Stacks Image p23344_n7714
I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Violetta
(1992 - Revisione 2000)

Quando, a Legnano, Violetta M* incontrò per la prima volta Alfredo B*, si sentì avvampare. Le girò letteralmente la testa. Se ne innamorò perdutamente. E – lo capì subito – per sempre. Iniziò con lui un lungo tormento di lettere segrete, di incontri furtivi, di sospirosi palpiti, di carezze prossime a essere lascive, di lacrime senza speranza. Un pomeriggio, nel salotto di una casa di lontani parenti, lasciata improvvidamente sola dalla più diletta compagna, arrivò a un filo dal perdere il fiore della purezza. A soli diciassette anni? Sarebbe stata una catastrofe.
Ma per gli occhi brucianti, per i capelli ondulati, per i baffi lisci e per le altre grazie virili del bell'Alfredo, Violetta avrebbe potuto fare qualsiasi cosa.
Le notizie buone non partono nemmeno. Quelle cattive, invece, arrivano sempre a destinazione con una tempestività ineluttabile. Quando fu convocata nel suo salottino da mamma Teresa, la coscienza tutt'altro che immacolata le disse immediatamente che c'era poco di buono da aspettarsi.
Una lunga predica, a base di prudenza, di contegno e di buon nome di famiglia. Alfredo B* era uno scapestrato. Un capo scarico, un giocatore, un individuo pericoloso che stava dissipando il patrimonio lasciatogli dai genitori. Un uomo di cui non fidarsi. Con cui non farsi assolutamente vedere in pubblico e con cui certamente non intrattenersi in privato. Una persona equivoca. Un gaudente. Un frequentatore di… di… Be', quando è necessario, non bisogna spaventarsi davanti alle espressioni più ardite: un frequentatore di… di donne poco oneste.
La mamma preferiva non dilungarsi in particolari tanto scabrosi, ma alla sua età era impossibile che Violetta non fosse al corrente dei pasticci in cui può incorrere una giovinetta, diciamo così, poco cauta, poco… E la brava Teresa – che in vita sua non era mai stata innamorata di nessuno e meno che mai di quell'Italo M* che le era stato fatto sposare per motivi di alleanza industriale – fu presa da un furibondo accesso di tosse.
Comunque: chiaro il discorso? Mettere una croce su questo Attila di un B* e amen. Altrimenti, un bel collegio sul Lago Maggiore, se non addirittura nel Vallese.
Una vita d'inferno, per la povera Violetta, ma non durò a lungo. Dopo neanche un mese la zona fu sconvolta dalla notizia che Alfredo B*, dopo una colossale perdita al gioco, aveva venduto il poco che gli rimaneva ed era partito. Per sempre? Così aveva dichiarato. Per dove. Mah. Oceania, Patagonia, Abissinia, chi poteva sapere? Di certo si sapeva soltanto che si era imbarcato su un bastimento a Genova, offrendo fiumi di champagne al piccolo corteo che lo aveva accompagnato. Tutte teste vuote come la sua. Perditempo. Buoni a nulla. Poetastri. Pittorucoli. Sciantose.
Violetta M* pianse tutte le lacrime di cui disponeva. Maledisse il momento in cui la sciocchissima compagna di chiacchiere, piombata nel salotto come un’oca delle più giulive per portare una torta (una torta!), le aveva impedito di passare a meno preliminari e più concrete vie di fatto, donando ad Alfredo B* il famoso fiore della purezza. Che cosa farsene, adesso che, ne era sicura, non avrebbe mai più avuto voglia di donarlo a nessuno? Sarebbe rimasto lì, tutto per lei, a riempirla di vampe di fuoco. Si chiuse in casa. Non uscì più. Non parlava con nessuno.
La mamma, pur vedendola deperire a vista d'occhio, tirò un'intera giaculatoria di sospiri di sollievo. Se non altro, adesso la ragazza era al sicuro. Con tutti i disastri che già si andavano profilando in quel 1880, ne mancava soltanto un altro. Nella bella casa dell’industriale tessile Italo M* le tazzinette benefiche e i rosari di ringraziamento assunsero un ritmo frenetico.
Ma tre anni più tardi, compiuti i vent'anni, la ragazza continuava a essere pallida. Sfuggente. Nervosa. Con certi calamai sotto gli occhi che la invecchiavano. Rimaneva sempre una gran bellezza, però intanto non solamente rimaneva nubile ma non era neanche promessa a nessuno. L'avveduta mamma si mise dunque in cerca. Per mormorii, per mezze frasi, per accenni. Prese a passare in rassegna tutto il bestiario maschile del circondario, insieme a sorelle, cugine, fedelissime amiche mute come tombe di famiglia di cui si sia persa la chiave.
