Scrive di: Ernesto Ferrero

I migliori anni della nostra vita (2005)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

La Einaudi. Un tipo nuovissimo di fare editoria, dopo la liberazione del Paese dal fascismo, un modo intenso di coniugare cultura e impegno civile, grande qualità dei testi e sublime icasticità della veste grafica, tuttora validissima dopo quasi cinquant'anni. In quei famosi corridoi di Viale Biancamano, a Torino, si potevano incontrare Cesare Pavese ed Elio Vittorini (e poi Fenoglio), Italo Calvino e Norberto Bobbio, oltre, naturalmente ai 2 grandi Giulii, Einaudi e Bollati. Più tanti, tanti altri, la vera e propria dorsale della cultura italiana progressista degli anni Sessanta e Settanta, più gli Ottanta. Tra questi tanti, in posizione chiave, Ernesto Ferrero, partito dalla gavetta all'Ufficio Stampa per poi dirigerlo e infine arrivare per qualche tempo alla direzione editoriale. Un grande trentennio, che Ferrero racconta in un libro di straordinaria qualità e di affabile commozione: I migliori anni della nostra vita. Per quella Einaudi, alla fine degli Anni Sessanta, primissimi Anni di Piombo, ha lavorato anche il direttore di InfiniteStorie.it, Mario Biondi, che ha chiesto a Ferrero la cortesia di scambiare alcune battute sul suo bel libro.

Biondi - I migliori anni della nostra vita. Un gran bel titolo, carico di suggestioni, che però hai ripreso da altri. Vuoi spiegarci da chi, e perché?

Ferrero - È il titolo del film di Wyler con Frederich March e di una fortunata canzone di Renato Zero. Orestino del Buono ci aveva giocato su e aveva fatto I peggiori anni della nostra vita. A me quel titolo serve proprio per alludere a un clima di emozioni condivise, di passioni e nostalgie collettive, perché in fondo quella che racconto non è solo la storia degli einaudiani, ivi compresi i grandi autori che hanno fatto la gloria del suo catalogo. È un po' la storia di un'epoca, gli anni Sessanta e Settanta, soprattutto. L'epoca in cui eravamo convinti di poter rifare il mondo, a cominciare dall'Italietta democristiana, con i buoni libri. Credevamo nelle magnifiche sorti progressive di un'umanità in via di definitiva redenzione dal fascismo, dall'autoritarismo, dall'imperialismo, dal colonialismo.

B. - Vedendo questo titolo, tuttavia, di primo acchito potrebbe invece venir da pensare a un'intenzione di ironia critica, sottilmente mascherata... Gli anni di "quella" Einaudi sono davvero stati i migliori? Alcuni non hanno retto, se ne sono andati, e anche in maniera clamorosa, come ricordi tu stesso nel libro. Il più clamoroso, Pavese, ma anche altri. Che cosa non hanno retto? Il pesante mito del bianco Einaudi, la prepotenza del padrone, che piluccava sempre a tradimento dal piatto degli altri (Manganelli)? O c'era qualcosa di ben più pesante?

F. - La memoria è pietosa perché cancella asperità, durezze e dolori per lasciarti solo il meglio di quello che hai vissuto. Se anche avessi voluto esercitare la cattiveria (ma poi perché?) non sarei andato lontano. Io so soltanto che sono stati anni di straordinario divertimento, perché tutti i giorni Einaudi si alzava con l'idea che la giornata avrebbe dovuto essere straordinaria, e faceva di tutto per renderla tale. Voleva scoprire scrittori, artisti, persone, film, vini, piatti, oggetti, paesaggi, tutti molto rari ed esclusivi, capaci di entusiasmarlo. Einaudi amava la vita con la voracità di un adolescente che non riesce a placare la propria fame. Correva davanti a tutti senza fermarsi mai, innamorato com'era del futuro, di quello che stava per succedere in ogni campo. Lui voleva essere il primo ad accorgersene. Questo è stato il suo vero snobismo, un'avanguardia permanente effettiva.

B. - Dai tempi di quella Einaudi sono passati diversi decenni. Tutto è cambiato, il clima politico, la tensione culturale. Quei libri dei comici tv, che l'editore non voleva fare, adesso imperversano e crescono in ragione esponenziale. Tu non lavori più direttamente in editoria, ma sei sempre a strettissimo contatto con essa. Quanto e come è diversa da quella?

