Scrive di: Andrea De Carlo

Il treno di panna (1981)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Scriveva qualche tempo fa un recensore che, certe volte, iniziando a leggere un libro, si prova quasi la sensazione di essere saliti su un treno sbagliato, dal quale bisogna scendere di corsa alla prima stazione, ovvero capitolo. È esattamente la sensazione che si prova imbarcandosi sul Treno di panna dell’esordiente Andrea De Carlo. Sensazione sbagliata. Il lettore rimanga pure sul treno e arrivi fino all'ultima tappa, ovvero pagina.

Il libro racconta le vicende distratte di un giovanotto italiano che capita a Los Angeles e si arrabatta per campare. Vive in casa di amici, poi di una ragazza, poi finalmente paga l’affitto a una scultrice di gatti di granito. Fa più o meno l’uomo sandwich in bicicletta (travestito da biscotto), il cameriere in un ristorante, l’insegnante di italiano in scuolette dal metodo rapido. Ed è un libro che all’inizio — come detto — provoca un forte senso di fastidio: punteggiatura buttata qua e là, linguaggio che più piatto pare non si possa, situazioni di una banalità sconcertante. E Los Angeles? si chiede il lettore. Los Angeles dove sarebbe? Pare che sia fatta solo di superstrade.

Poi, piano piano, Los Angeles compare, in flash brevissimi: le Rolls di Beverly Hills, qualche personaggio vizzo in bermudas, noiosissimi pattinatori, cancelli di ville, scemenze dello show biz, vista di oceano cancellata dalla nebbia, caldo di giorno e freddo di sera, eccetera. E il meccanismo del libro si rivela: un meccanismo fatto di cose minime, da arte poverissima (più che iperrealista), che rimanda per esempio al nuovo cinema tedesco (senza dimenticare Fat City di Huston) a un Andy Warhol visto in bianco e nero, a certa letteratura giovanissima americana.

Che rimanda, soprattutto, a un certo modo di fare fotografia (sempre in bianco e nero), insistito sul particolare apparentemente secondario e banale attraverso l’uso del teleobiettivo, del taglio e dell’ingrandimento. (E De Carlo e il suo protagonista sono anche fotografi. E naturalmente viene in mente Blow up di Antonioni). Un meccanismo che, invece, non rimanda a quasi niente di italiano, e dunque non so che accoglienza avrà da noi, nonostante la calorosa presentazione di Calvino.

Insomma, un libro nuovo e interessante, proprio in quanto insistentemente irritante, fintamente goffo e sgraziato: un’ipotesi nuova di letteratura che urta abbastanza clamorosamente c coraggiosamente con i nostri canoni di bella scrittura e acrobazia linguistica. Direi bene, in definitiva, anche se è lecito riservarsi cautamente da De Carlo ulteriori prove, in cui il meccanismo si confermi e venga più scavato, ancor più — se possibile — reso povero ed essenziale, urtante e quindi coinvolgente.

L’Unità, 21 maggio 1981
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