Questo qui proprio no, non è abbastanza distinto: che cosa volete farmi venire in casa? Quello lì è brutto come il peccato: bisogna pensare anche alla faccia dei nipotini. No, no, è gente ariosa, venuta da fuori per non dire da chissà dove. Che cosa? Quel mangiapreti? Non ricordavano le care signore che due anni prima, nel giorno della Santa Pasqua, con la scusa di essersi rotto tutte e due le gambe cadendo da cavallo, ne aveva approfittato per non farsi vedere a messa? Sì, sì, soldi tanti, ma fatti come?
E sugli ignari candidati, uno dopo l'altro si abbatteva la mannaia della ripulsa. Però un marito per Violetta bisognava pur trovarlo.
Finché alla migliore amica della zia di una parente lontana venne un lampo di genio. La cugina Clementina, andata sposa a Giustino A*, dalle parti di Como. Quali A*? Ma sì, quei setaioli che qualche anno prima, durante una delle tante crisi del loro settore tessile, si erano dovuti aiutare facendogli avere un po' di lino da lavorare. Che fine poteva aver fatto, povera Clementina? Non si era quasi più vista. Comunque si sapeva che aveva un figlio in età da matrimonio e di sicuro non sposato, perché va bene che agli A* piaceva "stare sulle sue", ma almeno la partecipazione l'avrebbero mandata.
Un'interminabile quanto inesorabile reticolo di cugine prime seconde e terze, attraverso le piazzeforti di Cassano Magnago, Lonate Ceppino, Abbiate Guazzone, Oltrona San Mamete, Uggiate Trevano e Olgiate Comasco, provvide a un'accurata serie di velatissime indagini, da cui risultò che il giovanotto, di nome Plinio, era un bel ragazzo di ventotto anni abbondanti, sano e robusto, non troppo allegro e anzi con una certa tendenza alla pedanteria, molto apprezzato nel ramo seta, che mandava già avanti da solo la ditta di famiglia. Una perla di giovanotto. Situazione economica un po' esposta ma comunque di prim'ordine.
 
 
La barbaiada. Anche detta bavaresa. Una bella tazza calda di latte ben zuccherato con poca cioccolata. Dolce, leggera, digeribile. Un'usanza che Clementina M*, madre di Plinio, aveva portato con sé quando si era trasferita da Legnano nel castelletto di S*, vicino a Como, in veste di moglie di Giustino A*. Almeno una volta alla settimana le piaceva avere gente in casa. Il giovedì pomeriggio, dalle tre alle cinque. Per l'occasione faceva spolverare l'argenteria migliore e preparare una bella barbaiada con cui riscaldarsi conversando cicip e ciciàp del più e del meno.
In casa del cugino Italo M*, a Legnano, invece, insieme all'argenteria venne spolverata la parentela. Si escogitò di inviare in missione esplorativa in casa A* una fidata emissaria della mamma. E all'uopo si dovette fare in modo che a una delle famose barbagliate settimanali della signora Clementina chiedesse di poter intervenire una dama del contado setaiolo comense accompagnata da una cara amica di Legnano, sua temporanea ospite.
"Legnano?" chiese l'affabile Clementina alla presentazione. "Quindi siamo concittadine. Chissà che non si sia anche un po' parenti?"
Addentratesi di casata in casata, arrampicatesi di ramo in ramo in una fitta foresta di alberi genealogici, la parentela finì con l'essere esclusa. Però c'erano amicizie strettissime. Con la famiglia di Italo M*, per esempio.
"Ma guarda!" esclamò Clementina: di Italo M* era cugina prima. Gran bel giovanotto, ai tempi.
"Davvero?" cinguettò l'occhiuta dama legnanese con la più falsa delle finte sorprese.
E intanto faceva girare qua e là l'occhialetto, nella speranza di avvistare, se non questo benedetto Plinio in persona almeno un suo ritratto in cornice. Macché, niente. Però le notizie ricevute dall'amica comasca erano più che rassicuranti. E anche il tipo di casa – un gran bel castelletto –, l'arredo, l'argenteria, il servizio. E la seta! La seta! Dappertutto, in tutte le salse.
