Per uno spirito che viva eterno
Biondi in Bhutan con arcobaleno
Lo scrittore Mario Biondi
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Il blog dello scrittore
Mario Biondi

Masturbazione & romanzo


Due satiri di Villa Giulia a Roma


Nella nostra temperie letteraria pare che di sesso sia indispensabile infilarne a bizzeffe in qualsiasi storiella, per quanto banale. Normali congiunzioni erotiche all’interno del matrimonio o scappatelle extra, più o meno note alla controparte. Oddio, ne abbiamo sempre lette, ma adesso sembrano di rigore quintali di fellazione, e soprattutto tonnellate di masturbazione. Con descrizioni di un'accuratezza degna del più puntiglioso tassonomo. E in quantità da veri stakanovisti dell'eros, iperingordi ipernutriti.

Michel Houellebecq, per esempio, è autore di grande interesse, anche se molto raramente riesce a toccare le mie corde (probabilmente è colpa mia e della mia non perfetta conoscenza del francese). Comunque sia, non mi pare di ricordare un suo personaggio maschile che non necessiti di almeno una strofinatina al giorno, ma in genere parecchie di più. Le donne un po' meno, ma non ricordo bene. E poi appaiono in netta minoranza rispetto agli uomini.

Non possono farne a meno anche i personaggi di Jonathan Franzen, un autore per altro molto più vicino ai miei gusti, anche per le ampie e articolate dimensioni dei suoi romanzi. Dall'isterico (più che portnoyano) ragazzo Andreas Wolf di Purity — destinato al suo torbido futuro — , all'agitatissimo pastore riformato ex mennonita Russ Hildebrandt (Crossroads), dal momento in cui la scopre in mezzo ai navajo — all'improbabile età di anni 21 — a quando se la concede a 45 davanti al lavandino del bagno di casa, pur riuscendo a trattenersi dal farlo nel suo studio in canonica.

E, sempre in Purity, Leila è costretta a praticarla con generosità al marito, ridotto in carrozzina ma tuttora nel pieno dei suoi impulsi. Quanto poi a Pip (la stessa Purity), be’, è sempre lì che digita (al computer o a letto). E d’altra parte spiega lei stessa ad Andreas Wolf di aver avuto un tremendo problema di masturbazione già a 10 anni. Iperingordi, ipernutriti e iperprecoci.

Va be'. Leopold Bloom docet. Quanto a Proust e Gide, vi accennano con pruriginoso pudore (se non ricordo male, uno a letto, l’altro a scuola). Thomas Mann la nasconde sotto cirrostrati di maliziosa metafora (la mina rossa della matita che va su e giù). Insomma, non è una pratica scoperta ieri, e già il padre della patria Luigi Settembrini tuonava di "libri che gli adolescenti leggono con una mano sola".

Stimolato dalla loro grandezza, ho osato metterla anch'io nei miei primi due romanzucci: una cinquantina di anni fa. Una cosa sveltamente praticata dai due protagonisti adolescenti. Autentiche urla di sdegno da parte di un bravo poeta fedele all'Opus Dei: "Sono cose che al massimo si raccontano al confessore nel chiuso del confessionale". E se uno non si confessa?

Di nuovo molto male me ne incolse quando, in un romanzo perbene dei primi anni Novanta, mi permisi di dissertare sulle case chiuse d'Italia (prima che diventassero "aperte" ovvero fossero chiuse sul serio). Che scandalo, che vergogna, soprattutto le signore lettrici, indignate, furibonde… Come fa un uomo come il protagonista di Due bellissime signore a frequentare una prostituta di casa chiusa? (A quanto pare adesso lo si mette lì a lavorare di pialla, e tutti sono felici.)

Che ci fosse il tentativo di alludere a un suo trauma adolescenziale già raccontato in precedenza? Ma a scusante delle scandalizzate va detto che quella "precedenza" era un altro romanzo, la prima parte della dilogia con protagonista Dino Villard: Il destino di un uomo. Lì lo facevo sedurre, ingenuo ragazzotto appena fuggito dall'orfanotrofio — vergine, esterrefatto e stravaccato di fianco a un telaio —, da una non più giovanissima e volitiva operaia della seta. Nella continuazione lo faccio andare nel casino di Via Volpi, in mezzo alla seta di Como…

Il Dollaro in Via volpi a Como


In questa foto il portone di quello che era il Dollaro, a Como, in Via Volpi, dove ho lasciato distrattamente io stesso la verginità, nel 1957. Per 1000 lire…

Jonathan Franzen

Finito di leggere Purity, The Corrections e Crossroads di Jonathan Franzen, ho pubblicato le mie riflessioni nello spazio “Incontri-Recensioni di questo Sito. Chi è interessato può leggerle qui.

