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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Il colmo della sf…
(1990 - Revisione 2008)

Delio Curbaga jr si sentiva quasi prudere le mani. Ma soprattutto era pieno di amarezza. Non sapendo con precisione che cosa fare, per darsi un contegno si tolse dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto candido e si soffiò un naso che non ne aveva nessun bisogno. Che sf... Ma bisognava riconoscere che era proprio andato a cercarsela. Da quel serpente di Ispirato Furioni, che aveva gettato la maschera rivelando tutto l'astio che dopo tanti decenni lo animava ancora nei confronti del suo omonimo antenato, Delio Curbaga senior1, un Vero Grande Scrittore!
Con quante illusioni — e presunzioni — aveva inviato al Massimo Critico, direttore dei celestiali Documenti/Ardimenti, il proprio romanzo in dattiloscritto. Da quante speranze era animato. Già si era visto negli elzeviri dei massimi organi di stampa, nel momento culminante e nel finale travolgente dei più seguiti show televisivi, sul podio dei Supremi Premi, con il più felice e franco dei sorrisi. E invece...
Carogna di un Furioni! Certo, gliel'avrebbe fatta pagare, ma per adesso il suo sarcasmo bruciava come sale su una piaga. Ahi! Quella che stava vivendo era la peggiore Antivigilia di Natale della sua vita.
Lo aveva ricevuto così alla chetichella, il grande critico, praticamente nell'intervallo per il pranzo e poi: «Ma no, ma no, caro Curbaga, per carità», aveva sentenziato, scuotendo come un Buddha a molla il testone pelato e sventolando nell'aria il dattiloscritto che, per lettera, lo aveva invitato ad andare a ritirare. «Neanche per idea. Questo suo testo non mi piace affatto. Lei — santo cielo! inorridisco! — ha scritto pari pari un romanzo, con personaggi, con un intreccio. Brrr! Roba dell'altro secolo, anzi: dell'altro mondo! Che cosa diavolo le è venuto in mente? Lei ha commesso un delitto, caro Curbaga, e di conseguenza meriterebbe un castigo. Eh eh. Ma nonostante tutto saremo magnanimi. Finiti sono i tempi dell'Indice dei libri e dei roghi».
E aveva fatto passare rapidamente il dorso della curatissima destra sul dattiloscritto retto nell'aria con la sinistra, quasi avesse voluto spazzarlo via da lì, cancellarlo dalla propria vista, obliterarlo dall'universo mortale dell'Uomo.
«Tuttavia non posso esimermi da qualche bonario suggerimento», aveva proseguito. «Non lo sa, tanto per cominciare, che viviamo nell'era dell'eutanasia del racconto? Che lo stesso concetto di vicenda va scavato dall'interno fino a farla svanire in favore della somaplasticità onirico-iperreale del linguaggio eccetera eccetera eccetera? Eccetera?
«Che i personaggi vanno torturati fino a far perdere loro qualsiasi fisicità, qualsiasi identificabilità, qualsiasi — mi consenta di dirlo — connotato? Non lo sa che l'intreccio non ha più senso di essere, che il romanzo è morto? Morto, ho detto, Curbaga, come avviene al suo protagonista all'ultima pagina. No, lei non lo sa. Puah! Mi inventa un morto! All'ultima pagina! Di un romanzo. Connotazioni temporali! Banalità! Nugae! È il romanzo a essere morto, le ripeto, non il suo — mi viene orrore soltanto a pronunciare la parola — protagonista! Bah!»
In effetti Delio Curbaga junior, travolto dai punti esclamativi, sapeva di non sapere niente di tutto ciò. Non leggeva con particolare attenzione i giornali, i necrologi gli erano sfuggiti. «Quando è morto, povero romanzo?», fu lì lì per chiedere, contrito. «Com'è stato?» Ma già il Furioni si era gonfiato come una rana toro e faceva mulinare le braccia a mo' di visione di Don Chisciotte.
