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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Lo stiletto dell'East River
(1991, rifatto 1998)

Un chiodo fisso. Un dolore piantato al centro del cervello. Molto più di un’emicrania: un tormento intollerabile, giorno e notte, anche in sogno. Norman Mandel si rigirava nel letto king size del lussuoso loft dell’East Village dove si era ritirato a vivere da solo, in attesa della soluzione dei suoi problemi. Anzi, del problema, l’unico.
Quindici anni prima, il suo era stato un matrimonio magnifico. Un evento che aveva richiamato l’attenzione spasmodica dei più noti columnist della stampa mondana, dei più famosi fotografi, che avevano mendicato un invito. Tra gli altri, fisico atletico, sguardo bruciante, un giovanissimo italiano, Marcello. Ancora agli albori della carriera ma destinato a fare molta strada. Le foto più belle di quelle nozze le aveva senza dubbio scattate lui. Erano diventati buoni amici. Quando Norman passava per Milano non mancava mai di farsi invitare a cena da lui. E se invece era Marcello a venire a New York, sia sua moglie sia lui lo volevano ospite fisso in casa loro.
Ma che cosa c’entrava Marcello? Perché questo divagare forsennato dei pensieri?
Il matrimonio, già. Un evento sensazionale. Lui, Norman Mandel, giovane manager rampante di una poderosa holding. Lei, la ancor più giovane proprietaria del gruppo finanziario, orfana di entrambi i genitori che l’avevano lasciata a presiedere l’azienda di famiglia. Insieme al matrimonio, per lui era arrivata la carica di direttore generale. Quella di presidente l’aveva conservata lei. Soltanto di nome, però, si era mormorato a Wall Street. A comandare effettivamente era lui, Norman Mandel.
Erano eleganti, brillanti, gorgeous. A capo di un impero. Il sontuoso appartamento sulla Fifth Avenue, al numero 980, era diventato in breve tempo uno dei must della New York che alimenta le riviste patinate. Norman non avrebbe più saputo dire quanti servizi sulla loro casa e le loro persone fossero usciti su Vogue, Vanity Fair, Esquire, GQ e via enumerando. Le foto di molti di essi portavano il copy dell’italiano Marcello.
Tutto ciò molti anni prima. Ma un giorno aveva dovuto scoprire di aver sposato una donna capace di giocare con i sentimenti come il gatto con il topo. Una donna di ferro. Una donna con la corazza.
Al punto da fargli temere che avesse qualche irresolubile problema psichico. Per esempio, l’orribile gelosia che da un certo punto in poi aveva cominciato a manifestare nei confronti della loro unica figlia, la piccola Susan, un fiore di quattordici anni. Si era arrivati al punto che la ragazza era stata spedita a vivere in un collegio svizzero. E per lui la separazione aveva rappresentato una pena indescrivibile. Non avere più la sua bambina da amare secondo per secondo, quella tenera silhouette di carne innocente da stringere appassionatamente tra le braccia, da accarezzare, da baciare sui capelli.
Forse aveva esagerato. La figlia gli era stata tolta.
Norman Mandel si tirò a sedere di scatto sul letto, madido di sudore, tremante. Le lenzuola di seta erano scivolate a terra. Aveva freddo e caldo insieme. Era sveglio e dormiva.
La tenera immagine di Susan fu sostituita da quella della moglie. Altera, dura, implacabile. Il delirio gliela faceva vedere davvero con il corpo protetto da una corazza ferrea, impenetrabile. Era lei? Non era lei?
Norman si lasciò ricadere sul letto. Il minuscolo cuneo d’acciaio era lì, piantato al centro del cervello. Cercare di scacciarne la sensazione con i soliti ritrovati della chimica non dava più nessun sollievo. Cercò di respirare con regolarità, di inspirare profondamente in modo che la pressione dei polmoni desse pace alla tensione dei visceri, come gli era stato insegnato chissà quando al fitness center che frequentava quando aveva l’obbligo di essere bello, in forma, vincente. Sempre e ovunque. Ricadde nel delirio. Le memorie gli formarono nel cervello un’altra immagine, più confusa.