Epicedio per il rododendro

Rosa, la protagonista del mio romanzo "Rosa d'Oriente", poco dopo essere stata rapita al suo futuro di sacerdotessa del quasi estinto popolo degli Hatti per diventare schiava di un romano che opera in Asia Minore ed è in viaggio con lui nel Ponto, fa una scoperta straordinaria. Straordinaria per lei, che viene dalle aridissime terre intorno all'anatolico Lago Salato, dove alberi e fiori non abbondano di certo. Come sacerdotessa, suo incarico sarebbe stato curare corpi e anime con fiori, erbe, bacche, radici: di essi sa già tutto il possibile a tredici anni.

Copertina di Rosa d'Oriente

Ma mentre è in viaggio sulle alture che danno verso il Ponto Eusino, oggi Mar Nero, e poi in una ricca casa direttamente sul mare dove è ospite per pochi giorni, si trova in mezzo a grandi cespugli verdissimi, coperti di splendidi fiori di tutti i colori. Non sa che cosa siano, ma un bizzarro giardiniere simile a un fauno gliene illustra a una a una le qualità medicamentose. Non ne aveva mai visti prima, non li rivedrà che alla fine dell'avventurosissimo viaggio che la porta dal Ponto al Mare Nostro e poi ad Alessandria e a Roma, e infine sul Lario cantato da Virgilio. Proprio sulle sponde del Lario, all'approssimarsi della nostra era, Rosa rivedrà i suoi preziosi cespugli e potrà verificarne le straordinarie qualità curative. I rododendri.

Ho sempre avuto una fortissima fascinazione nei confronti di questi arbusti fioriti, e il romanzo è senza dubbio venuto da lì. Una fascinazione insplicabile, non so a che cosa dovuta, ma certamente intensificata dai miei viaggi nel nord dell'Anatolia, sulle sponde del Mar Nero. "Thalassa, thalassa", pare abbiano gridato a gran voce i soldati di Senofonte all'avvistarlo dall'alto, come me. Li ho eletti a fiori sacri. E insieme ai rododendri, sebbene in misura molto minore, ho subito il fascino della particolarissima camelia che ci dà il tè, anch'essa da me scoperta sulla sponda turca del Mar nero. Ho visitato coltivazioni di tè da lì (con l'estensione di quelle iraniante) fino al Nepal e al Sichuan.

Quella per il rododendro era evidentemente una passione nota, se è vero che per il mio cinquantesimo compleanno (1989) la casa editrice con cui allora pubblicavo, la Rizzoli, me ne ha regalato uno bellissimo, in vaso. Sui davanzali della mia abitazione milanese, ahimé, non è sopravvissuto al successivo inverno. Ma il seme era stato gettato: ho fatto ricorso alla casa dei miei genitori, vicino a Como. Da allora, per un quarto di secolo, ha ospitato almeno un mio rododendro sacro.

Dopo la scomparsa di mia madre, con la lunga malattia di mio padre sono stati purtroppo trascurati e sono morti. Nel 1999, diventata mia la casa, li ho subito rinnovati con due splendidi esemplari in vaso. Avevano, diceva la targhetta del floricoltore, tre anni. Li ho accuditi con tutta la cura possibile sul grande balcone fino al 2014, quando la casa è diventata per me un impegno troppo gravoso e sono stato costretto a venderla.

Ma i due rododendri sono venuti a Milano con me, nei loro vasi. Se l'età indicata dal floricoltore era giusta, avevano diciotto anni. Trapiantati in due vasi molto più grandi (ne avevano bisogno, ma sul balcone comense non c'era spazio sufficiente), posizionati con cura nel cortile della mia abitazione e affidati alle competenti cure del bravissimo custode, che ama piante e fiori ancora più di me, sono sopravvissuti magnificamente fino a questa tremenda siccità dell'estate 2022.