«E il linguaggio! Il linguaggio! Il linguaggio, Santa Madre Letteratura! Il linguaggio! Ma lei scrive ancora in italiano, come le hanno insegnato la mamma e la signora maestra. Ah ah ah! Inaudito! Sul declinare del Ventesimo — ripeto: Ventesimo2 — Secolo. Come se nel frattempo non fosse avvenuto niente. Come se non ci fosse scritto anche sui rotoloni — mi scusi — della carta igienica che ormai viviamo a Parigi, a Los Angeles, a Sidney, a Calcutta, a Capalbio, e che quindi è ovviamente d'obbligo scrivere in ”traduttorese“. E lei invece che cosa fa? Mi usa i congiuntivi! E — inaudito! — per dire che uno ha la faccia ”seccata“ lei scrive per l'appunto ”seccata“? Eh no! Eh no! Eh no! ”Deteriorata“, sarà da scrivere, ”cafardata“, ”devastata“, non so, accetterei persino un ”lumpenproletariata“. Ma ”seccata“... Come una prugna. E poi: ”Lui lo guardò a sua volta“. ”A sua volta“, santo cielo! ”A sua volta“! Come alla terza media dell'Enrico Toti, al Pio Collegio dell'Addolorata. Ma via! ”Lui lo guardò indietro“ scriverebbe chiunque abbia una benché minima nozione di minimalismo, di ecoriduzionismo, di significazionismo linguistico-letterario, di internazionalismo comunicazionale eccetera eccetera glu glu. Eccetera.
«No, caro Curbaga, no, così non va», era stata l'amara e irrevocabile conclusione.
«Diamo un addio all'amore», si era sentito echeggiare in petto il povero giovane, ma non aveva detto niente. Farfugliando qualcosa di impreciso aveva raccolto dalla scrivania del Critico il suo scartafaccio e se n'era andato, inalberando un'espressione inequivocabilmente ”seccata“. Come una prugna.


Sì, la peggiore Antivigilia di Natale. Addio sogni di gloria. Aveva quasi voglia di piangere, e non gli fu di nessun conforto la mano che si sentì battere su una spalla. Tra l'altro, se non voleva perdere il treno per Roma, dove lo inviava in missione in extremis-extremis-extremis l'ufficio studi dell'istituto bancario che gli pagava uno stipendio — e dove, bisognava ammetter anche questo, lo aveva introdotto l'influenza di suo padre in campo finanziario —, doveva affrettarsi. Precipitarsi.
Comunque si voltò, per educazione, trovandosi di fronte la scintillante dentiera di Erasmo Lagerbuild, architetto di chiarissima fama, conosciuto qualche tempo prima — quasi inutile precisarlo — nell'unica vera fucina di cultura della città, ovvero nel prezioso salotto della contessa Delfina di Valfresca3, che il medesimo Lagerbuild aveva appena finito di re-impostare secondo criteri di cui purtroppo il Curbaga ignorava senso e denominazione. Si vociferava che a suggerire — anzi: a ”imporre“ — tale re-impostazione fossero stati gli ultimi dettami emanati dal mensile Edon in un acclamato editoriale della sua caporedattore Benedetta Cailler4, ma la notizia non era mai stata confermata.
«Caro Cuburga, che aria seria!» modulò l'architetto, smagliando sorrisi a destra e a manca. «Che cosa succede? Come la va? Buon Natale!»
Correggere l'errore fatto nella pronuncia del suo cognome? Non era il caso. Il Lagerbuild era notoriamente svanito, oltre che probabilmente — si mormorava — feticista. Rivelargli la pena che in cor gli stava? Giammai! Nel giro di pochissimo tempo il salotto di casa Valfresca sarebbe risuonato di risate omeriche. Un romanzo! Via! Ah, ah e poi ancora ah! Povero Curbaga junior! Eh, certo, quando si ha una personalità asfittica, quando non si riesce a liberarsi dal culto degli antenati! Eccetera eccetera.
Meno male che nella pratica — avrebbero continuato — il giovanotto seguiva le orme del padre, formidabile finanziere, e non quelle del nonno, scrittore e quindi morto povero. Si può morire poveri? Che senso ha? Ma come aveva poi fatto a generare un genio della finanza, il vecchio scrittore povero? Questo sì che sembrava un romanzo. Altro che le stitichezze letterarie del nipote. Eccetera eccetera.
No, meglio ruminare il dolore nel proprio intimo e tacere. «Ho perso un incontro di scacchi e sono un po' seccato», rispose pertanto il giovane, senza lui stesso sapere quale spiritello gli avesse suggerito una risposta così scriteriata.
«Uhm», annuì il Lagerbuild, «scacchi. Già! Sapevo di questa sua passione. Un piccolo maestro, vero? Già già già. Una gara di campionato?»
Pur non sapendo distinguere un pedone da un alfiere, Delio Curbaga junior decise di stare al gioco. Aveva fretta. Il treno non l'avrebbe aspettato. Mugolò pertanto qualcosa che non affermava, non negava e in definitiva non diceva niente.
«Valigetta», imperversò invece l'architetto. «Vedo: sta partendo, pur in questi calamitosi e affollati tempi di festività. Torneo internazionale a Krk? Campionato d'Europa a Norchoepping? Del mondo a Lvov?»
