Scrive di: Maria Venturi

Storia d’amore (1985)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

«Davanti a 25 mila copie di un libro bisogna sempre fare tanto di cappello»: se le cronache riferiscono il vero, sarebbe stato Alberto Moravia a dichiararlo. E poi: se un libro «va» vuol dire che «ha le gambe». Così, pur senza dirlo ad alta voce, si pensa in tutte le case editrici, anche le più sussiegose e neodanubiane. Ma come fare perché un libro, e in particolare un romanzo, «abbia le gambe»?

Anzitutto pare accertato che l’autore debba fare di tutto per inserire nel titolo (e quindi nell’azione) l’amore e la donna, come insegna Alberto Bevilacqua, maestro italiano del genere (salvo errore, tre fra romanzi e film intitolati all’amore, due, consecutivi, alla donna, più La califfa, che sempre una donna è). Inoltre, l’autore dovrà evitare con la massima cura di rivolgersi agli «happy few» ovvero ai pochi felici, a qualsiasi conventicola essi appartengano, proprio perché sono pochi. Dovrà invece, con pertinacia e buona dose di cinismo, ma soprattutto con inflessibile professionalità, rivolgersi agli «unhappy many», ai molti infelici, proprio perché, per definizione, sono molti e hanno bisogno di consolazione. Più di un critico pensoso potrà storcere il naso e obiettare che qui si discetta di questione degna del supermercato piuttosto che dell’empireo delle Lettere, ma la replica è insita nell’incontestabile fatto che la vita attuale è per l’appunto assai più scandita sul supermercato che sugli empirei. Dunque lo scrittore che aspira a farsi leggere dovrà imparare a conoscere il supermercato, ovvero la gente, quelli che per convenzione si continuerà a definire gli «unhappy many». Dovrà imparare a scrivere una vicenda che li consoli proprio in quanto risulti al tempo stesso «meravigliante» («è del poeta il fin la meraviglia») e credibile.

E ancora: il libro si legge nel tempo libero, dunque lo scrittore dovrà tenere in gran conto i luoghi dove tale tempo libero viene consumato. Gli americani, che del romanzo popolare «pulp» sono
maestri, per rivolgersi al loro larghissimo pubblico di anziani pensionati, ritiratisi (o piuttosto che aspirano a ritirarsi) a concludere la vita in Florida, scrivono decine di romanzi: a) ambientati appunto in Florida; b) pieni di questioni mediche; c) zeppi di problematica dell’eros nella terza età. Decine di personaggi di I. B. Singer hanno fastidi alla prostata. Questione certamente prosaica, ma che gli consente di scrivere racconti del tutto degni del premio Nobel.

E poi dovrà imparare, l’autore, a fare un uso ferreo del filosofico «come se», detto anche, non a caso, «finzionismo». Le inchieste dicono che esistono, per i giovani, professioni ritenute disinvolte, gratificanti, libere, di norma connesse con il mondo dello spettacolo e della pubblicità, oltre che con il viaggio, l’avventura e il duro esotismo? L’autore si comporti di conseguenza e, nella sua opera di finzione, scriva come se fossero mestieri veramente interessanti, veramente forieri di libertà, veramente di straordinaria prospettiva, eccetera. Gli altri, i personaggi adulti, li faccia essere potentissimi e persino un po’ planetari. Il lettore, che quasi sempre fa (o è convinto di fare) un mestieraccio, ci crede e si consola.

Così, con grinta professionale piuttosto rara per uno scrittore popolare italiano e con un «cinismo» che è il caso di mettere tra virgolette perché appare più dichiarato nelle interviste che autentico, ha agito Maria Venturi, scrivendo il romanzo Storia d’amore. Il successo l’ha premiata subito, evento non così facile anche per un romanzo intenzionalmente popolare.

Puntualmente nel suo titolo e nella sua vicenda il lettore trova l’amore. Puntualmente protagonista della sua vicenda è una donna. Puntualmente tutti i personaggi giovani fanno mestieri ritenuti di grande modernità, disinvoltura e libertà: l’illustratrice di libri, la fotomodella, il fotografo, il regista, il geologo. I più adulti, invece, fanno almeno la diva del cinema, lo psicanalista, il capitano d’industria. Puntualmente l’amore di cui al titolo nasce in un villaggetto greco in procinto di diventare un luogo per vacanze di massa (inoltre se ne consuma parecchio con disinvolte, giovani e libere hostess di aereo). Ma, soprattutto, la vicenda, al voluto limite del semplicismo, è impressionantemente credibile.

Una vicenda scritta con ritmo incalzante, in cui pochissimo spazio è lasciato alla descrizione, e moltissimo temperata, più sottile, e tiene conto di tutte le tenerezze e di tutti i tremori nascosti nell’intimo della donna italiana, per quanto liberata, per quanto disinvolta. Di questa donna postfemminista o neofemmina, anzi, l’autrice osserva oculatamente le esigenze di essere attenta all’aspetto proprio e dell’ambiente circostante: dunque gli abiti, gli accessori, l’arredamento. Alla, diciamo, Judith Krantz di Princess Daisy.

Una vicenda, infine, che offre pagine di solida bravura nella descrizione di sentimenti e drammi. In particolare di due drammi, tanto tipicamente femminili da pensarli cercati con spirito da cinica ingegneria del racconto: l’aborto e la tragica perdita del figlio, con effetti degni del Sidney Sheldon di La rabbia degli angeli.

Robbins, Krantz, Sheldon. Autori secondari? Mah. Le 25 mila copie le hanno superate svariate volte. Al giorno, naturalmente...

Europeo - 23 Febbraio 1985
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