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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Susan
(1991, rifatto 1998)

Susan Mandel lasciò scivolare a terra anche la sottoveste, rimanendo nuda. Era la prima volta che lo faceva davanti a un uomo. Ebbe un tremito. Istintivamente le mani corsero a recuperare l’indumento, a proteggersi in un ultimo soprassalto di pudore. Ma ormai aveva deciso. Fatta nuovamente cadere la sottoveste si lasciò guardare. Marcus la aspettava, allungato sul letto. Lei sorrise, incantata. Era vergine. Le era capitato di vedere qualche corpo maschile nudo, e di rimanerne turbata, ma non ne aveva mai visto uno pronto all’amore fisico.
Lui tese le braccia per chiamarla a sé. Prima di avvicinarsi, Susan lo guardò ancora a lungo. Era così che desiderava vederlo. Sulla sua pelle quasi adolescenziale non si vedeva la minima traccia dell’inferno in cui era precipitato, della tremenda odissea che aveva vissuto. Un’odissea che nella parte terminale avevano vissuto insieme, e da cui lei lo aveva aiutato a uscire. Povero Marcus. Un bambino tornato a vivere all’età di venticinque anni. Adesso che si fidava di lui poteva concedergli ciò che prima non si sentiva sicura di potergli regalare. Ciò che del resto lui stesso non era stato in grado di chiederle.
Lo aveva trovato una sera di qualche mese prima. Letteralmente "trovato". Steso per terra nel vialetto del giardino interno del lussuoso palazzo in cui Susan abitava, in Park Avenue angolo Ottantesima. Le braccia spalancate, gli occhi chiusi: nella scarsa luce che arrivava dai lampioni della strada sembrava morto. In croce.
Lei non aveva saputo trattenere un grido di spavento, ma chi avrebbe potuto sentirla? Il portiere notturno era stato eliminato da tempo, sostituito da un complicato sistema di telecomandi e telecamere; gli abitanti di quella pretenziosa abitazione di Manhattan erano in vacanza, oppure chiusi dietro i vetri tripli delle loro finestre, nel ronzio dei condizionatori.
Si era imposta la calma. Si era chinata sul corpo esanime, lo aveva faticosamente fatto girare su se stesso. Un ragazzo. Gli aveva preso il polso, infilando le dita sotto la maglietta a manica lunga che nonostante il caldo arrivava a coprire metà della mano. Con immenso sollievo aveva sentito che era vivo.
Lui aveva aperto gli occhi. Era terreo. «Sto male», aveva mormorato.
«Che cos’hai?» gli aveva chiesto.
Lui non aveva risposto, tornando a chiudere gli occhi.
«Ti porto al pronto soccorso», aveva immediatamente ripreso lei.
No, aveva fatto cenno lui con la testa. No, aveva ripetuto, torcendosi in quello che le era sembrato uno spasimo di dolore. Che cosa poteva fare? Rientrare in casa non era possibile. Era appena scappata per sfuggire alle attenzioni di un uomo orribile.
«Portami a casa mia, per favore», aveva detto il ragazzo con un filo di voce.
Il cervello di Susan si era messo a lavorare velocissimo. In quel palazzo lei praticamente non viveva più da qualche anno, da quando, piuttosto che vedere sua madre ridursi alla totale rovina morale e psichica per colpa di un uomo, aveva preferito tornare a chiudersi nel collegio svizzero dove era stata mandata a studiare qualche anno prima, mettere fra loro tutto un oceano.
Ma la mamma adesso per fortuna era lontana, nascosta a curarsi in una clinica in mezzo al verde, nel Maine, e in garage doveva esserci ancora la sua automobile. Susan era arrivata dalla Svizzera soltanto quel pomeriggio proprio per andarla a trovare.
«Vieni», aveva detto al ragazzo, recuperando istantaneamente tutta la determinazione di cui sapeva disporre all’occorrenza. «Ce la fai ad alzarti?»
