Scrive di: Paul Nizan

Recensione: “Aden Arabia” (1978)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

«Avevo vent’anni non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.» Com'è diventata celebre (e come tardi!) la frase con cui inizia Aden Arabia di Paul Nizan! Noi avevamo vent'anni più o meno nell'autunno del 1951, quando tornammo in piccoli branchi dalle nostre province alla città grande per la nostra università, che già allora sentivamo ribollire e sapevamo sarebbe esplosa per eccesso di quantità e parallela micragna di qualità, di idee. Tornavamo all'università dopo le vacanze e portavamo sotto braccio il Quaderno della Medusa Mondadori in cui era stato finalmente pubblicato Aden Arabia (che era del '32) con una luminosa, nuovissima prefazione del sodale di Nizan, Jean-Paul Sartre. Eravamo imbevuti di Nausea e di Essere e nulla, di Peste e di Uomo in rivolta, vale a dire di Sartre appunto e di Camus. Ci mancava Nizan. Germogliavano allora tra di noi, dentro di noi, i semi di quella rivolta studentesca e giovanile che sarebbero maturati tanto presto. Prima, cari ragazzi, molto prima dei mitico ’68.

Allora, per i nostri vent’anni ci veniva offerto questo testamento dei vent'anni, e ci torna fra le mani ora, che abbiamo quarant'anni, ritradotto per le edizioni Savelli, dopo che qualche anno fa l'editore Bertani ci ha fatto leggere le traduzioni di Antoine Bloyé e del Cavallo di Troia. Ad altri ventenni si rivolge ora il revival di questo mito dei nostri vent'anni. E poi ancora a noi che, rileggendolo, ritroviamo le stessa emozione di allora. Com'era stata simile alla nostra degli ultimi Cinquanta e primi Sessanta la rabbia di quel ventenne degli ultimi Venti! Come simile il clima di tardo dopoguerra, di rifiuto della generazione precedente (che la guerra aveva fatto e subito), di nausea nei confronti della società che quella generazione ci aveva lasciato sopra la testa. Ma, assieme, non solo l'ansia di sconfiggere quella generazione e abbattere quella società, ma una violenta tensione a costruirne davvero una nuova, tensione che sfociava in un preciso, nitido, irrinunciabile impegno ad «agire» nella vita politica e civile. È cosi, anche per i ventenni di oggi? Anche per loro alla furia del «no al vecchio» si accompagna la tensione razionale per il «si al nuovo»? Non lo so.

Il Nizan di Aden Arabia ha vent'anni a Parigi, frequenta la École Normale, è geniale e sdegnoso, curiosissimo, acutissimo. Si atteggia a dandy. Rifiuta in blocco la decrepita società francese di quegli anni e fugge. Va a fare il precettore presso una famiglia inglese ad Aden. Girovaga fra Aden e Gibuti, spinto sempre da questa fame di «nuovo» mista alla ripugnanza per il «vecchio». E scopre che il «vecchio» è ovunque, ad Aden come a Parigi, che non si può sfuggirvi, che la fuga non serve a nulla. L’unico modo per sfuggire al «vecchio» è sconfiggerlo costruendo il «nuovo». Scrive in chiusura del libro: «Fuggire significava che rinunciavamo a guardare da vicino quel mondo che si fuggiva... Era un piano meravigliosamente stabilito per far dimenticare i mali presentì e i loro rimedi».

Il viaggio ad Aden finisce e con esso il romanzo-pamphlet. Quello che una sera piomba senza preavviso nella camera dello studente Jean-Paul Sartre è un Nizan nuovo, animato da un nuovo furore sociale. È il 1923. L'anno dopo Nizan si iscrive al Partito comunista francese, che lascerà dopo dieci anni di militanza attiva, sconvolto dall'orrenda realtà politica del patto germano-sovietico. Una rinuncia che doveva poi pesare duramente e dolorosamente, come ricorda Sartre nella prefazione, sulla memoria dello scrittore morto in guerra nel 1940.

Paul Nizan, Aden Arabia, prefazione di Jean-Paul Sartre, Savelli

Corriere d'Informazione, 5 agosto 1978
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