Scrive di: John Updike

I. Estratto da una recensione collettiva: “Le streghe di Eastwick” (1986)
II. Rilettura: “Le streghe di Eastwick” (testo originale, ottobre 2022)
III. Recensione: “La versione di Roger” (1988)
IV. Recensione: “Riposa Coniglio” (1992)
V. Recensione: "Sogni di golf" (1998)
VI. Rilettura: “Coppie” (testo originale americano, settembre 2022)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Estratto da una recensione collettiva: “Le streghe di Eastwick” (1986)

Testi tanto giocati sulla scrittura sono troppo difficili da valutare in traduzione. Perché anche per i traduttori, come canta Enzo Jannacci, «ci vuole orecchio». Tanto.

E tantissimo ce ne vorrebbe per tradurre come si deve John Updike, autore di grande eleganza formale, anche se un po’ fatua e ormai molto logora, che nelle Streghe di Eastwick racconta al lettore il solipsismo della classe medio-alta White-Anglo-Saxon-Protestant. O, meglio, delle sue donne. Un solipsismo che rimane tale anche se lo si «finge» (fiction) gremito di attività, eventi e personaggi. Tre signore non più giovanissime cercano di ammazzare il tempo scrivendo cronachette mondane per il giornale locale, creando figurine di terracotta, suonando il violoncello, chiacchierando senza tregua, coprendo di contumelie le pari sesso, copulando con vari uomini assortiti tra cui un pastore unitario, reprimendo intime pulsioni lesbiche (uffa!), disputandosi un inventore di vernici che forse è addirittura il diavolo e che comunque anche lui... e compiendo perfidi malefici, con corollario di autentiche morti e improbabili matrimoni. Che bravura di costruzione! Che eleganza! Ma quanta freddezza!

John Updike, Le streghe di Eastwick, Rizzoli

Europeo, 22 marzo 1986

Rilettura: “Le streghe di Eastwick” (testo americano originale, ottobre 2022)

Ricordavo di aver recensito con scarso calore questo romanzo all'uscita, ma di tutta la recensione mi rimaneva quasi soltanto il ricordo di aver usato l’espressione “ci vuole orecchio”, ripresa da una canzone di Enzo Jannacci. E per quanto cercassi non ero mai riuscito a trovarne nei miei archivi il testo. L’ho scovato soltanto pochi giorni fa, ostinandomi a far passare a uno a uno i ritagli cartacei di quegli anni. La principale difficoltà della ricerca era costituita dalla mia convinzione di averlo recensito per Il giornale, mentre l’avevo fatto per Europeo.

In più non ricordavo assolutamente che la (breve) recensione mi era stata commissionata su ben tre libri, tutti di notevole importanza: questo di Updike, La lezione di anatomia di P. Roth e Ballo di famiglia di D. Leavitt. Due affermati leoni della narrativa statunitense e un esordiente che sembrava promettere moltissimo. Messi a confronto e concentrati in poche righe. Così andavano le cose. Ti dicevano affannati: Rizzoli preme (ed era la casa di famiglia), Bompiani preme (anch’essa ai tempi apparteneva al gruppo), Mondadori preme (la massima concorrente, vuoi far pensare che qui da noi ci siano favoritismi?)

Sette-ottocento pagine da leggere di corsa e stringendo al massimo. I pezzi che ho dedicato agli altri due libri sono talmente scarni, puri gesti di cortesia nei confronti degli editori, che li lascio volentieri cadere nel dimenticatoio, quello su Updike mantiene un suo valore, ma richiede un poderoso arricchimento (con scuse).

Ero stato molto irritato dalla traduzione, pur buona e fatta da una cara amica, giovane ma brava scrittrice e traduttrice: da qui l’infastidita citazione da Jannacci. Il tono, ai miei orecchi di appassionato lettore di Updike appariva del tutto sbagliato. Non per colpa della traduttrice, si badi bene, ma dei tempi di semplice incoscienza imposti ai traduttori da dirigenti editoriali che dei libri potevano non di rado essi stessi conoscere poco più dei peani di presentazione degli agenti letterari internazionali (esaltati dal frastornante numero della tiratura americana e dalla gigantesca cifra richiesta in anticipo).

