Scrive di: Giorgio Soavi

Indro. Due complici che si sono divertiti a vivere e a scrivere.
(2002)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Non una memoria saccente, non una dotta biografia: quello che Giorgio Soavi ha composto con Indro per il suo ex direttore e grande amico Montanelli è un lungo ricordo pieno di toni nostalgicamente ironici. Soavi è un autentico maestro nel tratteggiare ritratti di personaggi (letterati, artisti, amici) trasfigurati dai veli sottili dello humour. Dai ricordi del quarantennale sodalizio con Montanelli è uscito un testo a tratti davvero esilarante, oltre che con pezzi di grande scrittura. Su questo singolare, amabile, divertentissimo libro ho avuto una singolare, amabile, divertentissima conversazione con il vecchio amico Soavi (anni 80 nel 2003).


Biondi Coccodrillo. Così si chiama, in gergo giornalistico, l'articolo in genere grondante lacrime (di coccodrillo) che i giornali pubblicano per commemorare un personaggio appena scomparso. Di norma li si prepara in anticipo e rimangono lì in archivio, in attesa del momento fatale, ed è leggenda che tutti i più fedeli collaboratori di Indro Montanelli si siano cimentati nell'impresa di commemorare in anticipo il loro direttore. Tutti tranne il più fedele (e il più amico): Giorgio Soavi. Per questo hai pubblicato Indro? Per fare ammenda del mancato "coccodrillo"?

Soavi Macché. L'ho fatto per raccontare, com'è scritto nel sottotitolo, il lunghissimo rapporto di "due complici che si sono divertiti a vivere e a scrivere". Sì, con Indro ci siamo molto divertiti. Ne abbiamo fatte, ce ne siamo dette di tutti i colori. Quando mi ha chiamato a collaborare al "Giornale", gli ho detto che era pazzo, che non ero un giornalista e quindi non sapevo che cosa scrivere. Tra l'altro il nome "Il Giornale" gliel'ho suggerito io. Lui voleva chiamarlo "La Posta". Figurati: chiudeva subito. "Scrivi quel cavolo che vuoi", mi ha risposto di botto, indicandomi la porta. Sai com'era fatto. Per qualche anno sei stato anche tu un suo collaboratore.

B. Già. E quando sono stato portato nel suo studio, molto intimidito, mi ha detto semplicemente: "Bravo, continui così". Continuare come? Non avevo ancora scritto una sola riga per lui. Comunque sia, le cose tra te e Montanelli non sono andate subito lisce.

S. Tutt'altro. Quando l'ho conosciuto alla fine degli anni Cinquanta, al Ristorante Bagutta di Milano, non ho nemmeno voluto stringergli la mano. Da ragazzo avevo avuto un rapporto conflittuale con il fascismo; io, ebreo a metà, ero stato arruolato nella Repubblica Sociale, passando dall'entusiasmo alla disillusione più nera. Non volevo aver più niente a che fare con quel passato. Ero redattore di "Comunità" di Adriano Olivetti, scrivevo su "L'Italia Socialista" di Aldo Garosci. Consideravo Montanelli il peggior residuo del fascismo. Non gli ho stretto la mano e lui non ha fatto una piega.

B. Be', un bell'inizio per una "complicità" di vita e scrittura poi durata una quarantina di anni. Dopo che cosa è successo? Come mai siete diventati così amici

S. Attraverso Dino Buzzati, di cui condividevo la passione per le arti figurative, da puro dilettante, istintivo, senza sapere quasi niente di storia dell'arte. Buzzati era amico di tutti e due e ci ha fatto incontrare, conoscere e diventare "complici". A proposito di Buzzati devo raccontare un aneddoto. Montanelli e io ce ne siamo sempre dette di tutti i colori, per scherzo, certo, ma senza risparmiarci, a parole e per iscritto. E un giorno io mi sono sfogato con Colette Rosselli, sua moglie. Sono stufo, le ho detto: Indro deve smetterla di darmi del "bischero". Ma no, ha cercato di placarmi lei: Indro è un toscanaccio, per lui l'espressione "bischero" non ha la connotazione negativa che ci vedi tu. Già, ho ribattuto, però adesso è un po' di tempo che mi dà anche del "cretino". Sentendomi, Colette si è illuminata in viso. Allora, ha replicato, sta' allegro: vuol dire che ti considera il suo migliore amico. Fino a qualche tempo fa dava del "cretino" soltanto a Buzzati, che era il suo migliore amico. Adesso che lui è morto, lo ha sostituto con te. Sono diventato allegrissimo. Ah, che ricordi. Per esempio quando, ai primi tempi, cercando il direttore, sono capitato per errore alla riunione del mezzogiorno, al "Giornale". Ho trovato Indro in uno stanzone in mezzo a tutti i redattori, capiservizio eccetera. C'era un'aria molto solenne, con la quale non c'entravo niente. Quando mi ha visto, si è messo le mani nei capelli. "Guardate che razza di collaboratore mi è capitato", ha annunciato a gran voce. "Che disgrazia. Siediti lì e sta' zitto." Ho obbedito.