F. - È stato Einaudi a creare l'etichetta dei libri "no", spreco di carta e di temi, nemici dei libri "sì", quelli che cambiano il modo di vedere il mondo. Agli editori-padri-padroni di un tempo (Arnoldo Mondadori, Garzanti, Bompiani eccetera) si sono sostituiti dei potentati economico-finanziari che per prima cosa badano al profitto, e sono governati da amministratori che di solito restano in carica due o tre anni, e poi vanno altrove. La cosa importante è il bilancio al 31 dicembre, su quello si misurano le persone. Non dico che non si debba fare buona gestione, ma l'editoria è come l'agricoltura, pianti adesso per raccogliere fra tre anni, quando va bene. Adesso c'è l'ossessione del risultato subito, e a fare laboratorio e ricerca sono rimasti i piccoli. Voglio ricordare che quando la Einaudi era in amministrazione controllata facevamo utili del 10%, cioè enormi in editoria, tenendo alto il livello qualitativo. I lettori sono sempre migliori di quello che pensano gli editori.

B. - Bellissima, sottile, la parabola di Giulio Einaudi che tracci nelle due parti del libro, da Re Sole prepotente, dominatore, capriccioso, a Giulio Einaudi improvvisamente dimesso e capace di emozionarsi, commuoversi. Così l'ho visto anch'io quando l'ho incontrato l'ultima volta, nei primi anni Novanta, in Val di Susa. La volta precedente era stato su un aereo per Francoforte. Era seduto dietro di me, appese l'ombrello al mio poggiatesta, mettendosi a giocherellare, e mi martellò il cranio con il manico per tutto il viaggio. Io, naturalmente, zitto. Tanto, anche se avessi protestato... Quest'altra volta, invece, mi ringraziò di cuore per aver trattato con gentilezza il nipote Malcolm, a cui era affezionatissimo. Giulio Einaudi che ringraziava? Rimasi di stucco. Che cos'era successo, al di là delle vicissitudini della Casa editrice?

F. - Le batoste ti rendono più umano (ma dimesso mai). E poi negli ultimi anni non aveva più l'assillo angosciante di trovare quei benedetti soldi per mandare avanti la baracca. Altri si occupavano della gestione, lui continuava a esserci, a dire la sua, a pungere e stimolare, ma finalmente aveva tempo per sé, per leggere e scrivere. Diceva di essere diventato buono. Ma la bontà è poco interessante, e lui era come al solito acuto, geniale, provocatorio, divertente. Con lui non ci si annoiava mai perché la noia rappresentava ai suoi occhi il male assoluto. La noia e l'accademismo fine a stesso, l'erudizione rinsecchita.

B. - A proposito di Re Sole. È un'espressione che usi (se non sbaglio) una volta sola in tutto il libro. Eppure il salotto culturale di Milano (Camilla Cederna, Marialivia Serini) lo chiamava solamente così, in toni di adorazione per la verità un po' pigolanti. Al massimo lo si chiamava Giulio, quasi fosse l'unico Giulio possibile, mentre ce n'era almeno un altro, negli immediati paraggi. E dall'incontro-scontro dei due sono forse emerse le cose migliori della casa editrice.

F. - Le cose migliori la casa editrice le ha fatte quando i due Giulii, Einaudi e Bollati, andavano d'amore e d'accordo. Quando il rapporto s'è incrinato l'intera famiglia è andata in crisi, s'è spaccata ed è finito tutto. In realtà i due, così diversi, erano perfettamente complementari e davano il meglio di sé proprio in coppia.

B. - Fino ad adesso ho usato l'espressione einaudiano, ma tra una certa frangia, quando lavoravo con voi da Milano, ne circolava un'altra: einaudito. Circolava molto? Vi sentivate davvero einauditi?

F. - Beh sì, eravamo consapevoli di essere i più bravi, i più corteggiati, i più tutto. Questo ci rendeva antipatici o addirittura odiosi a quanti non erano ammessi a corte. D'altra parte Einaudi aveva costruito il suo carisma proprio sulla capacità di fare le cose sempre ai massimi livelli, nelle scelte editoriali, nella grafica, nella comunicazione, perfino in politica, dove bacchettava tutti, PCI compreso. Con lui non si correva il rischio del ripetitivo, del déjà vu. Come accennavi a sederti, ci pensava lui a svegliarti.
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