In fretta, in fretta, bisognava (bisogna tuttora, sempre…) fare in fretta, la concorrenza era in agguato. Updike era già passato da Mondadori a Feltrinelli e al libro successivo sarebbe sempre potuto tornare indietro, nonostante il fragoroso anticipo versato. Inoltre, proprio l’esborso imponeva di rientrare al più presto possibile. Correre, correre, con traduzione, pubblicazione e lancio promozionale. Che il testo fosse difficile, anzi difficilissimo, e di straordinaria qualità letteraria, da trattare con estrema cura, poco importava, probabilmente non lo sapeva nessuno e comunque non interessava a nessuno. Adesso non so più, ma a quei tempi la guerra tra gli editori importanti era all’ultimo sangue, combattuta appunto a colpi di anticipi insensati. E, la storia avrebbe insegnato, non esente da vittime…

Se la grande Rizzoli ti chiedeva di tradurre un romanzo del grandissimo Updike, potevi dire di no, star lì a discutere sui tempi di consegna? Non avresti più lavorato. E se un settimanale Rizzoli ti chiedeva di recensire alla svelta questo romanzo di Updike, mettendogliene assieme altri due per buon peso, potevi dire di no? Una lettura velocissima e via. Chi — allora — avrebbe avuto il tempo di dare un’occhiata al testo americano (a tre, in questo caso)? Più tardi avrei capito che per fare una recensione davvero buona è indispensabile leggere l’originale per valutare la qualità del testo e poi dare una buona occhiata alla traduzione per riferirne con cognizione di causa, ma a quei tempi non lo sapevo ancora.

Sia come sia, tutto quello che ho scritto 36 anni fa sull’Europeo è giusto, non ne cambierei una parola. Ma Updike è un super grande, e, avviata una (senile) fase di intensa revisione e di riletture attente (ovvero sui testi originali), ritengo semplicemente doveroso aggiungere qualcosa (“anzi, parecchio”, canterebbe sempre Jannacci). Le streghe di Eastwick è un romanzo formidabile, scritto in una lingua vertiginosa, con dialoghi di un’eleganza da togliere il fiato, picchi di humour semplicemente esilaranti e conoscenze tecniche strabilianti: scienza, medicina, religione, politica, sociologia, magia…

Le tre svampite “streghe” sono eredi dirette di quelle del famigerato processo di Salem, recitano versi e applicano formule dell’epoca di Giacomo I, tempo di grande fioritura per magie ed emigrazioni: alle coste orientali dei futuri Stati Uniti arrivarono sì i puritani in fuga, ma anche le streghe da essi stessi ostracizzate e non ancora scoperte. In un “messaggio speciale” del 1984 per un’edizione particolare — non compreso nella traduzione italiana del 1986 — Updike spiega meticolosamente come è arrivato a interessarsene e a studiarle, e attraverso quali testi: c’erano streghe anche intorno a casa sua, in Pennsylvania — sempre costa orientale degli Stati Uniti —, quando era bambino, e lui ne aveva una paura tremenda.

Tutte cose assolutamente non facili da tradurre “con l’orecchio giusto”, soprattutto dovendo fare in fretta per pareggiare conti altrui: ci sarebbe di sicuro voluto molto più tempo, per la traduttrice, e molto aiuto di esperti dei diversi campi. Più tempo anche per la mia recensione, e soprattutto che io leggessi il romanzo in originale, controllando qua e là la traduzione della brava Stefania Bertola. Va be’, l’ho fatto adesso. Ma nonostante tutto continuo a pensare che, arrivati alla fine, Le streghe di Eastwick lascia uno strano, persino amaro senso di gelo, di “falso d’autore”. Soprattutto il finale, che sembra posticcio, appiccicato in tutta fretta per chiuderla lì e passare finalmente ad altro.

Scritto per essere pubblicato qui, 18 ottobre 2022

Recensione: “La versione di Roger” (1988)

Volendo, una delle tante discriminanti in base a cui classificare gli scrittori potrebbe comodamente essere quella dell’atteggiamento dei medesimi di fronte al computer. In Italia ne esistono tre categorie. Primi: coloro i quali se ne servono con serenità, considerandolo né più né meno che un utile pronipote dello stilo, del calamo, della penna d’oca eccetera, giù giù fino ai martelletti meccanici e alle margherite elettroniche. Secondi: coloro che vivono e operano perfettamente bene senza nemmeno sapere che esiste una cosa definita computer. Terzi e ultimi: coloro che — infernali! —, invece di scrivere, passano equanimemente il tempo a scagliare anatemi contro la diabolica macchina (presunta rea di ottundere stili e tarpare ispirazioni) e a fare interminabili telefonate ai primi (invece di lasciarli lavorare in pace) onde avere sempre più dettagliate delucidazioni in merito a: uso, utilità, facilità, risultati, costi, marche. Uffa!