B. Come del resto pare che facesse lui davanti alle sue donne. Seduto e zitto.

S. Be', gli sono sempre piaciute autoritarie, e si lasciava comandare a bacchetta. Colette era capace di guardarti fisso, a tavola, e di ingiungerti di allacciarti il bottone alto della Lacoste, o di slacciartelo, secondo il suo umore del momento. E se tu tentavi di ribellarti e cercavi alleanza in Indro, lo vedevi alzare gli occhi al cielo mantenendo il più rigoroso silenzio. La sua ultima compagna lo chiamava a tavola alle otto in punto, mentre lui si accingeva a guardare il Telegiornale, e non ammetteva ritardi. Una volta le ho fatto notare che, in fondo, Indro faceva di mestiere il direttore di un giornale piuttosto influente, e che di conseguenza il Telegiornale per lui era un po' come il pane. È stato come parlare con il muro.

B. Come si accorda, questa immagine di un Montanelli sottomesso, con quella del grande demiurgo del giornalismo e della politica in Italia. Un nemico giurato per la sinistra, venticinque anni fa addirittura sparato dalle Brigate Rosse — ammesso che le Brigate Rosse fossero di sinistra —, e poi un nemico giurato per la destra. Chi era davvero? O forse era entrambe le cose? Una specie di Jekyll e Hyde?

S. Sì, era entrambe le cose. Senza però rendersene conto. Perché era soprattutto un uomo libero, assolutamente noncurante di denaro e potere. A un certo punto avrebbero voluto farlo senatore a vita. Ha rifiutato: non voleva pastoie, desiderava poter rimanere libero di dire e scrivere quello che gli piaceva, come ha fatto per tutta la vita.

B. Ma che cos'era ad attirarci tanto verso di lui? Come direttore, intendo. Sul "Giornale" scriveva gente molto, molto di destra, scrivevi tu che, nonostante i tuoi valzer con Olivetti e Garosci, non sei mai stato una tempra di progressista; diciamo un conservatore.

S. Un anarchico conservatore.

B. Sì, va be'. Comunque sul "Giornale" scrivevo anch'io, che ero iscritto al PCI, e parecchie altre persone seriamente orientate a sinistra. Giovanni Arpino vi ha addirittura pubblicato una dichiarazione di voto per il PCI. Qualcuno ha tentato di farla passare per una boutade, mentre era un vero e proprio gesto di rifiuto e disperazione nei confronti della politica di quegli anni Ottanta.

S. Ad attirarci a Montanelli e al suo giornale era questa assoluta garanzia di libertà di scrivere che addirittura si respirava attorno a lui. Ti ha mai fatto rifiutare o anche soltanto correggere un pezzo? Ti ha mai fatto dire: a chi può interessare questa roba? So già la risposta: non lo ha mai fatto, come non lo ha mai fatto con me. E sai perché? Perché era innamorato della scrittura e andava pazzo per chi osa scrivere in piena libertà, rischiando di persona, facendosi nemici ma anche tanti amici.

B. Già. Infatti a un certo punto, in seguito a certi "cambiamenti"", io ho piantato in asso il "Giornale", passando ad altri lidi. Ma non ho mai più ricevuto tante lettere come allora. C'era chi ci metteva poco ad annusare le mie simpatie per la sinistra e mi sgridava duramente. Ma c'era anche tanta gente che mi scriveva cose belle.

S. E a Montanelli andava bene così, perché sapeva perfettamente che quando si scrive, ci si fanno amici e nemici. Anche se credo che nessuno, nella storia dell'umanità, facendo il giornalista, sia riuscito a creare attorno a sé una simile quantità al tempo stesso di nemici e di adoratori. Proprio, "adoratori".

B. Eppure bacchettava non poco, nei suoi articoli come nei "Controcorrente" e in tutto quello che scriveva.

S. La gente capiva che erano bacchettate che potevano capitare a tutti. Una volta, in tempo di elezioni, ha invitato Andreotti nel suo ufficio per parlargli e dedicargli un editoriale. Aveva fissato l'appuntamento per l'una. All'una e tre minuti è uscito ed è andato a pranzo. Andreotti è arrivato all'una e venti e ha dovuto aspettare che tornasse. Ecco, Indro era fatto così.

B. E che cosa ti dirà quando, dopo aver letto il libro nell'altro "Dove" in cui si trova adesso a bacchettare chissà chi, verrà a tirarti le lenzuola di notte?

S. Che sono sempre lo stesso "cottolengo" di un tempo, ma che si è divertito anche questa volta.
Novità in libreria

“Romanzo_Copertina"
I miei libri Kindle

Slide copertine
E anche nel formato

Stacks Image 7

Benvenuti. Questo sito è totalmente gratuito e NON fa uso di cookie. Non viene raccolto NESSUN dato personale.