Relazionata con puntigliosità e precisione, mamma Teresa manifestò un improcrastinabile desiderio di visitare il lago di Como. Una voglia da giovane sposa incinta. Lì dove abitava, dichiarò, in mezzo alla brughiera, con l'arrivo dell'estate mancava l'aria. Un soffoco. Anche la povera Violetta, sempre così pallida, avrebbe sicuramente tratto giovamento da un cambiamento d'aria. Insomma, parla e parla, il bravo Italo M* diede il suo consenso, se non altro per togliersi dagli orecchi quell'inarrestabile cicaleccio.
"Bisogna avvertire i cugini A*", disse inopinatamente sua moglie.
I cugini A*? Chi se ne ricordava. Cugini come? Di quale grado? "Perché?" chiese lui, interdetto.
"Prima di tutto per educazione. Devono sapere che andiamo dalle loro parti. Poi perché nessuno più di loro può sapere dov'è conveniente che scendano, sul lago di Como, una signora con la figlia e la servitù."
Perché fare lunga una storia che doveva rivelarsi malinconicamente breve? Dopo non più di tre settimane, dall'albergo in "piazza del lago" dov'erano scese, Violetta M* fu invitata con la mamma a pranzo in casa A*. E lì conobbe Plinio. Non lo guardò quasi neanche. Non un brutto giovane, ma biondo, mentre Alfredo B* era scuro. Parlava poco, mentre quell'altro era un fuoco d'artificio di bon mot, di squisite espressioni all'ultima moda. Educato, certamente. Le aveva retto la seggiola con perfetto stile. E le aveva anche tenuto la mano con molta creanza. Ma quel contatto non aveva saputo suscitare il benché minimo brivido sulla sua pelle inaridita dal dolore per la perdita dell'impareggiabile Alfredo.
Come fosse successo che sei mesi più tardi Violetta arrivasse alla Torre del Gheppio in veste di sposa di Plinio, non avrebbe mai saputo spiegarlo a nessuno. Non lo sapeva nemmeno lei. La mamma le aveva fatto un bel discorso. L'amore è bello, aveva detto, ma tanto per cominciare bisognerebbe riservarlo alla gente per bene e non a un flagello di Dio come l'Alfredo B*. E poi non si può andare avanti a sospirare e piangere tutta la vita. Prima o poi, se proprio lo si vuole, questo benedetto amore lo si trova. E se non lo si trova lo si inventa. Così si comporta la gente per bene.
Oppure voleva finire monaca? Bastava parlare. La Lombardia era piena di conventi. Altrimenti c'era un'unica soluzione. Il matrimonio. E quel bravo Plinio, così educato, così posato, così ben messo quanto a sostanze…
Per il momento l'ostinata Violetta non aveva risposto niente. Puntato in avanti l'orgoglioso mento, aveva chiesto congedo. Chiusasi nella sua camera si era sciolta in pianto, il viso affondato nel guanciale. Poi si era alzata dal letto e, guardatasi nello specchio della pettineuse, si era trovata brutta. Che cos'avrebbe detto Alfredo se l'avesse vista in quel momento?
 
 
Nei quasi ventinove anni della sua vita, Plinio A* non aveva mai visto niente di così bello. Passato il tempo delle giovanili peregrinazioni in terra straniera, per i pensieri d'amore aveva creduto di non avere più tempo. Calori notturni che si potevano tenere benissimo a bada. Certi giovanili e pelosi incontri tra le frasche delle camporelle non li ricordava nemmeno più. Uno sfogo da maschio. Una cosa è zampillare come un animale, ansando a quattro zampe. Un'altra, del tutto diversa, innamorarsi.
E adesso gli sembrava di essersi scottato. Il contatto della sua mano con la pelle dell'affascinante cugina di Legnano, che per lei aveva significato tanto poco, per lui era invece stato come un'ustione. Inguaribile.
Ragazzo educato ma deciso, fu lui stesso a chiedere ai genitori se non ritenessero possibile un matrimonio. Era nell'età giusta. Dopo tanta fatica, la ditta di famiglia godeva di ottima salute. I telai battevano senza tregua. I debiti con i banchieri erano quasi completamente saldati. L'ultima rata sarebbe stata versata all'inizio dell'anno seguente. Che cosa aspettare ancora?