John Updike, invece, americano e dunque abituato a un contesto sociale che del progresso scientifico e tecnologico fa il proprio motivo di essere, al computer affida né più né meno che il compito di cercare la prova dell’esistenza di Dio. Tutto ciò nell’ultimo suo romanzo, di notevole mole e qualità, intitolato La versione di Roger. Protagonista della vicenda è un ex pastore protestante, Roger Lambert, allontanato dalla cura delle anime a causa di una certa disinvoltura di comportamento extraconiugale e approdato alla facoltà di teologia di una primaria università Usa in veste di specialista di eretici. Suo comprimario è Dale Kohler, studente di informatica e ferreo credente: appunto colui che ritiene di poter elaborare un programma computeristico che possa individuare una serie di costanti numeriche e fisiche nei dati dell’universo, tale da fornire la suddetta prova. Per farlo, tuttavia, avrebbe bisogno di una borsa di studio, che gli consenta di impostare ed elaborare il suo «programma DEUS» sul Cubo, gigantesco complesso informatico dell’università, interminabili accumuli di RAM e logiche binarie, tonnellate di chip. Chi potrebbe caldeggiargliene la concessione, meglio del riverito specialista di Tertulliano e simili? Il romanzo si sviluppa appunto nel dibattito tra il disincantato studioso di problemi religiosi, ormai ridotto al materialismo, e il ruvido ed entusiasta credente.

Ponderoso? Certamente, nel complesso intreccio di problematiche spirituali e logica computeristica, evidentemente affrontate con puntiglioso lavoro preparatorio. Ma lieve nello specifico narrativo. Delizioso nello humour. Persino appassionante, per larghi tratti. Non macchinoso. Mai lento al di là di quanto imposto dalla qualità letteraria. Accanto alle due figure dominanti maschili ne agiscono infatti due femminili, tracciate con mano maestra. La moglie del docente e la di lui giovanissima nipote. Agiscono e interagiscono, dando luogo a un quadrangolo sentimentale (meglio: erotico) di grande disinvoltura, di fronte al quale magari la mentalità cattolica avrà ripetute volte motivo di rimanere perplessa.

Va da sé che l’esistenza di Dio non viene affatto provata («Memoria insufficiente», risponde l’ingrigito schermo della diabolica macchina) e, al contrario, sempre più incalzante si fa il senso di questo mondo con la sua debolezza e carnalità, fino allo sberleffo conclusivo. Il credente Dale finisce a letto con la moglie del religioso Roger, quest’ultimo con la nipote. Conclusione inevitabile, si sarebbe tentati di dire di fronte a un’opera di John Updike, felice e sottile indagatore di psicologie, fine cesellatore di commedie della società americana, spesso al limite dell’incredibilità, come in questo caso. (Straordinario, in particolare, in un agile volume di racconti di qualche anno fa, imperniati sulle vicende coniugal-famigliarie della civilizzatissima coppia Maple.)

Così, attorno alle vicende di Roger e Dale con le loro controparti femminili, si distende una corposa e variegata atmosfera di interni ed esterni americani: levigati ritratti multicolori di vita quotidiana in case della borghesia docente e affluente (quasi inevitabilmente «liberal», ormai non più esclusivamente white-anglo-saxon-protestant, eppure sempre percorsa da qualche impercettibile fremito razzista), cui si contrappongono lividi quadri (grigio su grigio) di emarginazione urbana, studentesca, coloured. Scene e personaggi che fanno venire in mente due autori più giovani — tra i migliori offerti dalla recente (anche se non recentissima) narrativa americana — Anne Tyler e Don DeLillo. Scrittori che hanno certamente fatto tesoro della lezione di John Updike, arricchendolo poi a loro volta, per così dire di rimbalzo. Assolutamente e inconfondibilmente propri dell’autore sono invece la sobria eleganza e la «nervosità» del linguaggio, tali da richiedere nel traduttore un orecchio da metronomo, come già ricordavo qualche tempo fa recensendo il suo precedente romanzo, Le streghe di Eastwick.