Il ragazzo aveva annuito, mettendosi faticosamente in piedi. Avevano raggiunto l’ascensore che portava nei box sotterranei, erano scesi. L’auto della mamma era al suo posto, con le chiavi nel cruscotto, il telecomando dei tre cancelli abbandonato sul sedile di destra. C’era soltanto da sperare che non mancasse la benzina. Non mancava.
Il motore era evidentemente fermo da molto tempo, ma dopo un paio di tentativi si era messo in moto. Erano partiti. Lui era tornato a chiudere gli occhi. Stava immobile, abbandonato sul sedile. Ma dopo qualche istante l’aria della sera era parsa rianimarlo un po’.
«Dove abiti?» gli aveva chiesto lei. Lui glielo aveva spiegato. Trovare l’indirizzo non era stato facile. Susan mancava da troppo tempo da New York. Inoltre, nella zona dei dock sullo Hudson non si era mai avventurata. Non era certamente un posto per signorine di buona famiglia. Ma alla fine erano arrivati. Un edificio apparentemente abbandonato, basso, sgangherato. Un ex magazzino, forse, o un vecchio ricovero per barche.
Lei aveva spento il motore ed era corso ad aiutarlo a smontare. «Ce la fai?» gli aveva chiesto.
Aiutami, aveva implorato lo sguardo del ragazzo.
E lei lo aveva aiutato. Si era fatta passare attorno al collo il suo braccio destro, lo aveva sorretto fino al portoncino metallico chiuso con un lucchetto, gli aveva frugato in tasca in cerca delle chiavi, aveva aperto.
Il portoncino dava su uno stanzone invaso da un forte odore di solvente, completamente buio. Fattasi aiutare a cercare l’interruttore si era trovata davanti lo stesso locale in cui si trovava adesso. Ma quanto diverso. Uno spettacolo desolante. Un disordine spaventevole. Un bailamme di tele, colori, pennelli, stracci, bottiglie di liquore vuote, lattine di birra ammaccate. In un angolo, un lavandino dal cui rubinetto colava un filo d’acqua che aveva tracciato una larga riga verdastra, sudicia. Davanti all’unico finestrone, spalancato sul fiume, un divanetto sfondato.
Lo aveva sorretto fino a lì. Lui vi si era lasciato cadere di schianto. «Acqua», aveva invocato con un filo di voce.
Lei era corsa al lavandino, aveva riempito un bicchiere talmente incrostato da fare orrore. Impossibile cercare di pulirlo. Glielo aveva portato quasi correndo. Lui aveva bevuto avidamente. Era madido di un sudore viscido, gelato, verdastro. Soltanto in quel momento lei si era resa conto che sotto quella tremenda maschera di sofferenza si nascondeva un viso molto bello, sensibile, dolce.
Nonostante lo squallore dell’ambiente e di tutta la zona circostante, non aveva pensato nemmeno per un attimo che stava forse correndo qualche rischio. Davanti a lei c’era una persona che aveva bisogno di aiuto, e questo prevaleva su ogni altra considerazione.
«Come stai?» gli aveva chiesto.
Lui non aveva risposto, scuotendo la testa con gli occhi chiusi, il viso distorto da una smorfia di sofferenza.
«Ma che cos’hai?»
«Non capisci? In che mondo vivi?» aveva allora urlato lui con un’energia del tutto imprevedibile, molto simile, aveva pensato Susan, alla forza della disperazione. No, non aveva capito.
«Dammi una mano», l’aveva implorata lui, cercando disperatamente di togliersi l’incongrua, pesante, lurida maglietta di cotone. Lei lo aveva aiutato. E quando l’indumento era stato a metà, rivelando parte dello scheletrico torso e delle braccia, in un lampo di intuizione Susan aveva finalmente capito.
L’austero istituto L’Hirondelle dove viveva chiusa da più di quattro anni era una virginale oasi di pace in cui le cronache del mondo filtravano soltanto dopo essere state sottoposte a severissima censura dalle ossute signorine svizzere che lo governavano. Ma comunque vi filtravano. E lei aveva capito.
