuggito dal cancello del “Palagio”: sono i due bambini più grandi di Giovanna, sette e cinque anni.
Dentro, nel giardino del “Palagio”, si sentono gli strilli dei due gemellini di Ferruccio, che una solida nurse inglese fa crescere all’aperto, qualsiasi tempo ci sia, convinta com’è che, comunque sia, il clima di Firenze non può mai fare male. Alle loro voci si unisce subito quella della bambina più piccola, e poi quella del bambino di Fiamma.
In alto, dal terrazzo che domina la vallata dell’Arno e Firenze, la signora Wanda Ferragamo attende gli amici che vengono a farle visita, o magari che rientrino i due ragazzi più giovani, Leonardo e Massimo, che hanno diciotto e quattordici anni e cominciano a sorridere con occhi vivacissimi alle libertà che la vita svela pian piano ai ragazzi.
«Chissà», conclude la signora, «forse un giorno o l’altro cominceranno a venire anche loro a palazzo Feroni, e chissà che cosa mi combineranno. Ma per adesso non voglio nemmeno pensarci: decideranno loro. Ci sono tante cosa da fare, a questo mondo…»
Già: come pensava Salvatore Ferragamo il giorno in cui da Bonito scese a Napoli, e il giorno in cui da Napoli partì per l’America, e poi, e poi, e poi...
È una vicenda che continua, come la vita.

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