John Updike, La versione di Roger, Rizzoli

(Il giornale, 21 marzo 1988)

Recensione: “Riposa Coniglio” (1992, mia traduzione)

Che cosa è successo all’America? "Tutto che va a pezzi, otto anni di Reagan senza nessuno che badasse alla bottega, tutti a cavar fuori soldi dal niente, a far crescere il debito pubblico..." Così riflette, sconsolato, Coniglio Angstrong. Ricordate? Quello che, giovanissimo, trent’anni fa (Corri, Coniglio, 1960), se n’è andato di casa piantando in asso moglie e bambino. Quello che poi a casa ci è tornato (Il ritorno di Coniglio, 1971), ma per dare il via a un turbine di corna reciproche. Quello che (Coniglio è ricco, 1981) sembrava avere finalmente placato le proprie ansie: un benestante padre di famiglia, autorevole commerciante di auto Toyota. Insomma l’alter ego di John Updike, il grande narratore americano che nei suoi libri ha tracciato uno splendido affresco della media borghesia americana dagli anni di Eisenhower (fine ’50) a quelli di Reagan e Bush. Nel romanzo che conclude il quartetto — Riposa Coniglio, pubblicato da Rizzoli in questi giorni di elezioni presidenziali Usa—, il protagonista è stanco. Soffre di nuove ansie, di un profondo bisogno di riposare. E come lui — tale il messaggio politico di Updike — è stanca una certa America. L’America medio borghese. La spina dorsale del paese. Che cos’è successo?

Coniglio Angstrong è nato nei primi anni ’30, ha creduto a tutti gli slogan del Mito americano, è un conservatore che ama di cuore il proprio paese. È cresciuto nel clima patriottico della Seconda guerra mondiale, quando anche i bambini erano chiamati a partecipare allo sforzo bellico con i pochi centesimi dei loro risparmi. È diventato grande negli anni del primo rock ’n roll, di Franck Sinatra, di Elvis Presley, del sesso adolescente laboriosamente appreso sui sedili posteriori di monumentali Buick od Oldsmobile: gli anni dell’incrollabile ottimismo riguardo i destini dell’America, dei primi voli nello spazio, dell’uomo sulla luna. Più avanti sembrava avere messo da parte il proprio conservatorismo per lasciarsi andare con gusto ai ruggenti anni della liberazione sessuale, ma lo ha ritrovato ancora più forte nel denaro, divenendo un pilastro della società. Soltanto qualche giorno prima ha partecipato al corteo del 4 di luglio vestito da Zio Sam. L’America è nel suo cuore e lui è il cuore dell’America.

Come mai, allora, si abbandona all’amara invettiva citata all’inizio? Non crede più nei destini dell’America? Non può essere. Gli Stati Uniti e il suo stesso spirito continuano a essere una cosa unica. Il fatto si è che lui non capisce più se stesso. E quindi non capisce più il proprio paese. Vi sono fermenti nuovi di cui non sa ordinare le fila e che lo riempiono di nuova ansia. "L’ansia", ha dichiarato Updike, "è la nostra condizione di base." La pulsione ad avere sempre qualcosa di nuovo "vieta al tempo la rassegnazione e la felicità". Eppure "la parola basta sembra essere una delle espressioni che gli americani faticano di più ad apprendere". Quante cose nuove si trova davanti Coniglio, con tutta la sua generazione. Presa di coscienza femminile, aborto, liberazione delle minoranze. L’era della liberazione sessuale sembra essere stata punita con l’Aids. La droga dilaga. L’economia si sta riempiendo di crepe.

C’è addirittura un giapponese che si permette di dargli una dura lezione. Un tempo, gli dice sprezzante, noi avevamo un grandissimo rispetto per l’America, ma ora non più. Che cos’è successo? Semplice: l’America era un gigante e adesso "piange, chiede continui favori commerciali... abbassa tasse, aumenta debito interno... tutto va in merci straniere, capitali stranieri.... Come un grande buco nero." E soprattutto l’America avrebbe un senso distorto della libertà: non conoscerebbe più quella disciplina che è il lievito del progresso. Un concetto che spiega nel suo comico inglese sgrammaticato: "Tutti parlano di libertà: stampa, televisione... Ragazzi con skateboard vogliono libertà di usare marciapiedi, così investono poveri vecchi. Neri con radio vogliono libertà di autoesprimersi con rumore... Uomini vogliono libertà di portare armi e spararsi a vicenda, per sport... Cani deve avere importante libertà di cagare ovunque..." Coniglio Angstrong, americano doc, rimane agghiacciato. È dunque veramente così malridotto il suo paese, che persino un giapponese lo può criticare? Quei giapponesi che la propaganda di guerra raccontava nei termini di omuncoli fanatici? No, non può essere.