Aveva davanti a sé un giovane uomo che stava per essere distrutto dalla droga. Piaghe, lividi, sangue, pus. Aveva dovuto farsi forza per resistere, per rimanere lì, per vincere la nausea, l’impulso a scappare. Aperta la borsetta, ne aveva tolto il fazzoletto pulito che per fortuna vi aveva messo prima di uscire. Lo aveva intriso d’acqua. Quindi, con infinita dolcezza, aveva preso a detergergli il viso dal sudore.
Era cominciato così quello che, nella sua innocenza, mai Susan avrebbe potuto immaginare sarebbe diventato un grande, devastante amore.
 
 
 
Era rimasta in quel capannone con Marcus, anche se secondo le sue intenzioni sarebbe dovuta ripartire al più presto da New York, dopo avere preso da un nascondiglio segreto un oggetto che sua madre l’aveva implorata di recuperare prima che cadesse nelle mani del terribile individuo che occupava la loro casa.
Benito Colleoni, detto Duke, proprietario della Rising Sun Import. L’uomo che si era messo alle calcagna di sua madre approfittando della tremenda crisi psicofisica in cui era precipitata dopo la morte violenta del marito per mano di un rapinatore. Si era intrufolato in casa loro e non se n’era andato mai più, riuscendo anzi a fare in modo che fossero loro due a scappare.
Lei chiusa nel collegio svizzero, in attesa del diploma, e sua madre in giro per il mondo, in una crescente spirale di follia da cui nessun medico e nessuna medicina sembrava in grado di farla recedere. Duke era un uomo enorme, flaccido, viscido, di cui Susan aveva orrore e dalle cui immonde attenzioni stava fuggendo proprio nel momento in cui aveva trovato Marcus.
Era rimasta lì sullo Hudson, in quell’alloggio improvvisato, insieme al ragazzo. Sapeva perfettamente che nessuno l’avrebbe cercata, né lì né altrove. Non di sicuro il ripugnante personaggio che aveva invaso la sua casa. Era libera. Dal padre ucciso aveva ereditato fin troppo denaro.
La vita a due si era avviata faticosamente, aveva trovato un suo delicato equilibrio, si era assestata. Susan non aveva mai perso d’occhio Marcus, nemmeno per un istante. Per lui aveva rinunciato al sonno.
A poco a poco il grande stanzone in cui si trovavano adesso aveva cominciato ad assumere un nuovo aspetto. Ripulirlo, farlo diventare veramente abitabile era stata un’impresa estenuante, ma a poco a poco c’era riuscita. E lui, dopo essere stato a osservarla per giorni con aria assente, come spogliato di qualsiasi interesse, a poco a poco aveva cominciato a collaborare, dando di piglio a scope e strofinacci e mettendosi a lavorare al suo fianco.
Era arrivato qualche mobile nuovo, un letto al posto del divanetto sfondato, una tenda per il finestrone, un po’ di stoviglie. Susan aveva messo a profitto le nozioni di economia domestica inculcatele dalle signorine dell’Hirondelle.
Piano piano Marcus aveva ricominciato a mangiare. E poi anche a dipingere. Grandi tele di allucinante bellezza che nascevano sotto i suoi pennelli in un’infinitesimale vibrazione di colori. A poco a poco le piaghe del corpo si erano cicatrizzate. La vita aveva ricominciato a scorrergli nelle vene. Anche la terribile ferita che portava nell’intimo sembrava avviata a risanarsi.
Si erano detto tutto. Chi erano, da dove venivano, dove aspiravano ad arrivare. Lui, sognante, era venuto dal remoto Oregon per diventare un grande pittore, lei era ancora fermamente decisa a laurearsi in scienze economiche a Harvard, come il mito che per lei era stato il padre. Scriveva poesie, di nascosto, in un suo quadernetto segreto, ma non lo avrebbe mai confessato a nessuno.
Due sole cose non si erano detti. Perché quella sera lui fosse in quel giardino. E perché lei stesse uscendo in preda al panico da quell’abitazione di sterminato lusso. Due particolari che sembravano essere tabù per timidezza, per riservatezza, per rispetto reciproco. Erano entrambi consapevoli che un giorno se lo sarebbero detto, ma quando potesse arrivare quel giorno non sapevano.
