Scrive di: Kushwant Singh

“Quel treno per il Pakistan” (1999)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Il sonno della ragione genera mostri. È un sonno greve, che si abbatte inesorabile su palpebre ottuse. In uno dei tanti insanguinati sonni della ragione che hanno afflitto e continuano ad affliggere il genere umano è ambientato il bel romanzo Quel treno per il Pakistan dell’indiano Kushwant Singh. Alla fine della Seconda guerra mondiale, il suo paese dovette assistere a uno dei più tremendi massacri che abbiano insanguinato la storia: la divisione politica tra India e Pakistan. Indù e sikh da una parte, musulmani dall’altra, a piedi, su miseri carretti, su interminabili treni fatti bersaglio del fuoco spietato delle opposte fazioni.
In un villaggio della neonata India vivono in perfetta pace da secoli le due comunità sikh e musulmana: di ciò che sta avvenendo nel loro paese hanno notizie vaghe, velate: sono fermamente convinti che, dopo una così lunga e pacifica convivenza, quegli orrori saranno loro risparmiati. Sanno poco o nulla di politica, ma la politica è in agguato anche per loro. Prima, nel villaggio avviene una rapina mortale, poi vi arriva un propagandista politico democratico, infine vi si ferma uno dei famosi treni, con uno spaventevole carico di morte. La politica comincia a muoversi.
Nelle indagini per il delitto si trovano coinvolti del tutto innocenti, e in maniera lampante, il ladrone locale e il propagandista
politico: uno ha le sue vecchie colpe nei confronti della società, l’altro viene da fuori. Vengono messi in prigione insieme, con una decisione che il magistrato locale vorrebbe astutamente salomonica ma che è soltanto idiota. Come sono rimasti coinvolti nel delitto, alla stessa stregua il destino li accomuna nella terribile sciagura che si sta per abbattere sul villaggio. La politica è prevalsa: a onta delle dichiarazioni di amicizia imperitura le due comunità devono dividersi, i musulmani dovranno recarsi presso un centro di raccolta, dove verranno caricati su uno dei tanti treni della morte, tragicamente destinato a transitare per il villaggio di origine. La politica esige che proprio lì venga atteso da un agguato. Sono destinati a morire tutti.
Ancora una volta la ragione non saprà prevalere. Rappresentata dall’imbelle propagandista politico, si perde nel fumo dei cavilli e delle ipotesi. A prevalere sarà invece il sentimento. Il ladrone che, pur essendo sikh, ama una delle giovani musulmane scacciate dal villaggio, si immolerà in nome dell’amore, vanificando l’agguato con il sacrificio della sua vita e consentendo il passaggio del treno. Una parabola esile ma di intensa delicatezza (e con straordinarie descrizioni), la cui lettura andrebbe imposta ai troppi dormienti della ragione che si aggirano anche tra di noi.

Kushwant Singh, Quel treno per il Pakistan. (Pubblicato su "Letture" 1996/97)
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