Scrive di: J.M.G. Le Clézio

Deserto (1985)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

«Il deserto purifica ogni cosa.» Ce lo diceva un giovanissimo colonnello dell'Algeria appena divenuta indipendente, dallo sguardo perduto in spazi infiniti. Parlava con profondo amore della sua terra e ci esortava ad andare a visitarla. Lo facemmo e anche noi perdemmo parte dello sguardo in quegli spazi. Sono passati quasi vent'anni, se è lecito usare una memoria personale. Più di venti, invece, ne sono passati da quando sulla scena letteraria parigina irrompeva di prepotenza il ventitreenne Le Clézio con Il verbale (pubblicato in Italia due anni dopo, da Einaudi), romanzo di grosse qualità, amaro ed estatico, irritante e spavaldo, ingenuamente sperimentale e astutamente capace di appoggiarsi agli esperimenti di maestri già riconosciuti (dicasi per tutti Beckett e il beckettismo). E già allora, nella prefazione, l'enfant prodige scriveva: «...non ho perso la speranza di portare a compimento in futuro un romanzo... che faccia leva non già sui gusti veristici del pubblico... ma sulla sua reattività sentimentale».

«E` lui che ha mostrato a Lalla la strada del deserto...e il cielo, così puro e bello, laggiù...», leggiamo oggi, vent'anni dopo, in Deserto, ultimo romanzo uscito in Italia di Le Clézio (ma cinque anni dopo l'edizione francese). E poco più avanti: «Tutto è nitido e puro...». Puro come i «sentimenti» dei due giovanissimi personaggi in scena in quel momento, sullo sfondo abbacinante del deserto, i due ragazzini nord-africani Lalla e l'Hartani, figli di tale deserto, a esso rubati e spinti da una forza inesorabile a tornarvi per condurvi e concludervi quell'«estasi materiale» che secondo Le Clézio è l'esistenza. Una scena che, vent'anni dopo la dichiarazione di poetica dell'allora giovanissimo scrittore, non può mancare di far leva sulla «reattività sentimentale» del lettore avvertito.


Dopo aver amaramente percorso gli spazi secondo lui invivibili (in letteratura e alla lettera) della civiltà urbana, come altri francesi dei ruggenti '60 (pensiamo soprattutto a Louis Althusser, fattosi addirittura musulmano), da qualche tempo Le Clézio si è rifugiato in quelli dell'esotismo, da dove continua a inviarci testimonianze letterarie di notevole interesse. Deserto (ovvero, diremo noi, Del mito della purezza ) è il romanzo di Lalla, figlia di quegli spazi infiniti, ma cresciuta in una delle baraccopoli formatesi attorno alle città della fascia costiera nordafricana con l'afflusso delle popolazioni sahariane, cacciate dalla loro terra, prima ancora che dalla furia del clima, da quella che fu - a seconda dei gusti e delle ideologie - la spinta civilizzatrice ovvero l'occupazione coloniale. Ai margini di tale baraccopoli la ragazzina Lalla vive una vita trasognata in compagnia di personaggi da leggenda: Naman, il vecchio pescatore ebreo; l'Hartani, il pastorello sordomuto venuto recentissimamente dal deserto; Es Ser, il Segreto, misteriosa figura di cui nessuno sa nulla. Ma soprattutto in compagnia del mito del deserto e dei suoi uomini schiacciati dalla civiltà urbana, archetipizzati nel loro santone e re chiamato l'Uomo Blu, ovvero l'Acqua degli Occhi, al cui comando essi dovettero nel 1910 cedere all'assalto dell'esercito francese. Tutto attorno, le pietre, gli uccelli marini, il colore, la luce, i silenzi, le sensazioni del deserto, miraggio lontano e irresistibile.

Già una prima volta l'Hartani tenta di riportarvi Lalla, ma il tentativo non riesce. Non soltanto, ma la giovane è costretta a emigrare, a rifugiarsi nella più sordida periferia di Marsiglia, in un mondo di individui marginali, senza patria, senza passato, senza avvenire. Con scarsa plausibilità (ma già vent'anni or sono Le Clézio avvertiva del suo impegno a puntare «su ogni forma di simpatia - dall'humour all'ingenuità - e non certo sull'esattezza») nello spazio di un mattino diviene famosa e ricercatissima fotomodella, ma il mondo dei marginali, che la respinge dalla durezza dello spazio urbano, la richiama inesorabilmente alla mitologica purezza di quelli desertici. Tornata alla sabbia, darà alla luce un bambino generato nel suo grembo dalla passione per l'ultramarginale fanciullo del deserto, l'Hartani: un bambino a cui spetterà di portare avanti la rivolta degli uomini desertici contro quelli cittadini, di compensare la scomparsa del loro ultimo re, figlio del leggendario Uomo Blu. Parallela a quella di Lalla, infatti, o per meglio dire incrociata, quasi con un effetto a spirale, nel romanzo si svolge la lontana vicenda dell'ultimo manipolo di guerrieri seguaci del re-santone, dolorosa vicenda senza speranza, destinata concludersi con il loro annientamento o - peggio - con il loro inurbamento, che li deruba della patria, del passato, del futuro: in altre parole, dell'essere se stessi.

Carico di forza evocatrice, a tratti capace di emozionare profondamente, Deserto è un romanzo di intensa passionalità e profonda raffinatezza, destinato a lettori con consuetudine alle letture ardue. Un'opera ricca di sfaccettature, di richiami, di trappole, al cui spirito conviene lasciarsi andare, trascinati dal piacere di cedere alle esigenze della letteratura, dell'invenzione, dell'ambiguità creativa.

Il giornale. Pubblicato nel 1985
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