Quanto tempo fosse passato da quel primo incontro, forse non lo ricordavano nemmeno più. Erano lì, nient’altro importava. E, soprattutto, arrivati a questo punto lei si sentiva sicura. Lo aveva completamente recuperato. Marcus l’amava, non sarebbe mai più ricaduto nella ragnatela della droga. Con lei aveva reimparato ad amare anche la vita.
Fecero l’amore con la goffa, dolce tempestosità dell’imperizia. Per lei era la prima volta. Lui sembrava non aver ancora imparato il ruolo del maschio. Quando fu finito, rimasero allungati fianco a fianco, tenendosi per mano, svegli, finché lei lo sentì rilassarsi. Voltatasi di lato a guardarlo, vide che aveva gli occhi chiusi. La respirazione era regolare, quasi impercettibile.
Alzatasi dal letto, Susan andò a fare una doccia. Non aveva preso nessuna precauzione. Ma non temeva niente. Se da Marcus avesse avuto un figlio, lo avrebbe considerato uno straordinario regalo. Infilata una vestaglia sul corpo nudo, si sedette su una delle vecchie poltrone a guardarlo. Un bambino che dormiva sereno.
Chiuse gli occhi, sorridendo. Ripensò alle cose indecenti che si dicevano tra loro ragazze, in collegio. Ai sogni sfrenati che qualcuna non si vergognava di raccontare. Una di loro ogni notte sognava di vedere un ragazzo in piedi sopra di sé. Ne vedeva soltanto i piedi, raccontava, calzati di scarpe da ginnastica, la faccia e… E tutto quello che forse non sapeva nemmeno esattamente come fosse fatto. Chi aveva mai visto un uomo veramente nudo, nel casto collegio femminile denominato L’Hirondelle? Fantasie da fanciulle in fiore.
Susan si riscosse. Vivendo con Marcus era tornata un po’ bambina. Lo guardò ancora una volta. Gli occhi erano serrati, le mani abbandonate lungo i fianchi. Continuava a dormire. Non si sarebbe mosso da lì. E comunque ormai poteva fidarsi di lui. Poteva lasciarlo solo.
Per la quiete mentale della mamma era assolutamente indispensabile che recuperasse il gioiello, anche se ciò avrebbe significato esporsi ancora una volta al rischio delle attenzioni di quell’individuo infame, che evidentemente nessun avvocato e nessuna legge sarebbero mai riusciti ad allontanare da casa loro. Quando Marcus riaprì gli occhi, se n’era andata.
 
 
 
Susan lasciò l’auto davanti a un parchimetro, senza scendere nel box. Voleva fare in fretta, allontanarsi da lì il più presto possibile. Le sembrava che in quella zona tutti la seguissero con lo sguardo, la tenessero d’occhio facendo finta di essere presi nelle loro occupazioni.
Prese l’ascensore di servizio, sperando in quel modo di evitare Duke. Durante il breve tragitto pregò tutti i santi di assisterla, che l’orribile individuo fosse fuori casa, chissà dove. Morto, persino.
Invece no, eccolo lì, appena oltre la porta dell’ascensore, quasi la stesse aspettando. «Susan», esclamò. «Ben tornata. Dove sei stata? Cominciavo a preoccuparmi.»
E le tese una mano enfia, sul cui dorso i peli tracciavano una sorta di disegno oscuro, minaccioso. La mano di uno scimmione.
«Ciao Duke», tagliò corto lei senza stringerla. «Non voglio disturbarti. Me ne vado subito. Devo soltanto prendere una cosa… alcuni libri che mi servono.»
«Questa è casa tua», replicò Duke. «Sei la padrona. Ma non raccontarmi bugie. Io so tutto, quindi so anche che cosa stai cercando. È un oggetto molto importante per tua madre, ma lo è anche per me. Non dimenticare che sono stato io a recuperarlo, quando è stato rapinato a tua madre. Dov’è?»
«No, io non…», riuscì soltanto a balbettare Susan.
