Scrive di: Mary Macartney

Intervista a Silvia Servi, traduttrice di: “Chini Bagh. Una Lady inglese nel Turkestan cinese” (2004)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Nel 1898 un giovane diplomatico britannico torna come un fulmine a ciel sereno in Inghilterra e informa la sua giovanissima fidanzata che hanno una settimana di tempo per sposarsi, dopo di che dovranno ripartire a spron battuto per la sua sede di lavoro. Tale sede è la città di Kashgar, Turkestan cinese, ai margini del deserto del Taklamakan e ai piedi di monti tra i più alti al mondo, Tien Shan, Karakoram, Pamir. È valicando perigliosamente questi ultimi a cavallo attraverso il passo Irkeshtam (3400 metri) con bagagli e cianfrusaglie assortite (e seguiti da una pianola) che i giovani sposi arrivano a destinazione. La casa praticamente non è una casa, mancano i vetri, manca persino una vera cucina, ma la buona e ben educata Catherine Macartney si mette subito al lavoro per renderla una dimora degna, più che di lei stessa, del marito. Nonostante il disagio, infatti, la posizione di lavoro di George Macartney è di grandissimo prestigio: è console di Kashgar, avamposto estremo del “Grande Gioco”, la sorda (e sanguinosa) guerra sotterranea di spie che contrappone l’Impero Britannico all’Impero dello Zar per il controllo dell’Asia Centrale. Catherine rimane a Kashgar fino allo scoppio della Grande Guerra, fedele e impavida moglie, ma, soprattutto, cittadina britannica, facendovi crescere tre figli, ricevendovi archeologi, avventurosi viaggiatori e soprattutto incallite spie travestite da stremati viaggiatori, e tenendo una piccola corte per la comunità locale nelle sue esotiche componenti cinese, turchesca e indiana (oltre naturalmente all’arci-amico-nemico console di Russia). Un’esperienza straordinaria, che Catherine Macartney racconta in Chini Bagh. Una Lady inglese nel Turkestan cinese. Ne ho parlato con Silvia Servi, traduttrice del libro, esperta di editoria e viaggiatrice di tutto rispetto.


D. Quand’è che Silvia Servi incontra Catherine Macartney? Attraverso il suo libro, naturalmente, data l’impossibilità cronologica di incontrarla di persona.

R. Amo molto viaggiare, e a un certo punto della mia vita ho scoperto che in particolare amo viaggiare in Medio Oriente e Asia Centrale. Per viaggiare bene è indispensabile leggere il maggior numero possibile di libri sulle località che si intendono visitare, e, leggendo questi libri, a un certo punto ho cominciato a imbattermi in citazioni di quello di Lady Macartney. Citazioni molto gustose, che mi hanno spinto a cercare il libro in Italia, dove però non era stato pubblicato. Allora ho cominciato a cercarlo in lingua originale, a Londra, ma anche lì niente. Alla fine l’ho trovato attraverso Internet, pubblicato dalla succursale cinese (Hong Kong) della Oxford University Press. L’ho letto, e mi è talmente piaciuto da convincermi a darmi da fare perché fosse pubblicato. L’espressione “Chini Bagh” non c’è nel titolo originale, l’abbiamo aggiunta noi: è il nome della casa dei Macartney a Kashgar.

D. Già, “Chini Bagh”, “Giardino Cinese” in persiano, la lingua colta di quelle zone. E, adesso, il nome dell’albergone cinese nato sull’area della vecchia casa Macartney, già consolato britannico. Strana sorte, per un consolato. Ma, del resto, anche quello russo è diventato il Seman Hotel. Si vede che è l’usanza del luogo. Nei tuoi vagabondaggi centro asiatici tu ci sei stata?

R. Al Chini Bagh Hotel sì. Non è rimasto proprio niente del fascino che doveva avere la dimora dei Macartney sistemata e resa confortevole da Catherine. Mentre Kashgar, con i suoi dintorni, è ancora un luogo straordinario. Sempre difficile da raggiungere, attraverso il deserto o per quei passi impervi. Il Kunjerab, per esempio, dal Pakistan...