«No», replicò timidamente Delio Curbaga junior, un po' spaventato dalle possibili conseguenze della propria sconsiderata menzogna. «Vado a Roma.»
«Ah, Roma. Torneo internazionale dei Sette Colli, certo, certo. O delle Sette Fontane? O sono Finestre? Non ricordo mai. Comunque, non importa. Auguri. Auguri. Anzi, come è d'uopo dire in questi casi, in B.a.L, ovvero in C.d.B. In ogni caso le suggerirei di provare a proporre agli avversari una — diciamo così — innovazione tecnica, alla quale sto pensando da anni e che renderebbe assai più interessante e meno prevedibile il gioco. Stia a sentire.
«Non pensa che sarebbe magnifico introdurre quella che mi permetto di definire la ”pedina Mata Hari“? Ovvero consentire a entrambi i contendenti di considerare un pedone nemico come una propria quinta colonna in campo avverso? Naturalmente tale pedone verrà scelto e contrassegnato all'insaputa dell'avversario, il quale sarà così sempre assai tremulo nell'uso dei medesimi. Nevvero? E se per caso il pedone che proprio in quel momento Egli intende usare per una mossa arditissima si rivelasse la ”pedina Mata Hari“? E quindi, al grido di ”tradimento! tradimento!“, l'avversario potesse issofatto schierarlo nelle proprie file e passare al contrattacco, in un campo completamente scompaginato? Fantastico, no? Capisce l'innovazione? La proponga senza indugi, la prego, nei massimi tornei che lei frequenta con tanta assiduità e fortuna. Non sarà facile, ma non si sa mai. Se l'intelligenza prevalesse...»
«Lo farò senz'altro», lo tranquillizzò Delio Curbaga junior, affrettandosi a tendere una mano per fermare un taxi che sopraggiungeva velocissimo. La stessa mano che soltanto qualche istante prima aveva impiegato per soffiarsi il naso.
«Addio, caro Corbelli, addio», lo salutò teneramente Erasmo Lagerbuild, togliendosi per l'occasione dal taschino la pochette di twill e sventolandola nell'aria pomeridiana. «In bocca al lupo. In culo alla balena. E torni vincitor.»


Delfina di Valfresca era affranta. E anche seccata. Come del resto poteva permettersi in tutta tranquillità, essendo totalmente ignara delle recenti prescrizioni letterarie del suo adorato impareggiabile insostituibile Ispirato Furioni, «l'unica vera mente intellettuale a me nota, uno spirito devastante».
Su di lei si era abbattuto il colmo della sventura. Della... della... Controllo, santo cielo, controllo, stava per sfuggirle: il colmo della sfi... Com'era possibile avere soltanto amici privi della benché minima sensibilità? La serata precedente, protrattasi assai in là nelle ore notturne, era stata esecrabile. Nessuno — dicasi e ripetasi nessuno — le aveva dato minimamente retta. E pensare che li aveva invitati per un ”Natalino“, per festeggiare il Natale in anticipo prima dello sciamare di tutti verso montagne e Caraibi. Forse a causa del godimento a cui li avevano fatti lievitare i sempre proverbiali caviale e champagne dei ”Natalini“ in casa Valfresca, nessuno era parso neanche minimamente scosso dal suo problema.
Cioè, dal problema della sua sorella sposata Carugati, Adelina Casartelli — tale era infatti il popolare cognome da nubile della signora Valfresca —, che intendeva vendere a ogni costo un preziosissimo anello con zircone per una cifra visibilmente irrisoria. A un gioielliere bergamasco, per di più, che senza dubbio aveva il nome inserito a lettere di fuoco in tutti i bollettini di protesto di questo orbe terracqueo oltre che negli elenchi dei truffatori di provincia. Ma quale milione di lire? Almeno dieci doveva valerne, quel sublime oggetto, sicuramente uscito dalle mani di un genio dell'oreficeria. Ma quale zircone? Senza dubbio un diamante, o inesperta sorella, e purissimo. Almeno quindici milioni, se non venti, o trenta. Sventata di una sorella Casartelli in Carugati.
Un dramma, una tragedia ellenistica, una vicenda estenuante e tale da spezzare i nervi allo stesso Gorbaciov. Eppure, be', aveva lasciato del tutto indifferenti gli ospiti, che al massimo avevano replicato alle sue dettagliatissime spiegazioni con qualche frettoloso: «Ah sì? Ma guarda questa sorella Carugati. Eh eh! Bisognerà sgridarla».