Duke le aveva tagliato la strada, appoggiando una mano alla parete e impedendole il passaggio nel corridoio.
«Non continuare a mentire, Susan. È inutile. Quand’è che diventiamo amici?» chiese. «Non la smetterai mai di tenermi il broncio? Lo sai che posso essere un amico molto utile. E sai anche che mi piaci.» L’altra mano di Duke le si avvicinò nell’atto di una carezza.
Con un profondo senso di orrore lei gli diede uno spintone, scappando verso la sua camera. Per tutto il corridoio, finché non si fu chiusa a chiave la porta dietro le spalle, avvertì i suoi occhi sulla pelle nuda delle spalle. Si sentì insudiciata, violata da quello sguardo torbido che sapeva carico di libidine.
Gliel’aveva vista negli occhi mentre la bloccava in quel modo nel corridoio, nel vibrare della vena sul dorso della mano. Gliel’aveva sentita nel calore dell’alito. Rabbrividì, ma si impose la calma. Per recuperare il gioiello doveva uscire di nuovo dalla camera e raggiungere quella della madre. Come non farsi vedere?
Il gioiello non era nascosto nella cassaforte. La combinazione, il punto in cui premere per far spostare il pannello segreto, li sapeva a memoria. Ma li sapeva anche Duke, quindi sua madre aveva scelto un altro nascondiglio, introvabile da chiunque non lo conoscesse. Sarebbero bastati pochi istanti. Ma quando? Sentiva Duke camminare avanti e indietro come un carceriere al di là della porta. Era in trappola. Si lasciò cadere sul letto, ficcandosi le unghie nei palmi delle mani per non mettersi a urlare.
Quando riprese coscienza di se stessa non sapeva quanto tempo potesse essere passato. Era stata riscossa da una furiosa scampanellata alla porta d’ingresso, seguita dai passi del carceriere che si allontanavano frettolosamente.
Non stette a pensare nemmeno un istante. Corse fuori e si precipitò in quello che era stato lo studio del nonno, morto prima che lei nascesse, e poi di suo padre. Chiusasi la porta alle spalle con il chiavistello, si fermò un istante a guardare la bella foto posata sulla scrivania nella sua cornice di radica. Sua madre e suo padre nei giorni felici; bellissimi, elegantissimi, ritratti dal famoso fotografo Marcello. Tragicamente morto anche lui, pochissimi giorni dopo suo padre.
Trattenendo un moto di disperazione, Susan fece scorrere le dita sui dorsi dei libri antichi in fila nello scaffale che riempiva tutta la parete di fianco alla scrivania, incontrò la gobba che cercava, appena sporgente. Estrasse il pesante volume, lo aprì. Era un libro finto. Nelle pagine interne era stata tagliata una nicchia rettangolare, di cui nessuno avrebbe mai potuto sospettare l’esistenza.
Le dita tremavano, sembravano incapaci di muoversi. Il gioiello era lì, antico, esotico, splendido: il regalo di suo padre a sua madre agli inizi della loro passione. Si diceva che più di un secolo prima fosse stato il dono di un sultano ottomano a una sua favorita.
Insieme al gioiello, nella nicchia era chiusa una minuscola pistola dal calcio intarsiato di madreperla, un oggetto che non aveva mai visto. Susan si sentì riempire gli occhi di lacrime. Nel suo stato di alterazione mentale la madre aveva forse meditato il suicidio.
Ma non era il momento di perdersi in angosce. Doveva agire, scappare. Nascose il gioiello sotto il vestito, appuntandolo sul bustino. Quindi, come in trance, afferrò la pistola. Fece girare il chiavistello e si precipitò verso l’ascensore di servizio, implorando i santi che fino ad allora l’avevano protetta.
Venne protetta ancora. Nel corridoio non c’era nessuno. La porta dell’ascensore di servizio era lì, a pochi metri da lei, aperta. Ma spalancata era anche la grande portiera scorrevole che dava sul soggiorno. Credette di avere un’allucinazione. Erano lì, tutti e due, Duke e Marcus, uno davanti all’altro, riflessi nelle vetrate che facevano da parete di fondo. Parlavano fittamente, anche se non sentiva che cosa si stessero dicendo.