Papà Giustino, accomodante come sempre, si rimise alla decisione della moglie. Mamma Clementina, dal canto suo, espose tutti i dubbi che le si affollavano nella mente. Il suo femminile intuito aveva colto negli occhi della giovanissima cugina qualcosa che l'aveva lasciata perplessa. Un'ombra di inquietudine. E appena sotto gli occhi aveva visto due ombre scure che l'avevano preoccupata. Una maniera sfrontata di tenere lo sguardo fisso in quello dell'interlocutore, senza abbassarlo mai. Il suo povero figliolo, così bravo, così ingenuo, rischiava di andare incontro a un futuro di complicazioni.
Comunque, no, non poteva in nessun modo parlare così chiaro. Tra i diversi motivi di preoccupazione ce n'era però uno che poteva benissimo esporre anche con un vocabolario della massima castigatezza. Lo stretto rapporto di parentela. I due giovani erano cugini, per quanto lontani: il combinarsi di due tipi di sangue tanto simili rischiava di non produrre niente di buono. Esortò dunque il figlio a pensarci con molta attenzione.
Quella notte a Plinio parve di dormire non tra lenzuola di seta ma fatte di ortica, di robinia, di fuoco. Si rigirò interminabilmente, non riuscendo quasi mai a prendere sonno e disfacendo completamente il letto. Il cuore gli batteva come se volesse scoppiare. Le mani ardevano, polsi e fronte pulsavano come se dietro di essi fosse all'opera una vaporiera. Anche il fondo del ventre era in fiamme.
Quando si svegliò, richiamato come di consueto ai suoi doveri dal fischio della sirena dello stabilimento di famiglia, si trovò completamente nudo. La leggera coperta, le lenzuola e anche il cuscino erano per terra. Quando e perché, nel corso della notte, si fosse tolto il pigiama buttandolo sopra il mucchio dell'altra roba, non ricordava proprio. Sapeva di essere sporco, ma di un tipo di sporcizia a fior di pelle che sarebbe bastata poca acqua saponata a far scomparire.
Ormai ne era sicuro. In vita sua non avrebbe mai desiderato un'altra donna come desiderava in quel momento la bellissima Violetta. Era un uomo d'azione. Doveva agire. Agì.
 
 
Più o meno in quello stesso momento, nella suite di albergo che occupava con la madre, la giovane M* si stava guardando allo specchio. Quel giorno voleva essere bellissima. Si sentiva piena di uno sfrontato desiderio di essere maliziosa. Voleva uscire, fare una lunga e lenta passeggiata sul lungolago, fissare negli occhi, senza mai abbassare lo sguardo, i giovanotti seduti a prendere una bibita e a conversare davanti ai ritrovi eleganti.
Suonò il campanello per chiamare la cameriera privata che si erano portate dietro da casa. Voleva avvisare la madre del proprio desiderio di uscire. Sarebbe stata contenta, povera donna, sempre preoccupata della sua malinconia. Tornata a esaminare la propria immagine nello specchio, sporse le labbra in una smorfia sbarazzina. Se Alfredo se n'era andato, facendole male, si poteva sempre trovare un altro uomo a cui ricambiare il trattamento e fare pari.
Trovarlo esattamente uguale sarebbe stato impossibile, ma un buon succedaneo esisteva senz'altro. Tra i giovanotti comaschi e forestieri che aveva visto seduti ai tavolini dei ritrovi in riva al lago c'era sicuramente qualcuno pronto a cadere ai suoi piedi e a non rialzarsi mai più. Si era completamente dimenticata del cugino conosciuto il giorno prima.
Sentito bussare con lieve cortesia alla porta, andò ad aprire, convinta di vedere la cameriera. Si trovò invece davanti un fattorino dell'albergo che reggeva un bouquet di magnifiche rose. Trattenne a fatica un grido di sorpresa. Chi gliele mandava? L'ultima persona che potesse venirle in mente era il giovanotto che parlando con la madre indicava soltanto con l'espressione "il baco".
 
 
Invece i fiori li mandava proprio lui. E le cose andarono in fretta. Oltre che bellissima, Violetta era molto giovane. Poco più di vent'anni. E aveva questa sua testolina dura. Alle rose seguirono altri splendidi fiori, con cadenza giornaliera. Plinio A* non aveva esperienza di seduzione, ma si lasciò guidare dall'istinto, dal buon senso e dai fiorai.
Perché no? ragionò finalmente la giovane corteggiata. "Il baco" poteva andare bene come un altro. Disse di sì. La madre, al settimo cielo, la riportò a casa con la bella notizia.