Cuori di pietra anche sotto Natale. Un gioiello che apparteneva sicuramente alla famiglia da secoli. La sorella Carugati non ricordava mai niente. Ma quale comperato dal papà da quel gioielliere di Viale Monza ”andato in malora“? Bisognava verificare. Controllare. A pensarci bene le pareva proprio di averlo visto più volte con i suoi occhi al dito di nonna Casartelli, nel suo atelier, nella sua bottega... Be', sì, di merciaia. All'ingrosso, però, con clientela sceltissima, che correva fino al Casoretto dalle vie più centrali e chic per fare la coda fuori dalla sua porta. E i diplomi? E le targhe? E i riconoscimenti? Chissà dove li aveva nascosti la sorella Carugati, che continuava l'onorata attività, sebbene senza dubbio in tono molto minore, si sa, i costi di gestione. E il personale... Quale personale? Non ce n'era più? Davvero? Non se n'era accorta.
Insomma: un oggettino certamente degno di Faraone, di Cartier, di Tiffany, del Metropolitan. E la sua ineffabile sorella che si ostinava a definirlo un ”ciaffetto“, con deplorevole espressione lombardizzante che spiattellava tutta la sua origine brianzola, roba da nascondersi...
Insomma: il problema ”zircone“ l'aveva tenuta occupata praticamente tutta la sera con il telefono — cena e oltre —, a parlare con la suddetta sorella, con il truculento gioielliere bergamasco — che aveva un bel nascondersi dietro una vocina da canarino: il più truce dei gatti Silvestri, ecco che cos'era, con le grinfie già allungate sulla credula e povera sorella Carugati — e con un non ben definito mediatore, untuoso come un'intera annata di olive della tenuta lucchese del pittore Max Eleganter.
Tutta la sera del ”Natalino“ al telefono! Rimanendo digiuna e perdendosi di conseguenza quasi tutto il sugo della sublime conversazione. Che rabbia. Il colmo della sfortuna.
E loro tutti lì a parlare di questo Raskolnikov, i maleducati, pur sapendo benissimo che lei di danza classica non sapeva assolutamente niente. E lei, la più squisita, la più sensibile, la più generosa tra le padrone di casa, impossibilitata persino a cenare, con un orecchio incollato alla cornetta e l'altro teso ad ascoltare un'intricata vicenda di cui non era riuscita a venire a capo.
Delitto e castigo? Che razza di titolo per un balletto. Mah! Certamente ripreso da Balzac, sublime autore di cui lei aveva letto tutta l'opera in originale ai bei tempi in cui studiava a... a... ah sì, alla Sorbona, ma poi il tempo appanna tutto, si sa. Insomma: non ricordava più niente, le andava insieme tutto.
Anche se la questione le era immediatamente apparsa noiosa e peregrina: in questo balletto danzava con ogni evidenza un ballerino russo, più o meno, come Barishnikov o come diavolo si chiamava quell'altro, come Nureyev, uno del Bolscioi, insomma, anche se le era parso di capire che si esibiva soprattutto a San Pietroburgo e che evidentemente era innamorato o perlomeno aveva un intrigo con una certa Caterina Ivanovna. Mai sentita nemmeno lei, non doveva poi essere questa grande danzatrice, anche se i toni appassionati con cui se ne parlava facevano pensare che dovesse essere molto più brava dell'insopportabile innamorato Raskolnikov.
Doveva esserne stufo raso anche lo stesso Furioni, che mentre dichiarava ”puro stile Caterina Ivanovna“, o qualcosa del genere, aveva sollevato uno sguardo preoccupato a lei, che tornava precipitosamente dal telefono dopo aver piantato in asso il bergamasco a metà di una frase. Macché preoccupato. Preoccupato di che cosa? Il Furioni? Era afflitto. Aveva capito che di questa storia ne avevano piene le tasche tutti.
Comunque nel complesso questo Raskolnikov, seppure del Bolscioi, se la passava piuttosto male, anche se lei in tutta la sera non era mai riuscita a capire perché. Che cos'aveva fatto, lo sciagurato? Aveva reso madre Caterina Ivanovna? Aveva preso l'Aids? Eh, demonio: non aveva poi ammazzato nessuno!
E per colmo di sventura le uniche due persone che avrebbero potuto soccorrerla, ovvero il prezioso Pierfilippo Lampagioni e il delizioso Paolo Rossi5 — unici veri esperti di musica classica, oltre che, lo si dicesse, unici veri amici in quel covo di serpi — erano assenti. Raskolnikov qui e Caterina Ivanovna là, con lei che quasi si lacerava la testa in due per stare con un orecchio di là e uno di qui. Che rabbia!
