Scrive di: Nedim Gürsel

L'ultimo tramway, 1995

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Esiste, nell’inconscio turco, una profonda lacerazione. Si è se stessi o si è qualcosa di “altro” da sé? Interrogativo probabil­mente incomprensibile per la nostra coscienza occidentale ma generatore di profonda inquietudine per quella turca, radicato com’è nella storia lontana e recente di quel popolo. Si discende da un’antica cultura nomade e sciamanica siberiana o si appar­tiene a una composita cultura monoteista moderna legata al Libro (musulmani, cristiani ed ebrei)? Si è i pronipoti di un grande popolo, dominatore per secoli di buona parte del mondo conosciuto, da Vienna allo Yemen, dalla Crimea ad Algeri, o si è la poco fortunata gente che occupa attualmente l’Anatolia? Si è esponenti di un popolo fiero e indomito o sfortunati individui co­stretti all’emigrazione, all’emarginazione delle periferie indu­striali europee? Si è europei o medio orientali? Si rimane orgo­gliosamente attaccati alla propria lingua o ci si piega a usarne un’altra, straniera, insegnata nelle scuole della classe dirigente? E via enumerando.
È una serie di interrogativi (di probabile origine sufica) che emerge prepotente, tumultuosa, culturalmente sofisticata dal­l’opera di diversi bravi scrittori turchi. Orhan Pamuk, per esem­pio, di cui avremo occasione di parlare in seguito, presentando lo straordinario romanzo Il libro nero, in via di pubblicazione in Italia dopo essere apparso con notevole clamore in inglese, fran­cese e tedesco. Ma anche, in maniera più sottile e dolente, Nedim Gürsel. Due quarantenni, più o meno. Di Gürsel, in Italia, era uscito qualche anno fa il delicatissimo La prima donna, che raccontava l’avvio alla virilità di uno studentello del celebre Lise di Galatasaray, a Istanbul, istituzione sorta sulle fondamenta della scuola dei paggi del sultano. Fu accolto con di­sattenzione, se non con superficiale, disinformata e presuntuosa albagia. Ora la Biblioteca del Vascello ci offre L’ultimo tramway, raccolta di racconti molto ben tradotti da una coppia di tradut­tori, un turco e un italiano, espediente probabilmente indispen­sabile per una lingua così complessa e lontana dalla nostra lo­gica linguistica. Gürsel vive in Europa e in questi suoi racconti passa in rassegna un intero florilegio di situazioni di strania­mento: l’esilio, il problema linguistico, la propria condizione indi­viduale. Come archetipo, valga il racconto Il cimitero dei libri non scritti, delicato, struggente, basato sulla possibile confu­sione tra due parole turche (fatto frequentemente possibile in una lingua povera di parole ma ricchissima di sfumature). “Incirli”, “quello del fico” e “zincirli”, “quello delle catene”. Così il “Pozzo del fico” diviene il “Pozzo delle catene”, in stretta connessione con l’Hotel de Sens, che vuol dire Albergo di Sens, ma (sentito pronunciare) potrebbe anche voler dire Albergo dei Significati… Da questo racconto (e attraverso esso), il libro pro­cede squisito tra luoghi (reali e della mente) europei (esilio esterno, dalla patria) e turchi (esilio interno, da sé). Un piccolo gioiello letterario di cui sarebbe auspicabile che i lettori italiani più avvertiti e cosmopoliti sapessero trarre vantaggio.

Nedim Gürsel, L'ultimo tramway, Biblioteca del vascello. Pubblicato su "Letture", aprile (?) 1995
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