Quella del momento in cui aveva preso la spaventevole decisione, quando tutto gli era sembrato ormai irrimediabile. Si era fatto forza con le solite pasticche, diversi caffè forti, lunghi attimi di respirazione lenta e profonda. Era entrato in una cabina telefonica, aveva sollevato una cornetta che sembrava pesare tonnellate. L’aveva sentita viscida nel palmo sudato. Aveva digitato con dita incerte il numero che gli era stato dato a voce, con la perentoria raccomandazione di impararlo a memoria e non lasciarne traccia da nessuna parte.
«Sono un amico di Duke», aveva esordito d’un fiato non appena stabilito il collegamento, cercando di mantenere la voce ferma. Gli aveva risposto il silenzio.
«Avrei… avrei bisogno di un favore», aveva continuato, con una voce che non era più riuscito a mantenere ferma. «Un servizio… un lavoro… Sono amico di Duke, ho detto. Duke…»
Nel dormiveglia, nella nebbia chimica delle reminiscenze, Norman Mandel ricordò che per un attimo gli era sembrato di non essere più solo in quella squallida cabina della Ventitreesima, la cornetta del telefono stretta nel palmo sudato. Sopra di lui, a sinistra, dalla parte del cuore, la parte delle streghe, degli assassini, incombeva la donna di ferro, la donna con la corazza, sua moglie. La vedeva riflessa nel vetro della cabina. Un livido effetto di luce dava la sensazione che avesse un occhio coperto da una benda nera.
Sentiva ancora nell’orecchio, metallica, spietata, la risposta che era finalmente arrivata. «Domani sera alle undici, East River Park, tra la Nona e la Decima. Sul fiume.» E il clic che aveva chiuso la conversazione.
Aveva sollevato lo sguardo nella penombra della cabina. La donna con la corazza era scomparsa…
Tornò in sé: adesso non era più nel cattivo odore di quella cabina ma completamente solo nel suo loft, le mani umide, il corpo madido, il cuore che martellava. Delirio e realtà continuava a mescolarsi. Ma tutto questo sarebbe durato ancora poche ore. Pochi minuti, forse. Ma quando?
L’uomo trovato ad aspettarlo nel sordido luogo fissato per l’appuntamento aveva il profilo di un falco cacciatore. Gli si era parato di fronte all’improvviso, come emerso dal niente, da una bolla di oscurità, dagli impalpabili sfilacci di nebbia che si levavano dall’East River, da un ricciolo di luce disperso dai fari di un’automobile in corsa sulla Roosevelt Drive, appena alle sue spalle.
«Sono l’amico di Duke», aveva detto la voce metallica e spietata che già aveva sentito al telefono. Istintivamente Norman si era guardato intorno.
«State tranquillo», lo aveva sollecitato il profilo di falco. «Non ci disturba nessuno. Qualcuno sta facendo la guardia. Parlate, presto. Non ho tempo da perdere.»
Nel palmo della mano dell’uomo il segno di riconoscimento, indicato da Duke, aveva mandato un bagliore sinistro. L’impugnatura in avorio di uno stiletto. Sopra, intarsiato in minuscole pietre preziose, il profilo di un falco. Norman aveva annuito. Doveva parlare, certo, e in fretta. Se non avesse avuto quelle fiamme in gola. Era stato costretto a tossicchiare.
«Allora?» aveva incalzato il profilo di falco.
«La donna con la corazza», aveva risposto la voce di Norman, rauca, quasi inaudibile, irriconoscibile.
«Prego?» Il tono dell’altro si era fatto aspro.
«Mia moglie Sharon», aveva precisato lui, chiamando a raccolta tutte le energie di cui ancora disponeva. L’altro aveva annuito. Era seguita una lunga pausa di silenzio, rotta soltanto dal sibilare dei pneumatici sull’asfalto della Roosevelt Drive. Dall’estremità alta dell’East River, dal Sound, chissà dove, un vaporetto o un rimorchiatore aveva fatto sentire un lamento sordo, straziante, lontanissimo. Di nuovo il profilo di falco aveva annuito. E aveva pronunciato una cifra. Nient’altro.