Il tormento telefonico si era finalmente concluso con una salomonica convocazione di tutti i reprobi in quello stesso salone, per il giorno dopo, cioè oggi, Antivigilia di Natale, puntualissimi e prestissimo, verso le cinque del pomeriggio. Li voleva tutti lì — sorella Carugati, silvestresco gioielliere di Bergamo e olivastro mediatore, più l'avvocato e il commercialista di casa Valfresca, più un paio di compagne di università della figlia, studentesse di lettere fuori corso e dunque grandi esperte di arti e stili — al fine di addivenire a un'equa soluzione della spinosa questione... Delfina aveva perso il filo.
Comunque, la sera prima, posata definitivamente la cornetta verso mezzanotte e mezzo, quasi completamente digiuna e forse persino un po' spettinata, non le era rimasto che accasciarsi su un puff per concedersi un whisky con la testa appoggiata alla spalla dell'unica persona comprensiva e chic presente alla serata, il marchese Dodo Olgiati Drezzo6. Basta con questo Raskolnikov, basta! Non ne poteva più.
«Che barba questo Delitto e castigo. Esecro il balletto», era sbottata, cogliendo negli occhi del non più giovanissimo aristocratico una luce che sotto il finto stupore — per non dare nell'occhio: bravissimo, un grande attore, lo si sarebbe detto addirittura sbalordito — celava un assoluto accordo con lei. Sì anche lui esecrava evidentemente i balletti e non ne poteva più di questo sciagurato Raskolnikov. Mio Dio. Che seratina.
Mentre lei aveva un altro pressante problema da risolvere. Una questione di vitale importanza. Ovvero, Sal De Terlese7, amico di tutta una vita, che di punto in bianco si secca e dichiara che non telefonerà mai più perché ogni volta gli viene risposto che la signora è a tavola e non può essere disturbata. O villano! Perché non telefonava per esempio alle quattro del pomeriggio, cioè no, alle cinque, perché dalle due alle quattro lo sapevano tutti che lei faceva il riposino, e, anzi, neanche alle cinque, perché di solito era al club a fare ginnastica, se non al salone di bellezza, dove peraltro, se appena appena lui fosse stato un vero amico, avrebbe benissimo potuto cercarla, quattro o cinque telefonate, che cosa ci vuole?
Macché ”sempre in giro a fare il giornalista d'assalto“. Macché ”preso per il collo“. Macché ”amico di una vita“ e ”amico di due vite“. Tutte storie. Le regole del buon vivere devono valere per chiunque. Se una signora è a tavola, è a tavola. A qualsiasi ora, anche per gli amici più intimi. Persino per la mamma. O la sorella. No?
«Regola d'oro», aveva risposto senza battere ciglio Dodo Olgiati Drezzo. «La usava sempre anche mia nonna, la povera marchesa Maria Antonietta nata Asnigo Piazza, a qualsiasi ora del giorno, per l'appunto, quando veniva il cameriere ad avvertire che al portone c'era un creditore. Lo mandi via, Gesuino, lo mandi via, santo cielo, non vede che siamo a tavola? Anche se era in bigodini, con il busto mezzo slacciato.»
Ecco, proprio così. Esattamente. La sfortuna di quella serata non era arrivata al colmo soltanto perché lei si era trovata al fianco questo grandissimo signore, sublime esperto delle norme del buon vivere, un vero genio.
Ma ci era arrivata a un pelo.
Avesse almeno fatto in fretta a comparire, adesso, la congrega dei convocati per dirimere l'orrendo intrigo dello zircone. Con tutto quello che lei aveva da fare. Non lo sapevano che alle cinque e mezza c'era il suo ”gruppo“ di bon ton nella sede di rappresentanza del mensile Edon? Una seduta che prometteva scintille. L'ultimo ”gruppo“ prima del Natale, convocato per fare i bilanci dell'attività di un intero anno.


Delio Curbaga junior si accasciò sulla panca in pietra, posando la valigetta accanto a sé. Ebbe persino bisogno di tergersi il sudore dalla fronte con il fazzoletto. Una catastrofe. Davanti a lui, di sbieco, in direzione del pantagruelico e fumoso sbocco della Stazione Centrale, il super rapido Milano-Roma del pomeriggio stava rapidamente allontanandosi.