Eppure così è. I giapponesi pare stiano comperando tutta l’economia degli Stati Uniti. Comperano persino, gli ha raccontato suo figlio, miglia e miglia quadrate di deserto del Nevada. Nel suo americanismo fino ad allora inscalfibile, Coniglio è sconvolto. È vero. È così. Nessuno ha più voglia di lavorare, tranne queste nuove singolari donne in carriera che lui però non riesce a capire. Si è messa in carriera, e con che grinta, persino sua moglie, un tempo soddisfatta del suo rango di femmina stupidotta, di macchinetta su cui sfogare (mal)umori ed eros. Tutti vogliono mangiare senza pagare. E gli Usa sono finiti in ginocchio. Così come è finita in ginocchio la solida azienda che dava abbondante pane e companatico a tutti gli Angstrong. Un disastro di cui Coniglio si sente colpevole. È colpa sua, perché lui, roccia della generazione che ha fatto grande l’America postbellica, ha preteso a sua volta di mangiare senza pagare, di ritirarsi a fare la bella vita in Florida. Affidata alla generazione successiva (suo figlio), in poco tempo l’azienda di famiglia — come rischia di fare anche quella complessiva dello stato — è colata a picco. Un debito enorme. Nei confronti, vedi caso, proprio dei nipponici. Suo figlio ha bruciato tutto in droga. Sarebbe questa, come gli ha detto il giapponese, la nuova libertà cui aspirano gli americani?

E così via. Amaro, intenso, sfavillante, l’apologo di Riposa Coniglio è un grande romanzo e un quadro spietato della sofferente America impegnata in questi giorni a votare per le presidenziali. Quale la scelta di Coniglio, con il suo nomignolo? Il rinnovamento o la conservazione, il rifiuto del cambiamento considerato avventura? Non è dato sapere. Visto il finale del romanzo — che non è il caso di rivelare ma che è emblematico della crisi di un’intera generazione —, Coniglio Angstrong di voti non ne può più dare a nessuno.

John Updike, Riposa Coniglio, Rizzoli

(Amica)

Recensione: "Sogni di golf" (1998)

John Updike è forse il più straordinario stilista vivente della lingua statunitense. Le sue pagine vibrano di un caleidoscopio di toni alti, medi e bassi, sempre applicati in maniera perfetta alla situazione narrativa: le classi alte parlano in un modo, quelle medie in un altro, quelle basse in un altro ancora; nel Nord degli Usa si parla in questo modo, al Centro in quest’altro, al Sud in quest’altro ancora. E così via. In Riposa, Coniglio, l’indimenticabile Angstrom, diretto a concludere la sua vicenda narrativa ma anche quella terrena, viaggia avanti e indietro in auto tra il Centro e il Sud: miglio per miglio, il lettore incontra uno stupefacente e vibrante modificarsi del linguaggio.

Coniglio Angstrom compare anche in tre della trentina di pezzi raccolti in Sogni di golf. Non si tratta però di pezzi originali, ma di brani ripresi dai romanzi della saga centrata su quel magnifico personaggio archetipico della middle class americana. Operazione ardita, seppure onestamente dichiarata. Sono tre straordinari brani in cui Coniglio filosofeggia mentre gioca a golf, ma il lettore che abbia già letto la saga romanzesca può tranquillamente saltarli, e costituiscono buona parte della raccolta, composta da una serie di racconti, riflessioni, considerazioni, filosofemi agro-ironici sulla pratica del golf, persino poesie.

Nonostante la qualità della scrittura e le perle di sottile uso di mondo e squisita ironia che lo costellano, Sogni di golf rischia tuttavia di essere poco godibile per chi non conosca l’astruso linguaggio di questo sport, che effettivamente può ridurre gli appassionati a uno stato poco meno che maniacale. Frequentarli può trasformarsi in una vera sofferenza di noia, e lo stesso rischio si corre leggendo questa raccolta di testi. Quanto agli appassionati di golf italiani, ci si può chiedere senza offesa per nessuno se siano davvero così colti e sottili da poter godere di tanta finezza stilistica. Quando hanno tempo di leggere, tra tee, address, bakspin, bunker, chip, birdie, bogey…?