Una cifra altissima, astronomica. Norman Mandel aveva annuito deglutendo. Purché fosse finita. Purché l’assassino lo liberasse per sempre dalla donna di ferro. E lui e la piccola Susan potessero riprendere a vivere insieme, felici.
«Metà subito», aveva continuato la voce priva di pietà, «e metà immediatamente dopo. In contanti.»
Norman aveva avuto un attimo di esitazione. In quel momento non aveva certamente con sé una cifra del genere.
«Domani», aveva ripreso il sicario, quasi gli avesse letto nel pensiero. «Stessa ora. Stesso posto. Qui. Biglietti usati di taglio piccolo. E una foto della donna. Recente.» Quindi era scomparso, inghiottito da un mulinello di foschia dell’East River.
L’indomani, stesso luogo, stessa ora, era avvenuta la consegna. Una busta imbottita di banconote e di speranze torbide.
«Quando?» aveva chiesto Norman.
«Vi telefono io. Ditemi il numero.»
Norman glielo aveva detto, scandendo i numeri. Tutto a memoria, ancora una volta, senza lasciare la minima traccia.
L’uomo dal profilo di falco lo aveva ripetuto alcune volte sottovoce per memorizzarlo. «Adesso», aveva chiesto ancora, «l’indirizzo della signora.»
«980 Fifth Avenue, interno…», aveva risposto lui, la voce fattasi improvvisamente più sicura. «La foto è nella busta», aveva aggiunto. «Occorre altro?»
Profilo di falco aveva scosso la testa. «Telefono io», aveva tagliato corto. «Voi dovete soltanto stare calmo ad aspettare. Calmo, ripeto. E zitto. E tenere pronta la seconda metà dei soldi. In una busta come questa. Anonima. Sempre in tagli piccoli. E usati. Arrivederci.»
Di nuovo era scomparso nella nebbia da cui era emerso.
La stessa nebbia fisica e psichica da cui, adesso, sprofondato in quel dormiveglia di caffeina e sostanze chimiche, a Norman sembrava che stesse venendogli incontro Sharon. Spietata, fosca, ferrea. Ne vedeva soltanto le mani, lasciate scoperte dalla corazza, e una duplice striscia di entrambe le cosce nude, appena sotto il triangolo di quel pube che nei primi mesi di matrimonio gli era sembrato un vulcano, un vortice che sembrava volerlo risucchiare dentro di sé, rovente, stillante, non liberarlo mai più.
Sharon. Lo guardava con un viso privo di lineamenti. Senza occhi. Senza parole. Due mani. Due strisce diafane di pelle. Una corazza terrorizzante. Nient’altro. Arrivata a non più di due metri da lui, Sharon fece dietrofront di scatto. Rimase ferma così, in atto di sfida, esibendogli le natiche seminude. Qualche istante e poi, com’era emersa dal niente, nel niente tornò a scomparire.
Il corpo di Norman era madido di sudore. Il velo sfuggente delle lenzuola di seta pesava come una cappa di piombo. Dovette alzarsi, attraversare di corsa il loft fino al cucinino, senza accendere la luce, guidato soltanto dal sentore dell’acqua, come un rabdomante in preda allo spasimo della scoperta. Si sentiva bruciare.
Alla luce biancastra del frigorifero aperto si versò in gola direttamente dalla bottiglia un getto di Perrier gelida. Cadendo sulle mucose riarse gli fece quasi male. Tossì furiosamente. Il corpo era squassato da brividi. Caldo e freddo. Luce e buio. Suono e silenzio. Vita e morte.
Poche ore. Pochi minuti soltanto, forse, e il sicario avrebbe sicuramente chiamato. Non poteva tardare ancora. Ma quando? Quando?