Il mio rododendro defunto

Al che sono repentinamente diventati vittime dell'incuria di un sostituto custode e della mia sbadataggine: in soli dieci giorni il più bello e grande dei due si è inaridito ed è morto. Aveva almeno venticinque anni. Il fratello, per fortuna, sebbene gravemente danneggiato, è sopravvissuto, e faremo di tutto per farlo campare bene finché la sorte lo consentirà.

Riavvio il mio blog


Ho deciso di riavviare il mio blog in questa sede. Lo avevo iniziato qualche anno fa su un'ottima piattaforma pubblica, ma poi piano piano l'avevo abbandonato. Tra un post e l'altro mi dimenticavo le tecniche di gestione e aggiornamento, e ogni volta mi toccava impararle di nuovo, così diventava un traffico. Il mio Sito, invece, lo aggiorno regolarmente, quindi so come si fa.
La differenza è che nella vecchia versione i visitatori potevano lasciare commenti direttamente, qui, invece, non si può.
Per iniziare ho recuperato dalla vecchia versione alcuni post che mi sembrava mantenessero un interesse.
Ne recupererò magari qualcun altro, e ne aggiungerò via via di nuovi.

Tecnologia nei romanzi attuali?

Dice che nel 2020 e dintorni, per scrivere cose veramente nuove devi mettere nella tua narrativa un po' di tecnologia, di Internet (Franzen & imitatori docent).
[Vedi ANSA]
Bah: io ho tentato di farlo nel 1994/95 (tipo, per dire, 27/28 anni fa… ), in "Un giorno e per tutta la vita", Rizzoli 1995. Un disastro che mi ha addirittura portato a cambiare editore.

Citazione da Un giorno e per tutta la vita


(E poi, "Una porta di luce" (1998), "Codice Ombra" (1999). Eccetera… )


Citazione da Codice Ombra

Angkor, andata e… ritorno

Il monaco di Angkor


Angkor, Cambogia, novembre 2016. L'unico posto al mondo dove ho avuto più caldo che a Milano adesso. Ero talmente rinco che, dovendo tornare a casa per votare al malaugurato Referendum Renzi (era diventato chissà come il segretario del mio partito, quindi lo seguivo disciplinatamente, ahimè ), ho prenotato un volo Phnom Penh - Milano per il 29 dicembre invece che novembre. Facciamola breve: in una rovinosa serie di accaldatissimi tacconi peggiori del buso, la faccenda mi è costata circa 800 € di penali. Però ho votato. Disciplinatamente. Bella soddisfazione…

Il beluga di Parigi e quello del Mar Nero

La storia del beluga disperso e morto nella Senna mi ha fatto venire in mente il delfino che ho visto una quarantina di anni fa, dalla murata di una grossa barca di amici, risalire vigorosamente il Bosforo verso il Mar Nero. Dal caldo al freddo. Il contrario di quanto è successo al beluga, ma con lo stesso esito quasi certo: la morte. I miei amici si sono messi tutti a gridargli in turco di virare, di tornare indietro. Ma forse i delfini non capiscono il turco, come forse i beluga non capiscono il francese. La scena mi aveva talmente colpito che l'ho messa nel mio romanzo "Un amore innocente" (1988)…

Citazione da

Stupa dell'epoca Ming nel Sichuan

Stupa di epoca Ming 1

Stupa di epoca Ming tra Baima e Rangtang, quindi tra Qinghai e Sichuan, non so esattamente dove (i confini tra le province non sono dipinti sul suolo). Luglio 2009. Photo © Mario Biondi

Stupa di epoca Ming 2

Altri stupa di epoca Ming in Sichuan. Meglio conservati perché il loro monastero, il Dzamthang (Rangtang) Tsangwa è la principale sede monastica della tradizione Jonang nella zona. Tradizione che sta riemergendo con forza dopo qualche secolo di resistenza clandestina all'assimilazione forzata e dispersione da parte della tradizione Gelugpa (Dalai Lama). Sempre foto mia anche se risiede su Wikipedia.eng

A proposito di fake news (sui cinesi)…

(Febbraio 2020)
Leggere le accorate lamentazioni di questi giorni sui danni provocati in prospettiva dal ridursi del numero dei turisti CINESI che verranno in Italia mi riempie di inquieti (divertiti, sdegnati?) ricordi.

