Scrive di: Vladimir Nabokov

1. Pnin (Lettura editoriale per Longanesi, 4/6/1984)
2. Riflessioni intorno alla lezione americana sull Ulisse di Joyce (2022)

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Il professor Timofej Pavlovic Pnin ha perduto il proprio passato. Lo ha perduto a Pietroburgo, nella vecchia Russia dello Zar, nei mesi passati con l'esercito bianco, nel piccolo mondo degli emigrati a Parigi. In poche e semplici parole: nella lingua russa che gli consentiva di interpretare la realtà. Quella lingua russa che ancora oggi, nel Nuovo Mondo, continua a costituire il vero tramite tra lui e la nuova realtà, che nelle espressioni linguistiche americane gli sfugge quasi totalmente, rendendo il presente quanto mai incerto e problematico.

In tali condizioni di incertezza, non può arrivare a porsi domande circa il proprio futuro. Tradito negli affetti più cari, ripetutamente abbandonato dalla moglie che ancora ama appassionatamente, il professor Pnin conduce una vita semplice e al tempo stesso bizzosamente complicata, insegnando la lingua russa a una platea di ben cinque studenti, divisi in tre corsi, presso una piccola università americana di provincia. Tra lui e la realtà c'è un autentico velo di straniamento, provocato in parte dalla frattura linguistica ma anche da una acclarata e totale incapacità di adattamento alle logiche del Nuovo Mondo.

No, il professor Pnin non capisce la realtà in cui vive. Così vi si aggira irritato e candido, insegnando cose incomprensibili e altre altrettanto incomprensibili cercando di apprenderne, perdendo treni, perdendosi in dedali di stradine, perdendo definitivamente se stesso nel proprio candore. La realtà, impietosa, non può perdonarlo.

Satira, parodia, romanzo a chiave, in questo libro Nabokov offre al lettore una piccola perla narrativa, in cui basterà sostituire al nome dell'inventata Waindell University quello della reale Cornell University — dove lo stesso Nabokov insegnò per anni — per scoprire il filo d'Arianna che guiderà il lettore allo svelamento dell'effetto di straniamento di cui l'autore è maestro. Si scoprirà allora un testo al tempo stesso di smagliante autoironia e di sottile quanto amara accusa nei confronti di meccanismi e meschinità della società tecnologica e materialista.

2.

Nabokov è un autore che venero per Pnin e più ancora per Fuoco pallido, ma non per altre cose (in troppe lingue, forse, e con troppa maestria). E soprattutto non per Lolita: in ambito “dannazione di anziani professori” preferisco senza dubbio la Lola Lola di Josef von Sternberg ripresa dall’originale Rosa Fröhlich di Heinrich Mann. Insomma, la spietata danzatrice dell’Angelo azzurro.

La sua maestria lo ha comunque anche portato a tenere lezioni in alcune istituzioni e università sui grandi della letteratura, prima russi e poi di tutto il mondo. Tra di essi Joyce, con una celebre conferenza alla Cornell University sull’Ulisse, uscita nel volume Lectures on Literature con prefazione del mio amatissimo John Updike. Testo che ho letto con attenzione all’uscita, essendomene trovata davanti una vetrinetta piena alla libreria della New York University in Washington Square nel 1981, appena uscito.

Con un’attenzione, però, forse non sufficiente, se è vero che ho ritenuto necessario rileggerlo in versione elettronica Kindle (perso nel frattempo chissà dove l’originale) mentre procedevo nella mia laboriosa traduzione del romanzo di Joyce. Una lettura che mi ha confortato e al tempo stesso un po’ confuso.

Confortato, per esempio, per il modo come scarica su Gilbert Stuart (a bore, “un barbogio”) e altri svariate questioni di presunta struttura, tra cui la parentela tra questo Ulisse e quello di Omero, la cui analisi costituirebbe secondo lui “un totale spreco di tempo”. Assolutamente d’accordo.

Dico io: è vero, Bloom esce di casa lasciandovi la (presunta) fedifraga Molly ad aspettare i proci, e poi alla medesima casa ritorna e in essa alla medesima Molly, regolarmente violata dai proci. Così come più o meno fa Ulisse con Penelope. Ma… dai proci? No, da un solo esponente della categoria, il nominato Furia Boylan. E Penelope era stata violata dai suoi plurimi spasimanti? Non risulta.

Inoltre, è vero che Ulisse esce di casa come Bloom e come Bloom vi ritorna, non però per fare un gironzolo di un giorno (o poco di più), ma per andare tra le altre cose a combattere un’interminabile guerra a Troia anche detta Ilio. Quale guerra combatte Bloom? Quella con l’iracondo e antisemita “Cittadino” nel pub di Barney Kiernan tra le 5 e le 6 di giovedì 16 giugno 1904? Un’ora? Uhm. E dove sarebbero Menelao, Agamennone, Achille, Patroclo, Ettore, Paride e via enumerando fino a Enea con moglie Creusa e padre, il “magnanimo” Anchise?

Telemaco, poi, sarebbe Stephen Dedalus? Mah, vediamo un po’… Il primo è il figlio autentico e cresciutello dell’Ulisse omerico, mentre il secondo rappresenta forse una pasticciata aspirazione di Leopold ad avere un figlio maschio, ma molto più probabilmente il torbido tentativo di creare per Molly un amante “colto” da opporre al grezzo (e unico proco) Boylan. Inoltre Telemaco cerca di opporsi ai proci, non di sostituirsi a essi in un orrido rapporto di incesto.

No, ripeto, il parallelo Ulisse-Bloom è troppo vago e fumoso per prenderlo sul serio, l’ho scritto nei miei “Prolegomeni” alla traduzione, e per mia consolazione la sapienza di Nabokov me l’ha confermato. Ma è davvero tutto oro quello che luccica nell’elegantissima (ma davvero non poco highbrow) lezione di Nabokov? Direi di no.

Vedi per esempio Almidano Artifoni. Nella conferenza diventa un ex insegnante di italiano di Stephen (p. 501 ed. Kindle), mentre tale è in Stephen Hero (nella realtà il gesuita Padre Charles Ghezzi). In Ulisse è invece un maestro di musica che esorta Stephen a coltivare la voce. Personaggio basato sulla figura dell’italiano Luigi Denza, fortunato autore di Funiculì funiculà, realmente apparso nella vita del giovane Joyce quando, insegnante presso la London Academy of Music, presiedette la giuria di un concorso a cui il giovanissimo futuro autore partecipò come tenorino impossibilitato a vincere in quanto non capace di leggere le note.

E il turpe Lenehan? Nella stessa pagina (ma anche prima, diverse volte, e un po’ più avanti) Nabokov ne fa un redattore di sport (sports editor, racing editor), mentre si tratta di un torbido individuo che campa di espedienti, tra i quali quello di vendere presunte soffiate “vincenti” sulle scommesse ippiche.

Father Cowley, infine? Nabokov dà per scontato che sia un priest (un “prete”, pp. 503 e 504), mentre, visto come si comporta, non può assolutamente esserlo (e io infatti lo chiamo “Papà” Cowley).

C’è probabilmente altro, ma tanto mi è bastato per convincermi a seguire con cautela le colte elucubrazioni di Nabokov sull’argomento Ulisse.
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