Norman riattraversò il loft quasi correndo, i piedi gelati sulla moquette color panna. Si gettò sul letto senza curarsi di raccogliere le lenzuola. Affondò la faccia nel cuscino. Aveva amato disperatamente Sharon. Era entrato in lei e dentro di lei avrebbe voluto rimanere. Diventare lei. Essere lei. Avere la sua freddezza, la sua capacità di guardare il mondo e imporre la propria volontà. La sua abilità nel guidare con mano di ferro l’azienda, checché si dicesse a Wall Street. Perché il vero capo, la padrona era lei. Lo era sempre stata, nonostante le illusioni dei primi giorni. Lo sarebbe sempre stata. E lui era lo schiavo della situazione morbosa venutasi a creare tra loro. Qualsiasi cosa potessero pensare gli altri, lo spazio lasciatogli era pochissimo: pura apparenza.
Quando, più o meno un anno dopo il matrimonio, era partito per una normale visita di controllo alle collegate europee del loro impero finanziario, sperava unicamente che tutto finisse in fretta, che la flemma di Londra, la cortesia di Parigi, la solennità di Francoforte, la disciplina di Berna, il chiasso di Madrid, l’improvvisazione di Milano, la polvere di Atene, lo spirito levantino di Istanbul e tutto il resto scorressero via come il più rapido dei lampi, lasciandolo tornare a lei, alle sue mani, alla sua pelle, al suo ventre.
Era una lontananza penosa. Notti di insonnia, jet lag, letti sempre diversi, cibi e bevande troppo ricchi. E la mancanza di Sharon. Quando l’aereo delle linee turche lo aveva finalmente riportato al J. F. Kennedy da Istanbul, via Zurigo e Dublino, si sentiva ardere in tutto il corpo. Un ragazzo delle superiori diretto al primo convegno erotico. Chiuso in un astuccio aveva con sé uno splendido gioiello orientale, che si diceva fosse appartenuto alla favorita di uno degli ultimi sultani della Sublime Porta e che aveva comperato nella più esclusiva boutique orafa del Gran Bazar di Costantinopoli, quella dei celebri gioiellieri Lago & Serero.
Guardandolo sentiva il cuore in tumulto, un confuso rimescolio di pulsioni erotiche. Lo aveva comperato a prima vista, senza perdere tempo a contrattare come avrebbe preteso il suo corrispondente locale, scaltro levantino scandalizzato di fronte a tanta fretta. Ma lui voleva soltanto correre. Arrivare in tempo all’aeroporto per prendere il traballante aereo turco che lo avrebbe riportato a New York a tappe ma dieci ore prima del confortevole volo diretto della compagnia americana su cui gli era stato prenotato il ritorno.
Con il fiato in gola, battendo i piedi per terra, aveva atteso che il bagaglio comparisse sul tapis roulant, che gli venisse finalmente restituito dalla dogana. Via come un fulmine nella notte newyorkese, una banconota da cento dollari infilata in mano all’autista della limousine quando gli aveva dato l’indirizzo. Non curarti di intralci, di semafori, non guardare niente. Corri come il vento nella notte.
L’ascensore gli era sembrato lentissimo, la serratura elettronica sembrava non voler scattare. Aveva aperto pianissimo, senza fare il minimo rumore. Voleva cogliere Sharon addormentata, fragrante di sonno, stillante tutti gli umori della recente maternità. Susan era con loro da poche settimane.
E pianissimo aveva aperto anche la porta della camera da letto. Voleva…
Era rimasto immobile. Paralizzato. La luce era accesa. E Sharon era lì, nel letto, come si aspettava. Ma non sola. Le sue braccia, scoperte, stringevano un altro corpo. Le sue gambe, nude, lunghe, erano avvinghiate a quelle di un’altra persona. Myra. L’amica inseparabile, la più cara compagna dei tempi del college.
Le labbra delle due donne si erano separate, producendo quasi uno schiocco nell’aria immobile. Le gambe si erano disgiunte, le braccia erano tornate a distendersi lungo i corpi. Due occhi impassibili lo avevano osservato dal basso… Aveva avuto un lampo di livida illuminazione: erano gli occhi di una donna impazzita.
Solo nel suo loft buio, Norman non riuscì a trattenere un gemito. Perché l’uomo di Duke non telefonava? Quando lo avrebbe finalmente liberato da quel tormento? Quando?
Tremando di furore, rivide la scena di quell’orribile sera di quattordici anni prima.