Il taxi non ce l'aveva fatta e lui aveva perso il treno. Come spiegare la cosa all'ufficio studi della banca? Mettendo sulla bilancia il suo interesse per le cervellotiche prescrizioni letterarie di Ispirato Furioni? O la curiosità per il bon ton e i bon mot dell'architetto Lagerbuild? Difficile che potessero capire. Nella valigetta posata al suo fianco, oltre al pigiama e allo stretto necessario per passare una notte fuori casa — e oltre al dattiloscritto testé restituito dal direttore di Ardimenti/Escrementi —, c'era una busta di documenti della massima delicatezza e riservatezza in cui mancanza la programmata riunione di fine-anno/fine-esercizio a Roma non avrebbe potuto avere luogo. Altri treni per la Città santa, stando all'Orario Ufficiale delle Ferrovie italiane, quel giorno non ce n'erano. E gli aerei erano overbooked da mesi.
Sconsolato si alzò dallo scomodo sedile, avviandosi a ritroso verso la testa della stazione. Meglio tornare immediatamente in ufficio e avvertire dell'accaduto. Anche se era l'antivigilia di Natale, qualcuno c'era di sicuro ancora. Strada facendo avrebbe escogitato una scusa. Un blocco stradale, una manifestazione di scioperanti, un guasto del taxi, un infarto del conducente, un semaforo bruciato dalle renne di Babbo Natale. Qualcosa.
Camminava come un ragazzetto pentitosi in fretta di aver bigiato il compito in classe. La valigetta che batteva ritmicamente contro la gamba destra. Lo sguardo fisso sul marciapiede. La testa confusa.
Non capì quindi immediatamente ciò che — in un subisso di tossichiamenti, ansiti e scaracchi — stava comunicando l'altoparlante delle informazioni. Soltanto la parola ”Roma“, al secondo annuncio, risvegliò le sue intorpidite facoltà. Si fermò, entrambi gli orecchi all'erta. L'altoparlante sembrò naturalmente non avere più niente da dire. Rimase in silenzio, sibilando minaccioso.
Il giovane riprese a camminare nel nerofumo di quella giornata color pece. Raggiunse la vertiginosa scalinata che portava fuori dalla stazione. Allungò il piede ad affrontare il dislivello del primo gradino. Sotto di lui, in fondo alla voragine, una lunga fila rassegnata di viaggiatori aspettava di assaltare il primo macilento taxi che avesse ritenuto opportuno comparire.
Il sibilo dell'altoparlante si trasformò in un frenetico ronzio di elettricità statica e asma. «Treno direttissimo da Domodossola per Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, in ritardo di duecentonovanta minuti, arriverà tra quindici minuti al binario novantasei anziché tredici.»
Delio non volle credere alle proprie orecchie. Ritirò con la massima cautela il piede destro già proteso nel vuoto cercando di fare il minor rumore possibile, quasi temesse di rompere un incanto. Ma un nuovo espettorato isterico dell'altoparlante gli confermò che il miracolo era avvenuto. Seppure in ritardo di alcune ore, la sorte lo avrebbe trasferito a Roma. Fece dietrofront. Rientrò in stazione. Si avviò verso l'edicola. Il viaggio sarebbe stato lungo. Meglio comperare un buon libro, da aggiungere al peso della busta con i documenti e dello scartafaccio restituito con tanta stizza dal Furioni.
Davanti alla sfilata di carta stampata si fermò incerto. Che cosa leggere? Una riflessione sull'amara sorte dell'Austria Felix? Una sottile disamina dei tremiti del miocardio? Un brillante romanzo osé? Un buon poliziesco? Un travolgente thriller anglosassone? Le argute riflessioni di un uomo politico? La decima antologia personale di un finissimo elzevirista? Che cosa? L'offerta era pletorica.
Fece scorrere lo sguardo avanti e indietro sulla lunga fila di libri sentendosi invadere da profonda malinconia. Continuando con pazienza l'indagine, ne era sicuro, in qualche remoto angolo avrebbe forse scoperto anche un titolo del suo omonimo e defunto antenato Delio Curbaga senior, in edizione super economica. Chissà.
Quando mai un suo testo, di Delio Curbaga junior, avrebbe invece avuto la fortunata sorte di fare capolino in una qualsiasi vetrina libraria?
Sospirò e allungò la mano. Aveva trovato ciò che voleva. Ispirato Furioni aveva sprezzantemente parlato di delitto e di castigo. Così dunque fosse. Pagata l'economica edizione in due volumetti tascabili del capolavoro di Dostoevskij, si avviò verso il binario numero novantasei, nascosto tra le brume agli estremi margini della stazione, dove un autentico esercito umano con tutte le salmerie era in ribollente attesa del direttissimo per le estreme propaggini della penisola italiana.
