Scrive di: Inge Feltrinelli

Ricordo di un'amica
(12 dicembre 2020)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Leggo che in questi giorni, a Milano, è celebrato il ricordo di Inge Feltrinelli. Grande personaggio, più che giusto ricordarla. Qualche ricordo ce l’ho anch’io. Più di cinquant’anni. Dal 1966…

Non ricordo come, dove né da chi, forse da Antonio Porta (Leo Paolazzi), le vengo presentato. Mi invita immediatamente a cena a casa sua: ci saranno, mi dice, Allen Ginsberg e Nanda Pivano. Quasi svengo. Anzi, svengo del tutto e non apro bocca tutta la lunga sera. A un certo punto Ginsberg dichiara che deve andare in albergo a prendere qualcosa, le due signore hanno forse paura che scappi e mi chiedono di accompagnarlo. Che cosa faccia per qualche minuto in albergo non so, ma lo riporto sano e salvo in Via Andegari (casa e officina).
Dopo di che Inge prende l’abitudine di telefonarmi: vuole andare a ballare, ma non al Piper, troppo chiacchierato: in un locale nuovo sulla Cerchia dei Navigli, il Bang Bang, o in un altro che si chiama Voom Voom. Andiamo, Inge viene accolta a braccia aperte e anch’io con lei, balliamo follemente nella notte, io a metà fra l’affascinato e il terrorizzato (per il mio orario di cartellino alla Nestlé, 08:00).

1967, fine maggio. C’è la riunione del Gruppo ’63 a Fano, e Antonio Porta mi ha fatto invitare (altri non mi volevano). Inge mi telefona e mi ingiunge perentoria di passare per Via Andegari a ritirare uno scatolone di materiali che servono giù per l’incontro. Eseguo. Quando arrivo al casello di Fano la vedo seduta in un’auto che esce dall’autostrada di fianco alla mia, quella di Enrico (Nani) Filippini, allora fido collaboratore della casa editrice (io sono sempre alla Nestlé). Mi salutano festosamente. Perché non hanno portato loro gli scatoloni? Mistero.

1968 - 1969. Coronando un mio lungo sogno sono riuscito ad andare a lavorare alla Einaudi. «Lei è matto», mi dice il Capo del personale della Nestlé quando vado a dare le dimissioni: «Non la pagheranno mai.» Non è andata proprio così, ma aveva abbastanza ragione.
Dopo qualche mese Inge mi dice che Giangiacomo vuole parlarmi. Vado, sempre più di corsa. Lui — cordialissima persona — mi dice pari pari che ha bisogno di un direttore commerciale. Io quasi svengo un’ennesima volta, ma (sempre scemo) gli preciso educatamente che non saprei nemmeno da dove cominciare. Ci mettiamo a parlare dell’Algeria, da dove sono appena tornato e dove lui è un idolo: la proposta di lavoro finisce lì.

1970 - 1974. Inge e io non ci incontriamo quasi più, visto che tra l’altro io vado a vivere a Firenze (lavorando alla Sansoni). Sono anni frenetici, cruciali per l’editoria italiana, troppi nodi stanno venendo al pettine. I grossi stanno sulla riva a guardare, ma persino per Rizzoli si profilano all’orizzonte lividi nuvoloni di tempesta. I medi cadono a uno a uno come mosche, e tra di essi la mia sventurata, già grande Sansoni. I piccoli, tra il coraggio e l’avventura, capitanati da Mario Guaraldi e Cesare de Michelis, si consorziano in una bellicosissima associazione, sollecitando neanche tanto velatamente l’intervento della politica.
Così, alla fine di giugno del 1974 Inge Feltrinelli e io ci incontriamo al Convegno per un’Editoria Democratica, indetto appunto dai giovinastri, che sono riusciti a coinvolgere un po’ tutti. Ha con sé il figlioletto Carlo (dodicenne, credo), lo piazza immediatamente sulla poltroncina di fianco alla mia e mi ingiunge di fargli da chaperon. Eseguo, molto emozionato e altrettanto conscio del mio ruolo di protettore dell’Erede orfano. Parliamo di calcio, di cui il ragazzino è un appassionato conoscitore, persino del mio Como. La gente mi guarda esterrefatta.
Finché Inge torna e mi mette in mano le chiavi della sua Citroen DS. «La sai guidare», mi dice (si vede quindi che anche nel 1969-70, quando ce l’avevo io, di terza mano, siamo andati qualche volta in giro). «Ho bisogno di andare fuori a parlare con Carlino.» Girovaghiamo per la campagna romagnola, con loro due che bofonchiano, finché arriviamo sulla riva di un fiume. Mi fa fermare, smonta con il ragazzino e si allontana con lui. Io non so che cosa fare: rimango lì ad aspettare. Tornano dopo qualche minuto, entrambi con gli occhi gonfi. Che cosa si saranno detti? Chi lo sa.