D. L’unico che Lady Catherine non ha mai valicato (credo, non ne parla). Forse scendere in Pakistan, allora India, raggiungere l’Oceano e navigare fino all’Inghilterra richiedeva più tempo che valicare l’Irkeshtam e/o il Torugart Pass (meno alti) per raggiungere la ferrovia ad Andijan (ora in Uzbekistan) o quella a Cimkent (ora Khazakistan, ma allora tutta terra del grande nemico russo). E da lì via in treno, fino a Mosca e oltre, per un paio di mesi... Adesso ci si va in aereo, ma il giro Bishkek (capitale del Kyrgyzstan) - Irkeshtam Pass - Kashgar - Torugart Pass - Bishkek è molto ambito dai viaggiatori avventurosi...

R. L’Irkeshtam è il passo attraverso cui Catherine arriva a Kashgar in sei settimane dall’Inghilterra. Come racconta lei stessa: “La nostra luna di miele si svolse traversando l’Europa, la Russia, il Mar Caspio e lungo la ferrovia Trans-Caspiana fino alla stazione di Andijan, quindi da Andijan a Osh su un tarantas russo oppure su un carro postale, e da Osh a Kashgar... a cavallo”. Il ritorno, a cavallo attraverso il Torugart e su su fino a Bishkek e poi a Cimkent, con 3 bambini piccoli e con l’incubo della Grande Guerra appena scoppiata, e da lì in treno fino in Finlandia e Svezia, e poi ancora con una nave fino a Newcastle, tra le mine, costituì da solo una vera e propria avventura.

D. Be’, se non altro i signori Macartney avevano dovuto chiedere meno visti e “Lettere d’invito” di quanti bisognerebbe pagare, ottenere ed esibire oggi per fare lo stesso tragitto... Ma che cos’è a spingere voi donne al viaggio? Siete grandi viaggiatrici: Isabelle Eberhardt, Freya Stark, Gertrude Bell e tutte le altre...

R. La stessa molla che spinge gli uomini, credo: la curiosità. Il desiderio di conoscere luoghi nuovi, persone diverse, culture diverse. Comunque non definirei Catherine Macartney una viaggiatrice. Lei con ogni probabilità sarebbe rimasta comoda in Inghilterra a fare la giovane Lady inglese, ma la sorte le ha fatto amare un uomo che doveva viaggiare, andare lontanissimo per la sua professione, e lei si è educatamente adeguata. Da Lady inglese, appunto, con impavido coraggio e soave lievità, quindi senza mai darsi troppa pena per conoscere a fondo la cultura del luogo dov’è vissuta per diciassette anni, o anche semplicemente per capire fino in fondo i suoi fedelissimi servitori.

D. E mai il minimo accenno alle sordide mosse del “Grande Gioco”. Eppure suo marito ne era diventato uno dei manovratori più importanti, e i nomi dei personaggi che arrivavano in casa loro...

R. Con ogni probabilità, di nuovo, il marito non la teneva informata di queste spericolate e davvero pericolose mosse, anzitutto, immagino, per non mettere a rischio lei stessa e i tre figli piccolissimi. Immagino che rientri nel normale atteggiamento di ogni buon diplomatico in missione in zone a rischio con la famiglia. Anche se, certo, George Macartney era assai più di un diplomatico, e non a caso lo si trova citato in tutti i libri di storia del “Grande Gioco”.

D. Quello che, dal canto loro, i russi, cui la vodka sembra ispirare sempre uno squisito afflato poetico, chiamavano il “Torneo delle Ombre”. Se ne respira ancora un po’ l’atmosfera, da quelle parti, a Tashkent, a Teheran...

R. È stato un periodo storico di importanza troppo straordinaria sia per gli inglesi sia per i russi. E l’interesse per chiunque vi sia stato coinvolto in qualsiasi forma rimane vivissimo. Non a caso l’attuale edizione di Hong Kong del libro originale è corredata da una prefazione di Peter Hopkirk, autore di diversi libri considerati fondamentali sul “Grande Gioco”.

D. Mi piace di più “Torneo delle Ombre”. Ma davvero è rimasto così poco della Kashgar dove Catherine Macartney guardava il marito impegnarsi su una scacchiera tanto pericolosa?

R. Bisognerebbe essere stati là allora, per quanto colorita, vivace e coinvolgente sia la cronaca che ci ha lasciato lei. Però, certe mattine, svegliandomi all’Hotel Chini Bagh e sentendo i mille rumori della città tutto attorno (attorno all’originale “Chini Bagh”), non potevo fare a meno di trovarli pieni di fascino e identici a quelli raccontati nelle memorie turkestane della Lady venuta in treno e cavallo fino dall’Inghilterra.

Mary Macartney, “Chini Bagh. Una Lady inglese nel Turkestan cinese”, Giano
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