John Updike, Sogni di golf, Guanda

(Per Letture, settembre 1998)

Rilettura: “Coppie” (testo originale americano, settembre 2022)

Ho letto Coppie alla prima uscita in Italia (Feltrinelli, 1969) nella traduzione del grande (personaggio e amico) Attilio Veraldi, traduttore di straordinaria eleganza, geniale anche quanto a inventiva linguistica e coraggio nel proporre soluzioni azzardate. Se devo essere essere onesto il romanzo non mi era piaciuto un granché. Infatti non ne ricordavo quasi niente, al di là di un fortissimo senso di freddezza: troppa descrizione fisica del rapporto sessuale, pochissima emozione, nessuna vera empatia dell’autore con (e di conseguenza simpatia di me lettore per) i personaggi. Colpa mia, sicuramente: ho sempre pensato che “can che abbaia non morde” e non mi sono mai appassionato al porno, tanto meno a quello soft. Preferisco gli accenni appena adombrati, il detto e non detto, il visto e non visto, il fatto e non fatto; la descrizione pelo per pelo e goccia per goccia di un organo o rapporto sessuale mi annoia profondamente. Ma sono fatti personali.

Tuttavia, pur romanzo formidabile, Coppie è, alla fine, un vero e proprio repertorio di — chiamiamole così — scappatelle adulterine. All’uscita suscitò formidabile scandalo, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo, Italia compresa. Be’, da noi era più che comprensibile: avevano appena smesso di comparire in tv (se avevano smesso) le annunciatrici con un girasole infilato nel colletto della camicetta per offuscare qualsivoglia pur vaghissima idea di una scollatura con al di sotto un altrettanto qualsivoglia quantum da scollare. Ed eravamo ancora scossi da casi come quello (semplicemente vergognoso) dello sfortunato Braibanti. Quindi il romanzo di Updike fu accolto da un lato come una bandiera di liberazione e dall’altro come un sulfureo stimolo al peccato. Solitario o di coppia, se non addirittura di gruppo, poco importa: sempre peccato è, quindi da correre a confessare.

Davvero qualcuno si sarà smodatamente eccitato leggendo quelle pagine? Io la complicata ginnastica delle coppie adulterine di Tarbox (Massachussets) l’ho considerata soprattutto un impeccabile spaccato di vita provinciale, sia nella lettura in traduzione (1968) sia nella rilettura in originale (2022). Scritto in maniera straordinaria, in una lingua americana fantastica e in buona misura innovativa (tale appare ancora adesso), ma poco di più. Soprattutto quella — interminabile e francamente noiosa — di Piet Hanema e dell’insopportabile partner di adulterio Foxy, con il pochissimo credibile corollario di Angela, sposa tradita ma pronta all’indecente sacrificio per salvare il marito fedifrago. Poco qualificabile, poi, lo zucchero dell’ultimissima pagina, con tutti i salmi che finiscono nella gloria di uno sgangherato matrimonio con corollario di vita nuova per Piet e Foxy.

Sia come sia, Piet è un piccolo imprenditore edile e gli altri personaggi maschili svolgono professioni non molto più elevate dal punto di vista umanistico. Certo, diversamente da lui hanno completato il college, ma sono davvero così colti da poter citare Shakespeare una ventina di volte? Più Balzac, Scott, D’Annunzio, Mann, Shaw eccetera, sia pure soltanto di costola in biblioteca: “parete di libri mai toccata”. Però presenti. Comperati a rate? Chissà.

Che Coppie sia un grande libro è tuttavia innegabile, e d’altra parte non sarà un caso se in Italia ha avuto quattro edizioni — Feltrinelli, Mondadori, Guanda, Einaudi —, sempre nella traduzione del grande Veraldi, anche se magari un po’ rivista, come usa fare, con esiti non sempre felici. Sta di fatto che nel 1968 l’americano “to sleep” si traduceva “dormire”, e il comune senso del pudore rabbrividiva e si inalberava di fronte all’idea che in una traduzione si potesse lasciar intendere che una coppia adulterina “va a letto” per fare di tutto tranne che “dormire”. Quindi meglio sfumare: mi par di ricordare che Veraldi avesse adottato la salomonica soluzione di tradurre un po’ “andare a letto” e un po’ “dormire”. Però magari erano le redazioni a svolgere la salomonica funzione, chissà. Comunque potrei semplicemente ricordare male. Veraldi in queste sottigliezze era bravissimo.

Certo, il romanzo ha alle spalle la magnificenza narrativa delle coppie di provincia immortalate da John Cheever, ma genera a sua volta un filone successivo grosso modo ruotante attorno a Jonathan Franzen. Però il superbo, pessimista e persino commosso John Updike del ciclo di “Coniglio” Angstrom, dall’adolescenza alla morte, è cosa del tutto diversa. E The Centaur? (Sempre IMHO, come ho già avuto modo di spiegare…)
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