Alle nozze, celebrate nell'autunno del 1883, intervenne il fiore dell'industria tessile lombarda. Gli Juker, i Bassetti, i Solbiati, i Centenari. Da Como arrivarono i Bernasconi, i Rosasco, i Frey. Da Olgiate i Boselli, da Mariano i Rutschi, da Fenegrò i Casnati, da Gravedona i Fossati, da Meda i Bertolotti, da Fino i Dolara, da Gerenzano i Musa e i Marzorati. Tutti, insomma.
Subito dopo i festeggiamenti Violetta si trasferì nel castelletto degli A*, che Plinio aveva fatto completamente rimodernare dal rinomato architetto Eugenio Linati. Una casa affascinante, inquietante, infinitamente più bella di quella dove la giovane sposa era cresciuta. Luminosissima, immersa nel verde, proiettata verso il cielo. Lussuosa, dotata di tutte le comodità moderne. Le piaceva moltissimo salire in totale solitudine nella stanzetta ricavata nel piano più alto della torretta e da lì, affacciata a una delle tre finestre, guardare i boschi e la cascatella. Uno spettacolo che, sommato alla solitudine, le sembrava la quintessenza del romanticismo da quattro soldi che letteralmente suggeva da certi romanzetti popolari di vasta rinomanza locale. La Monaca di Monza di Giovanni Rosini, per esempio. Lasco il bandito della Valsassina di Antonio Balbiani. Agata della Madonna del Monte di Ignazio Cantù. E soprattutto Abisso e riscatto dello stesso autore, anche se il finale le aveva lasciato l'amaro in bocca.
Quando non guardava il panorama dalla torretta, infatti, Violetta leggeva. Che altro si sarebbe potuto fare in quel paesetto dimenticato anche da Dio? Qualche riunione con gli amici del marito, in questa o quella casa, a parlare di seta e nient'altro. Qualche escursione sul lago, nella stagione buona. Lo spettacolo delle regate. I bucaneve, i mughetti, i ciclamini. Poco di più.
Plinio per fortuna si rivelò un amante appassionato e vigoroso. Persino più di quanto Violetta avrebbe osato sperare. Tanto che abbastanza presto, agli inizi del 1885, ad allietare la casa arrivò il primogenito. Una cosina buona buona, che ciucciava la tetta della nutrice con due occhioni sgranati, senza disturbare mai.
A poco a poco il bambino divenne tutta la sua compagnia. Tenera, dapprima, ma sempre più noiosa con il passare del tempo. La mamma era ancora tanto giovane. A ventitré anni, come avrebbe potuto capire fino in fondo che differenza ci fosse tra un bambolotto e un bambino?
E Plinio non c'era mai. Sempre allo stabilimento. O a Como. O in viaggio. In giro a studiare l'istallazione di una tintoria che potesse competere con le più moderne d'Europa.
A poco a poco il senso di solitudine prese il sopravvento. Che la Manifattura Fermo A* divenisse sempre più fiorente, a lei importava poco o niente. Era venuta fino a lì illudendosi di vendicarsi degli uomini. Invece aveva finito con il chiudersi da sola in una trappola dalla quale temeva che non si sarebbe liberata mai più.
Agli abbracci focosi del marito, a poco a poco arrivò a corrispondere soltanto perché non riusciva a resistere all'attrazione fisica che sapevano esercitare su di lei. Ma dopo la nascita, nel 1889, della secondogenita, cessò di corrispondere. Qualcosa, dentro di lei, si era raffreddato. Il corpo del marito non l'attraeva più. Prese lentamente ad appassire. Non parlava quasi. E poco come lei parlavano i due bambini. Due cosette malinconiche che guardavano il mondo con sguardo fisso. Qualcosa, nelle loro piccole menti, non funzionava a dovere. Ma né il padre, preso com'era nella costruzione del suo impero industriale, né la madre, colpita da una forma apparentemente inguaribile di depressione, erano in grado di accorgersene.
Insieme a Violetta e ai bambini intristiva anche Plinio. Non sapeva che cosa fare. Nella sua mente si agitavano domande completamente nuove. Perché il sorriso può sparire così d'improvviso dalle labbra di una donna? Perché sua moglie non parlava quasi più? Perché, quando si coricavano, non si lasciava accostare? Usò tutte le armi messe a sua disposizione dal buon senso. Provò con le parole, provò con le carezze, provò con regali sempre più costosi, esotici, preziosi. Niente. Immerso com'era nella problematica delle sue intraprese industriali, il giovane sposo non riusciva a capire quanto fosse grave la situazione, né tanto meno a porvi rimedio.