Data la giovane età, la struttura snella e la vigoria fisica, riuscì a montare illeso su una vettura di seconda classe. Quelle di prima erano probabilmente state dimenticate ai confini nazionali, se non prima. Respinto da diversi scompartimenti per mezzo di gestacci e tendine tirate con violenza sulla faccia, ebbe tuttavia la fortuna di trovare tutto per sé uno strapuntino di corridoio, dove prese posto seduto di sbieco. Inutile recriminare: era soltanto colpa sua. Sempre affidarsi a cartomanti e bioritmi prima di affrontare un viaggio o una qualsiasi intrapresa. Lo aveva spiegato benissimo nonno Delio in più di un romanzo. Quando la sorte è al colmo della sventura, inutile sfidarla.
Il treno si avviò cigolando. Sentitasi in mano la cellophane che avvolgeva i due compatti tomi dostoevskiani, la fece saltare, appallottolandola e infilandola nel deposito dei rifiuti appeso alla parete immediatamente al suo fianco, in basso. Aperto a caso uno dei due volumi, posò lo sguardo su un brano qualsiasi.
Lesse avidamente. Una storia mirabile. Questa povera donna, Caterina Ivanovna, moglie di un ubriacone, ridotta in stracci, che di delirio in delirio faceva di se stessa la figlia di un uomo importante, di un insigne signore di Berlino, di un borgomastro. ”Una volta inventata questa storia“, lesse, ”ci credeva lei stessa in modo sacrosanto.“
Il giovane sollevò lo sguardo dalla lettura. «Puro stile Delfina di Valfresca», fu l'irriverente commento che gli lampeggiò in testa. Ma fu immediatamente distratto da un rumore. Uno scampanellio. Dovette appiattirsi ancor più di sbieco contro la vibrante parete del treno in corsa. Stava arrivando il carrello del buffet.
«Caffè», cantilenava distratto e raffreddato l'inserviente. «Bibite, panini, briosce.» Delio alzò una mano a richiamare la sua attenzione, portandola poi alla tasca per prendere il portafogli. Tutte le agitazioni della giornata gli avevano messo sete. Chiese un'aranciata. «Fredda», precisò. La ricevette tiepida. L'asportazione del tappo gli depositò parecchie gocce sulla giacca di misto cachemire chiaro, di foggia vagamente vecchiotta, modello ripreso da diverse fotografie di nonno Curbaga conservate nella solida casa paterna dove era cresciuto a Milano. Macchie, sospettava, ineliminabili. Tra sé e sé si maledisse per la nona o forse decima volta. Giornata infame. Una giacca da buttare via. Definitivo colmo della sventura.
Mentre osservava i danni, sentendosi scaldare il palmo dall'appiccicosa bottiglietta, avvertì un leggero buffetto a una spalla. Qualcuno cercava di richiamare la sua attenzione. Si voltò.
«Mi offriresti un caffè?» gli chiese una cavernosa voce giovanile, emergendo da sotto una foltissima barba che accompagnava una congerie di capelli, perline, nastri, metalli, borchie, pietre, bracciali, anelli, collane, bandane, armoniche, cinture, fusciacche, sacche, borse, sandali, henné, tatuaggi. Un volto, per il pochissimo che se ne intravedeva, scarno. Smunto. Occhi infossati. Età imprecisabile, ma sicuramente piuttosto giovane. Un'anima in pena perduta nel reticolo della strada ferrata. Un drop out. Un hippy.
Delio, un po' vergognoso del proprio sedentario misto cachemire, per quanto forse irrimediabilmente macchiato, corrispose con un solidale cenno affermativo della testa, segnalando all'inserviente del carrello di procedere.
«Puah!», commentò immediatamente il singolare personaggio, non appena ebbe accostato le labbra al bicchierino di carta. «Veramente schifoso», aggiunse. «Comunque grazie. Ne avevo bisogno. L'ultimo l'ho bevuto alla stazione di Ankara, con le poche monetine che mi erano rimaste. Una settimana fa, credo. Poi basta. Soldi, niente. Un disastro. Mai stato nella stazione di Ankara? No? Be', pensa al buco del culo di un babbuino e moltiplica la cosa per centocinquanta in peggio. Se la stazione è così, chissà com'è la città.»
Incuriosito dall'immagine zoologica, per quanto personalmente poco portato all'avventura esotica, Delio Curbaga junior non poté fare a meno di chiedere: «Hai visto soltanto la stazione? Magari il resto è meglio».