1976. Torno a vivere a Milano e, dopo qualche mese di disoccupazione, vado a lavorare alla Longanesi. “Longa-Nasi”, la chiama Inge, che subito mi telefona e mi dice che il povero Carlino è molto solo, posso telefonargli e portarlo al cinema quella sera? Ha simpatia per me, spiega. Anch’io ho molta simpatia per lui, quindi lo faccio volentieri. Il ragazzo vuole vedere “Rollerball”: è un genere che esecro, ma lo accontento. E lui sembra molto contento; finito il film lo riaccompagno a casa. Non credo di avere più occasione di incontrarlo per un bel po’, mentre con Inge ci vediamo spesso, in ambiente di lavoro ma anche con in mezzo un bel po’ di salotto intelligente milanese. Ogni tanto mi manda bigliettini di simpatico sostegno per il mio lavoro di scrittore. A Orvieto, nel 1976, mi fotografa e subito mi spedisce la foto. Nel 1983 mi manda una calorosa cartolina di auguri per il Premio Milano (secondo dietro la diabolica, carissima amica Carla Cerati).

“Biglietto


Poi arriva il:

1985. In primavera il mio romanzo “Gli occhi di una donna” entra nella cinquina finale del Campiello. Sono al settimo cielo. In finale con me c’è tra l’altro Antonio Tabucchi, autore Feltrinelli. La prima volta che la incontro, Inge sembra una furia: «Per qvel premio di merta noi non fare niente!», mi sbraita, letteralmente. Sbalordito, borbotto non so che cosa, ma più o meno che io sono un autore finalista, al da farsi non devo pensare io ma l’editore, la Longanesi. Però sono molto turbato. Perché tanta furia? Dove sono andati a finire i vecchi toni di cordiale amicizia? Amicizia, si badi bene, nessuno equivochi, per favore.

Settembre 1985. Apriti o cielo. Ho vinto il Campiello, nel senso che non me lo sono dato da me: mi hanno votato i giurati, prima quelli tecnici e poi quelli popolari.
Mi telefona Aurelio Casati, vecchio amico, direttore della libreria Feltrinelli di Via Manzoni. «Puoi venire a firmare qualche copia?» mi chiede. Non potrei essere più felice, la Feltrinelli Manzoni è sempre stata la mia libreria di riferimento, anche prima che conoscessi Inge, ci vado di corsa. E con Casati non so quanti Festival dell’Unità abbiamo fatto, a vendere disciplinatamente libri nel tendone della libreria.
Però mi accoglie tutto agitato e, invece di portarmi verso i banchi dei libri, mi prende per un braccio e mi trascina nel retrobottega. Lì su un banchetto c’è una notevole pila di copie del mio libro. «Firmale, per favore», mi dice. Lì, quasi di nascosto? Di solito i librai ci tengono a far vedere l’autore (temporaneamente famoso) che firma. È un’ottima pubblicità. Fa vendere. Lo guardo esterrefatto.
«Quella là è matta», sbotta. «Ha dato ordine a tutte le librerie Feltrinelli di non tenere il tuo libro. Ci tocca venderlo sottobanco.»
Il mio primo impulso è di girare i tacchi e andarmene, ma come faccio? Il Casati è veramente un caro amico. Ma… io fuori dalle Feltrinelli?

Un simile putiferio perché mi sono permesso di vincere un Campiello cui partecipava anche un loro autore? Oltre a tutto, dopo che mi è stato sbraitato in faccia: «Per qvel premio di merta noi non fare niente»? E le danze al Voom Voom? e i «Porta Carlino al cinema, per favore»? Mah…

Tipo davvero fuori dall’ordinario, la Inge. Parlandone da viva… Ma la mia amicizia rimane intatta.
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