Si era coperto gli occhi con la mano libera. Con l’altra aveva gettato sul letto l’astuccio del gioiello. Aveva sbattuto la porta della camera e quella d’ingresso, era uscito a precipizio in strada. Come cieco aveva fatto segno al primo taxi. Si era fatto portare downtown, molto vicino a quel loft dove adesso non riusciva a trovare sonno. Era rimasto tutta la notte nel più oltraggioso dei locali.
Giacconi di pelle, borchie di acciaio, corpi seminudi e dipinti a colori sgargianti, capelli blu e verdi, occhiaie incavate che lo osservavano come dall’aldilà. Aveva accettato tutto ciò che gli veniva offerto, liquidi, pastiglie, polveri, era sprofondato in un caleidoscopio di incoscienza.
Quando Sharon lo aveva svegliato nella luce di chissà quale mattino, lui non sapeva assolutamente come avesse fatto a tornare lì, nel loro letto, al numero 980 della Fifth Avenue. Lei aveva negli occhi il suo nuovo sguardo folle. Al polso destro il gioiello orientale. La sinistra, gelida, gliela teneva sulla fronte.
«Non potremmo comportarci da persone adulte?» gli aveva chiesto a bruciapelo. «Affrontare la realtà per quella che è, senza drammi? Non essere ridicoli? Io ti amo così. E tu devi volermi come sono.»
Lui si era girato su se stesso, aveva affondato la faccia nel guanciale. Era rimasto così per alcuni lunghi istanti. Infine, senza voltarsi, aveva risposto con la testa. Sì. Ci avrebbe provato. Era costretto. Non poteva, non voleva perderla.
E aveva provato. Chiamando a raccolta tutte le energie. Cercando di spogliarla della corazza e di indossarla lui stesso, di essere più forte di lei. Per quattordici anni. Quattordici anni d’inferno, nel cui corso la realtà dei fatti lo aveva fatto sprofondare sempre più giù. Non potevano esserci illusioni: quella donna non era sua, non lo era mai stata, non lo sarebbe mai stata. A comandare, nella vita come nella holding, sarebbe sempre stata lei.
Per quanto concerneva il loro impero finanziario, aveva cercato di contrastare con tutti i mezzi la potenza della moglie. Con tutti i mezzi, leciti e no. Con il solo risultato di trovarsi invischiato con Benito Colleoni detto Duke, trascinato sempre più a fondo in una ragnatela soffocante.
Un piccolo lavoro di pulizia, gli era stato detto all’inizio. Il trasferimento in un posto sicuro dei beni di un uomo politico italiano messo in difficoltà dal livore comunisteggiante dell’opposizione. Avrebbe dovuto capirlo subito. In realtà aveva finto di non capire. In poco tempo le sue quotazioni personali a Wall Street erano salite alle stelle, ma in ancor meno tempo era precipitato nell’abbraccio mortale della mafia internazionale.
Disperato, si era attaccato sempre più alla piccola, sempre meno piccola Susan. Fino alle stupefacenti, dementi scene di gelosia da parte di Sharon, le accuse di molestie alla sua stessa figlia, carne della sua carne, sogno dei suoi sogni. Fino alla separazione cui era stato costretto con la minaccia di un’infamante denuncia all’autorità giudiziaria. Lui sarebbe stato prontissimo ad affrontare lo scandalo, ma a pagare sarebbe stata soprattutto la piccola.
L’innocente Susan, ignara di tutto, era partita per la Svizzera piangendo. Se non altro, aveva cercato di consolarsi lui, si sarebbe trovata al sicuro dalla follia della madre e dal viscido contatto con i nuovi implacabili amici siciliani, polacchi, russi portati nel suo ufficio da Duke.
Privato della figlia, Norman non aveva potuto resistere oltre. Era scappato a rifugiarsi in quel loft dell’East Village. Come impazzito aveva fatto ricorso all’unica persona che sapeva in grado di aiutarlo, aveva parlato con il lurido Duke, aveva telefonato all’uomo dal profilo di falco.