Marcus aveva in mano un fascio di banconote. I soldi che quel mattino erano andati insieme a ritirare in banca e che avrebbero dovuto usare il giorno dopo per andare nel Maine, dalla madre di Susan. Perché era lì? Che cosa stava facendo? Le domande sembrarono riverberate all’infinito da un mostruoso diapason. Susan si sentì invadere la testa da un frastuono terribile. Che cosa stavano facendo?
Duke teneva in mano un sacchetto bianco, oblungo, gonfio. Lo porgeva a Marcus. Presi i soldi, diede una pacca sulla spalla al ragazzo e scoppiò in una risata disgustosa. Susan si precipitò in avanti, inciampando nel tappeto, cadendo rovinosamente e trascinando con sé nella caduta la colonnina del vaso cinese. Un frastuono spaventoso che andò a mescolarsi a quello che già le squassava la mente, coprendo ogni altro suono.
 
 
 
Ronzio di ascensori, sbattere di porte, passi, voci. Marcus rimase immobile, lo sguardo fisso, le mani lungo i fianchi. Voltatosi seguendo il suo sguardo, Duke lanciò un grido furibondo, una sequela di imprecazioni, estraendo una pistola da sotto la giacca e scagliandosi verso di lei. Susan se lo vide venire addosso. Fu presa da una calma profonda.
Alzò la destra, premette il grilletto. Non poteva fare altro. Un nuovo frastuono, secco, andò ad aggiungersi a tutti gli altri. Duke si fermò di botto, spalancando gli occhi in un’espressione terribile. Si portò la mano alla coscia, cadde in ginocchio, crollò sul pavimento. Lei non lo guardò nemmeno. Si avventò su Marcus gli strappò di mano il sacchetto, lo gettò lontano. Quindi lo strinse disperatamente tra le braccia. Lo sentì piangere. Scoppiò a sua volta in lacrime.
Si sentì toccare leggermente su una spalla. «Signorina», disse una voce maschile, ferma, risoluta. «Si calmi, signorina, non è niente.»
Si voltò. Vide davanti a sé un uomo biondo, alto, dalla mascella volitiva, con il cappello in testa nonostante la stagione. Tutta la casa sembrava invasa da uomini. Parte in borghese, parte in divisa. Armati.
«Chi è lei?» chiese Susan con voce tremante. Non capiva più niente.
«Ispettore Krupke», rispose l’altro esibendo la placca di riconoscimento. «Squadra narcotici. Per fortuna siamo arrivati in tempo. Erano anni che lo tenevamo d’occhio, l’intraprendente signor Benito Colleoni, alias Beni Kolliàn. Un fior di farabutto. Un mafioso. Un ricattatore. Un riciclatore di denaro sporco. Un commerciante di droga in grande stile, altro che Rising Sun Import. Ma adesso è scivolato su una buccia di banana e lo abbiamo in mano. Lo abbiamo colto con le mani nel sacco. Anzi, nel sacchetto. Di eroina. Ed è stata lei, signorina, a consentircelo, proprio lei, dimenticandosi di chiudersi un cancello alle spalle quando è entrata.»
«L’ho ucciso», mormorò Susan con una voce che sembrava non poter smettere di tremare. Un’affermazione più che una domanda.
«Con quel giocattolo?» esclamò il poliziotto, sorridendo. «Macché. Non sarebbe riuscita a uccidere nemmeno una mosca. È una pistola finta da difesa. No, signorina, sono stati i miei uomini a sparare, per evitare guai peggiori, ma avevano ordine di non fargli troppo male. A noi il sedicente signor Kolliàn serve vivo. Ha troppe cose da raccontarci. E dobbiamo fargliene pagare parecchie.
«Quanto a lui», concluse voltandosi con occhio severo a guardare Marcus, «lo porti lontano da qui. Subito. Prima che io cambi idea. Farò finta di non averlo visto. È già stato fin troppo fortunato.»
 
© Mario Biondi
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