Autunno 2010, appena tornato dal mio secondo viaggio in Tibet (ottavo in Cina) con discesa in Nepal, a un pranzo in una bellissima villa su un laghetto varesotto, racconto della straordinaria (ripeto "straordinaria") Strada dell'Amicizia che in un lampo porta da 5000 metri a 1300. Chi me l'ha fatto fare!

La Strada dell'Amicizia


1) Un'assatanata ospite dei padroni di casa, mai vista prima e mai per fortuna rivista, si mette a urlare che sto mentendo, che quella strada è un tratturo, tenuto in condizioni vergognose dai sopraffattori cinesi per bloccare il Tibet. Ho un bel cercare di spiegarle che è vero: da Kathmandu al confine, in territorio nepalese, è un tratturo, perché evidentemente i poverissimi nepalesi hanno altre comprensibili priorità, ma dal confine di Kodari/Nyalam in su, fino a Lhasa e volendo a Pechino e Shanghai, è un biliardo, oltre che un molteplice miracolo di ingegneria. Niente da fare, sono il solito comunista accecato dall'ideologia e uno squallido mentitore al soldo della bieca Internazionale che mente sapendo di mentire. Tutti i commensali (tra di essi giornalisti e un ex proprietario di giornale) annuiscono convinti e mi guardano con espressioni di sdegnato rimprovero. Mai visto quella strada neanche al cinema, loro, ma amen.

2) Mi scappa di dire (di nuovo: chi me l'ha fatto fare!) che i cinesi che si possono permettere di viaggiare all'estero sono ormai valutati in 250 milioni (nel 2010), quindi da tenere d'occhio come potenziale per il nostro turismo.

Di nuovo, non lo avessi mai fatto. Vengo coperto di rinnovate, furibonde contumelie: sono accecato dall'ideologia, un falsario maoista (mai stato) eccetera. Ho capito che in quella casa di ex amici non sarò mai più invitato. Ci rimetto qualcosa? Io francamente no.

Chissà se adesso tutta quella strana gente, avida di fake news, si lamenta:

1) dell'esistenza appunto delle fake news

2) della presumibile diminuzione dell'afflusso di turisti cinesi in Italia, che magari affliggerà i LORO affari

Chi è il falsario?

Lago del Cielo (Nam Tso), Tibet Centrale


Lago Namtso visto dal Lakenla

Lago del Cielo (Nam Tso, Tengri Nur). Tibet Centrale, 4718 mt. Visto dal Passo Laken (Laken La), 5190 mt. (2013)

Quella notte ho fatto davvero fatica a dormire. Pareva che il cuore volesse scoppiare. Mi era già successo nelle notti trascorse anni prima a Maduo-Madoi, Qinghai, stessa altitudine circa, base di partenza per visitare la "sorgente" del Fiume Giallo. Che è poi anch'essa un lago, ma non endoreico (chiuso), quindi non salato. Gran bel posto anche quello

Elefanti e pazienza

Gli elefanti hanno la fama di essere animali pazienti. Guarda per esempio questa santa (addomesticata), che mi ha portato in giro per la giungla nepalese (Chitwan).

Elefante domestico in Nepal

O quest'altra (anche lei addomesticata), che bloccava pacificamente il traffico nelle stradine di Dacca (Bangladesh).

Elefante domestico a Dhaka

E a modo loro erano pazienti anche i due qui sotto, però selvatici, nel Terai Occidentale, Nepal. Nel senso che se ne stavano rintanati tutto il giorno a pazientare nell'ombra fitta della giungla e verso sera ne uscivano per attraversare il fiume in quasi secca, sfasciare i depositi, rubare il riso e terrorizzare il villaggio di gentilissimi e bellissimi Tharu dove mi trovavo nella pia illusione di avvistare la tigre (maggio 2016). Tutto il villaggio passava la notte a pestare su tamburi, lastre di ondulato e padelle nell'inutile speranza di spaventarli. Brutta roba. Un po' di paura, anche…

Elefant selvatici nel Terai

Quadri di Klee nel Qinghai (Cina)