E adesso, chiuso in quel loft in una notte squassata da tremiti convulsi, davanti alla mente sconvolta gli scorreva la visione di uno stuolo di donne. Altre inseparabili amiche di Sharon, compagne di college, di università, amiche più recenti, attrici, cantanti, stiliste, arredatrici, modelle, donne di successo, splendide dame del grande mondo che frequentava la casa della Fifth Avenue.
Gli scorrevano davanti tutte in fila, come un incubo, sprezzanti, irridenti, tutte in corazza, come Sharon. Le donne con cui forse sua moglie aveva avuto o aveva o avrebbe avuto o avrebbe voluto avere un rapporto torbido, capace di escluderlo da lei ancora più di una corazza.
E, soprattutto, adesso, di escluderlo dalla piccola Susan.
In un untuoso locale downtown Duke gli aveva indicato un uomo della sua "famiglia". Un sicario pronto a tutto in cambio della cifra giusta.
Ma quando? Quando?
La luce della luna, penetrando dal finestrone della mansarda, gli ferì gli occhi costringendolo a voltarsi su se stesso di scatto. Un furibondo suono di campane mandò in frantumi il silenzio. Il loft sembrò tremare. La sua testa scomparve sotto il cuscino. Fatele tacere! Fatele tacere! invocò mentalmente.
Ma nessuno se non lui avrebbe potuto far tacere il telefono sul tavolino da notte. Gettò lontano il cuscino. Si alzò su un gomito. Era madido di sudore gelido. Sollevò la cornetta.
«Eseguito», gli disse semplicemente la voce spietata.
Norman non riuscì a replicare niente. Non glielo consentiva la sabbia infuocata che si sentiva in gola. La sabbia del deserto che era diventata la sua vita. Eseguito. Il tremito del suo corpo si fece convulso.
«Fra due ore al solito posto», concluse la voce. «Con quanto pattuito.»
Dopo meno di due ore, gli occhi venati di sangue, la barba lunga, la gola in fiamme, Norman era lì. L’alba non aveva ancora cominciato a tingere di grigio il fiume, ma le imbarcazioni già navigavano silenziose, guardinghe, incapaci come tutta la città di stare ferme. Dal solito nulla emerse il profilo di falco.
Norman strinse sotto la giacca la busta anonima, piena di banconote usate di taglio piccolo.
«Avete portato la prova che vi avevo chiesto?» riuscì a mormorare.
«Ovvio», rispose la voce spietata. «Eccola.»
Nel buio balenò la luce del gioiello del sultano, seguita però da un fulmineo scatto dello stiletto intarsiato. Norman Mandel cadde senza un gemito. L’uomo si chinò sul corpo inanimato, sbottonò la giacca, accostò l’orecchio al cuore, annuì. Il pugnale venne pulito infilandolo seccamente nella terra dura del parco. La busta anonima venne raccolta.
All’angolo della Avenue B con l’Ottava Strada, di fronte a Tompkins Square Park, c’è da tempo immemorabile una cabina telefonica. L’uomo dal profilo di falco la raggiunse procedendo con passo tranquillo. Aprì la porta. Entrò. Sollevò il ricevitore. Compose un numero. Dall’altro capo del filo gli rispose una voce femminile. Senza pietà come la sua.
«Allora?» gli chiese la voce. Niente di più.
«Potete leggere i giornali del pomeriggio», rispose l’uomo. «Ho deciso di tenere per ricordo l’oggetto che mi era stato chiesto di esibire come prova e che voi mi avete consegnato. Mi piace, quindi lo tengo.»
«No», rispose gelida la voce femminile. «Non rientrava nei patti. Fatemelo riavere come convenuto. Subito!»
Ma la comunicazione era già stata interrotta seccamente.
Il giorno non era ancora sorto. La luce plumbea dell’alba non formava ombre tra gli slum che torreggiano sull’East River. Ma bastò a far levare un bagliore di sangue dalla più preziosa delle pietre che ornavano il gioiello del sultano. Al riparo della cabina telefonica l’uomo dal profilo di falco lo osservò per qualche istante, tenendolo sul palmo aperto della mano. E per la prima volta, nella sua espressione di ghiaccio si aprì la fessura di un sorriso. Torvo, come tutta la realtà che lo circondava.
 
© Mario Biondi
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