Scrive di: Cees Nooteboom

Recensione: “Il suono del Suo nome” (2012)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

“Il mondo è un libro, e chi non viaggia ne conosce soltanto una pagina." Splendido motto, attribuito a Sant'Agostino, anche se probabilmente apocrifo. Ma quanta gente rinuncia per principio a leggere il libro-mondo e si accontenta della manchette delle mura domestiche: loro hanno la scienza infusa, non necessitano di chiarimenti e verifiche sul campo. Differenze di DNA tra "nomadi viaggiatori" e "stanziali sedentari"? Semplice prigrizia (con qualche vena di presunzione)? Chissà.

Diceva qualche tempo fa un'amica, interessante scrittrice di viaggio, che a dire il vero le uniche realtà incontrate in giro per il mondo e trovate identiche a come se le aspettava, erano quelle raccontate da Salgari, che in realtà non le aveva mai viste. Ovvio: infatti per lui le aveva viste con l'immaginazione questa amica mentre lo leggeva, e le aveva viste proprio come le voleva lei (sarebbe mai potuto essere diversamente?), quindi come le voleva lei le ha ritrovate. Ma il vero narratore-viaggiatore racconta le realtà come le ha viste lui, non come le ha viste o le vedrà il lettore. Quindi, giustamente, spesso non coincidono. E il viaggio è il nutrimento della narrazione, ne costituisce il substrato, il tessuto connettivo.

Questo è straordinariamente vero nel caso di Cees Nooteboom, davvero grande narratore e "narratore di viaggio", oltre che poeta in tutto ciò che scrive. Non sono pura poesia, infatti, espressioni come "Alcune cicogne passano in volo, ed è come se sfogliassero pagine di cielo", o "[I cammelli], alteri studiosi che hanno tutti letto Heidegger". O anche, nella sua funerea ironia, "Quattro americani vecchissimi, o forse già morti". Non so che cosa darei per averle scritte io. Ma purtroppo per me il lettore le trova in Il suono del Suo nome. Viaggio nel mondo islamico, di Cees Nooteboom.

Difficile che un narratore (anche) di viaggio (nella fattispecie me stesso), apprezzi a fondo i testi di un suo simile, soprattutto se ha viaggiato sulle stesse piste. Ciascuno, per l'appunto, vede ciò che formazione e cultura (e ideologia) lo hanno attrezzato per vedere. Ma le piste che ha percorso Nooteboom le ho percorse anch'io, e quasi negli stessi anni, e con lo stesso spirito, quasi identiche convinzioni circa il senso della civiltà. Eppure rivedo esattamente quel Sahara, quelle moschee, quelle Medine e Casbe e deserti e foreste e alberghi e mercati e danze e culture e cerimonie africane, quasi persino quegli aeroporti e l'ala di un aereo in volo…

Il tutto tempestato di citazioni coltissime, da Couperous a "A Night in Tunisia", indimenticabile pezzo jazz di Charlie Parker e Dizzy Gillespie e chissà chi ancora, passando, tra gli altri, per i grandi senegalesi Léopold Senghor e David Diop. Più "Jeune Afrique" (che però per quanto ricordo era ed è è edita a Parigi, non a Tunisi) e "Présence africaine". Con quanta passione ce le procuravamo e le leggevamo noi, giovani ribelli curiosi e azzardosi degli Anni Sessanta, affascinati dalla "négritude" di Césaire e appunto di Senghor e Diop.

Che emozione ritrovare, scritte e fissate sulla carta, le emozioni di quegli anni. E il tifo appassionato per i politici africani: Modibo Keita, per esempio, presidente del Mali, uno dei padri dell'Africa che anelava a liberarsi. Da noi pedantemente pronunciato con gli accenti in fondo, Modibò Keità, alla francese: ci faceva sentire internazionali. Finito male, molto peggio dell'amatissimo algerino Ben Bellà… Quante illusioni dissoltesi come mulinelli di sabbia nel deserto… Alcuni di noi sono poi effettivamente partiti per andare a fare i "cooperanti". I risultati sono stati a dir poco deludenti. E l'amarezza traspare profonda dalle pagine di Il suono del Suo nome. Colpa degli africani? Colpa addirittura di certi "cooperanti"? Chissà.

Quanti mondi islamici, e quanto diversi e di quanto diverso retroterra storico-culturale: l'antico Egitto, l'Impero del Mali, la Persia antica. Ecco allora l'Iran di oggi: Tehran, Isfahan, Shiraz, Yazd. E Persepoli (con l'annesso, stupefacente Naqsh-i-Rustam achemenide e sasanide): Nooteboom vi trascorre una settimana a mezzo tra realtà ed "estasi". A quei tempi, per altro, c'era ancora lo Scia, tetro burocrate privo di fantasia (e forse cultura), testardamente determinato a seguire (come il padre e come uno schiacciasassi) le orme modernizzatrici del grandissimo Kemal Atatürk. L'Islam sciita non glielo ha consentito, ma anche la modernizzaziome kemalista della Turchia ha dovuto alla fine (ragionandoci adesso) fare i conti con l'Islam sunnita. Con risultati negativi, in entrambi i casi. Chissà… Visitare oggi il Museo di Arte Moderna di Tehran, voluto dal suddetto Scia e da sua moglie Farah Diba, fa perlomeno pensare. E altrettanto fa pensare vedere com'è migliorato il livello di vita dei turchi.

Infine la Spagna dell'Islam moresco: pacifico incrocio di Islam, Ebraismo e Cristianesimo, produttore di straordinaria cultura. Annientato. Cordova e Granada, con il rimpianto di ciò che sarebbe potuto e invece non è potuto essere per quel mondo musulmano, aprendo la strada ai sordidi fondamentalismi di oggi.

Un gran bel libro, Il suono del Suo nome, tra l'altro tradotto in maniera esemplare (grazie). Un must per chi pensa che davvero “Il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce soltanto una pagina".


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