Quando, agli inizi del 1895, d'improvviso si trovò di fianco una Violetta che continuava a respingere i suoi approcci amorosi ma che se non altro era tornata a ridere e a cantare, tirò un sospiro di sollievo. La maledizione era finita. Le cose stavano tornando come una volta. Era soltanto questione di avere pazienza. Fu con questa nuova fiducia in cuore che partì ancora una volta per uno dei suoi viaggi di lavoro.
Quando tornò, non la trovò più. Violetta se n'era andata. Chissà dove. Per sempre. Non aveva preso con sé quasi niente. Pochissimi abiti, poca biancheria, soltanto i gioielli che aveva portato in dote. Sul ripiano della pettineuse aveva lasciato un anello che Plinio riconobbe con un doloroso tuffo al cuore. Il gioiello che una dozzina di anni prima aveva commissionato lui stesso, assistito dalla madre, per il fidanzamento. Era posato su un elegante fazzoletto che per lui rimase sempre un enigma. Portava ricamate le iniziali A. B.
Una cifra che invece fece battere tumultuosamente il cuore a mamma M*. L'intrigante madre di Violetta fu l'unica a capire. Aveva sempre temuto che in un modo o nell'altro le cose potessero andare a finire in quel modo, e così era stato. Purtroppo, però, un decennio più tardi, non ebbe occasione di ascoltare il racconto di un commerciante lombardo di tessuti che, tornato dall'Argentina dov'era andato a comperare lana, riferì di aver assistito da un palco del teatro Colon di Buenos Aires a un'opera. Non era un amante della lirica: ci era andato soltanto per non offendere i cortesi ospiti da cui era stato invitato. Avrebbe dormito tutto il tempo, se nel palco di fronte al suo non avesse fatto sfoggio di sé un'affascinante dama che gli fu spiegato essere la moglie (anzi, "la concubina") dell'impresario teatrale. Un italiano, il signor Alfredo B*, non lo conosceva?
"Figuratevi un po'. Quella testa matta dell'Alfredo B*", concluse il narratore, ridendo. "Ridiventato ricco. Niente meno che impresario teatrale con grandissimo successo in tutte le Americhe." Quanto all'affascinante signora, osservatala ripetutamente e a lungo con il binocolo da teatro, avrebbe giurato di averla già vista. Ma quando? Ma dove? No. Si sbagliava certamente.
Il racconto lo sentì invece Plinio A*, che però non seppe trarne alcuna conclusione. Di Alfredo B* non sapeva niente. Quindi al racconto dell'ignaro commerciante, fatto durante una cena di gala al Casino Sociale di Como, non fece alcun caso. Gli interessò molto più apprendere che a New York, durante il viaggio di ritorno, l'uomo era stato invitato da un personaggio della cerchia dei magnati Rockefeller fino in un parco del remoto e verde Bronx, dove gli era stato fatto visitare un'apprezzato monumento proveniente proprio da Como. Una fontana realizzata dallo scultore Catella per la Piazza Cavour di quella città, e poi da lì sfrattata a furor di popolo perché vi si vedevano un po' di tette in marmo e qualche pistolino di putto che spandeva acqua al vento. L'opera rifiutata dall'astuto popolo comense era finita a New York, comperata dalla famiglia Rockefeller per tremilacinquecento lire di allora. "La fontana dell'oca", la chiamavano, perché in vetta c'era un cigno grasso. Di lire, al conte Mondolfo che l'aveva regalata, ne era costate venticinquemila, una più una meno.
L'inconsolabile Plinio si concesse soltanto un sorriso amaro. Era affiorata una lontanissima memoria di tempi felici. Uno di quei pistolini al vento, essendo quel giorno Como presa d'infilata da un Tivàn piuttosto robusto, lo aveva irrorato in faccia e sulla giacca mentre, pieno di emozione, passeggiando nervosamente per la Piazza Cavour, aspettava di conoscere il risultato dell'invio delle sue prime rose alla capricciosa Violetta. Poveretto: quella pisciatina di putto l'aveva considerata di buon auspicio.
 
Questo testo faceva originariamente parte del romanzo Due bellissime signore, ma l'ho tagliato quasi completamente dalla versione finale. Di recente, facendo pulizia nei miei archivi, l'ho ritrovato e lo ripropongo qui, un po' modificato. [M. B.]
 
© Mario Biondi
Stacks Image p23346_n7714
Slide copertine