Qinghai 2006

« Tutto attorno chilometri e chilometri di giallissimi campi di colza, coltivata in forma estensiva onde estrarre dalle radici olio per usi energetici: come commestibile è dannoso. Formano un magnifico patchwork cromatico con altri campi verdissimi, di orzo, componente fondamentale dell’alimentazione tibetana. L'insieme crea meravigliosi quadri di Klee per il sublime piacere gratuito dell’occhio… » (Qinghai, luglio 2006. Da Con il Buddha di Alessandro Magno)

Un ricordo di Jyekundo-Gyêgu, Yushu, Qinghai

Luogo mirabile (una dozzina di anni fa). Con il più immenso “Muro Mani”, ovvero accumulo di “Pietre Mani”, del mondo. Milioni di pietre votive con incisa o dipinta la formula “Om Mani Padmi Hum”.
Chissà se qualche "inviato", "corrispondente", blaterante guru falsificatore della dis-informazione internazionale ha mai fatto lo sforzo di andare fin laggiù.
È lontano, certo… E anche non molto comodo, ma… Om Mani Padme Hum…

Pietra Mani

La "maison des femmes" di Tamanrasset

— «Là, là» ripete l'algerino, sempre più animato, tirando fendenti nell'aria con il dito. Strizzo gli occhi per guardare meglio. Un vago bagliore. Una specie di fortino in mezzo alla sabbia. Tetraggine sconsolante.
— «Il bordello» spiega finalmente l'algerino con voce divenuta quasi sognante. «Le donne più belle di tutto il Sahara. Dove potete pensare di trovarne altre così interessanti? Così giovani? Autentiche rose del deserto. Siete mai stato in una "maison des femmes", in questo paese?» Avverto un terzo brivido, ancora più forte.
Potrebbe essere l'attacco scartato di uno degli inquietanti racconti di Paul Bowles. L'inizio di un capitolo apocrifo del "Tè nel deserto"…
(Invece viene da "Gule güle. Parti con un sorriso". Nella mia foto la "maison des femmes" di Tamanrasset, Hoggar, Algeria, agosto 1972, esattamente cinquanta anni fa… )

La maison_des_femmes di Tamanrasset

Giornata della Memoria


Io e papà nel 1943

Il 27 gennaio, sei mesi fa, è stata la giornata della Memoria. Ogni volta ripenso a questo foto, dove sono ripreso (presumibilmente da mia madre) con mio padre il 26 agosto 1943, in un posto terribile: Fossoli. Di lì a poco per migliaia di infelici ebrei quel luogo sarebbe diventato l’anticamera del campo di sterminio.

Si badi bene, noi NON siamo ebrei (non avrei niente in contrario ma non mi risulta). In quel momento Fossoli era un campo di concentramento italiano per prigionieri di guerra di lingua inglese o russa. Mio padre, soldato semplice, era stato messo lì un po’ per fare da interprete, ma soprattutto per tenerlo d’occhio, perché di lingua madre inglese e cresciuto a Londra, dove aveva ancora madre e due sorelle.

Di lì a qualche giorno, non so se lo stesso fatidico 8 settembre o poco dopo, gli è stato ingiunto di aderire alla repubblica di Salò. Lui ha rifiutato. Da carceriere si è ipso facto trasformato in carcerato. Rischiando quindi di partire per qualche campo “di lavoro” tedesco. E magari mia madre e io con lui.

È riuscito a scappare dal campo con alcuni prigionieri russi tagliando la rete, ci ha raggiunto e rocambolescamente portato fino a casa di suo padre, in provincia di Como, da dove, essendo un disertore e quindi passibile di fucilazione, si è rifugiato in Svizzera. (E non pare che gli svizzeri si siano comportati con quegli esuli meglio di quanto si stanno comportando certi luridi personaggi italiani nei confronti degli esuli di oggi.)

Quel terrificante viaggio in bicicletta e treno è il primo ricordo che porto inciso nella mente: avevo poco più di quattro anni. Soltanto un ricordo, che ho voluto aggiungere qui in questa giornata di vergogna universale in memoria dell’onestà e del coraggio di mio padre. Noi quattro Biondi non siamo MAI stati fascisti, io, unico rimasto, non lo sarò MAI!

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