«No, ho visto anche l'aeroporto», precisò l'altro, lasciandosi andare a sedere sulle gambe incrociate all'orientale e intanto badando bene a non rovesciare il tanto esecrato bicchierino di caffè. «Ma era notte e dormivo in piedi. Mi ci ha sbattuto una specie di bara volante turca dove mi ha caricato a forza la polizia, a Karachi. Viaggio gratis, a spese del governo pachistano. Fino a Peshawar in camionetta. Fino a Rawalpindi e Lahore in furgone cellulare. Poi via con le bare volanti. Da Lahore a Karachi con i pachistani. Da Karachi ad Ankara con i turchi. Con le ginocchia in bocca e il buco del sedere in un orecchio. Ma tutto gratis. Un vero lusso.»
E il giovane barbuto accartocciò il bicchierino, gettandolo con precisissima mira a infilarsi nel contenitore dei rifiuti, oltre il corpo di Delio. «Un vero lusso», tornò poi a bofonchiare.
«Diamine», commentò Delio, ammirato dalla precisione del lancio, «un bel viaggio. Da dove venivi?»
«Te l'ho detto. Zona di Peshawar. Pakistan. Montagne. Frontiera nordoccidentale. Confine con l'Afghanistan. Landi Kotal. Posto di merda. Altro buco del culo. Speravo di passare di là, con i ribelli afgani. A prendere un po' di roba veramente buona. Ormai costa un occhio anche in Pakistan... Roba... Hai capito?» continuò, rivolgendo all'interlocutore uno sguardo d'intesa e strizzando un occhio.
Delio annuì. Certo che aveva capito. Non era dedito ai rituali dei paradisi artificiali, anzi, li trovava noiosi, ma in adolescenza qualche tirata di spinello se l'era concessa, come quasi tutti i suoi coetanei. Finché per fortuna si era stufato. Era un uomo di banca, seppure letterato. Di uffici studi, di analisi e ipotesi.
«Sigarettina?» chiese ancora il barbuto, grattandosi intanto energicamente una natica.
No, Delio non fumava più nemmeno tabacco. I sette mesi trascorsi in America a studiare banca e finanza lo avevano dissuaso. Il barbuto sbuffò, contrariato. «Un vero asceta», commentò. «Altro che Siddharta. Allora mi offri un panino», patteggiò poi, conciliante. «Quando torna quell'assassino del carrello. Se non metto qualcosa sotto i denti, muoio. E morire sotto Natale non è bello. Saranno due giorni che non mangio niente. Forse tre. Dalla stazione di Belgrado. Città di merda anche quella, di sicuro. Ma tanto non l'ho neanche vista. La stazione e basta.»
Strana vita. Fatta di espressioni fecali, bare volanti e stazioni ferroviarie. Per lo più nottetempo.
«E neanche un po' di roba da fumare. Niente», incalzò il barbuto.
«Te l'hanno portata via i pachistani?» azzardò Delio.
«Nah. Macché. Che cosa gli interessa, a quelli lì? Mi hanno impacchettato e spedito via perché un bastardo di australiano si è messo a baccagliare che gli avevo rubato il passaporto. Io? Per farne? Ne avevo già tre, oltre al mio. Tutti buonissimi. Roba di prim'ordine. Quelli però sì che me li hanno sequestrati. Dopo di che, per non sapere né leggere né scrivere, mi hanno espulso. Quanti soldi hai, mi hanno chiesto? Gli ho fatto vedere. Hanno fatto un po' di conti, nel tribunale di Karachi, come al mercato. Me li hanno presi praticamente tutti e mi hanno dato un biglietto di aereo. Con questo arrivi fino in Turchia, hanno detto. Poi ti arrangi. Dopo di che mi hanno caricato sulla prima bara volante. Mi hanno portato fino sotto le ali con una camionetta e scortato fino al posto. Mi sembrava di essere Reagan. Ma nessuno mi ha nemmeno cagato. Roba di tutti i giorni, da quelle parti. Ad Ankara, alla stazione, ho venduto un po' di roba, abbastanza per comperare un biglietto di treno fino a Milano. Adesso sono senza niente. Neanche il biglietto. Ma ormai sono a casa. Bologna. Casalecchio. Mai stato?»
Delio scosse la testa. Dal Khyber Pass a Casalecchio. Un bel romanzo.
«Un vero romanzo», incalzò il barbuto, quasi gli avesse letto nel pensiero.
«Ma non hai detto che di roba non ne avevi?» indagò cautamente Delio.
L'altro scosse vigorosamente la testa. «Non ne ho», precisò. «Dalla frontiera bulgara in avanti, più o meno. Prima ce l'avevo eccome. Il mio tesoro. La mia fortuna. Tutto quello che mi era rimasto. Un bel panetto. Lo tenevo qui, per evitare sorprese.» E si diede una robusta pacca sullo scarno torace, all'altezza del taschino della camicia che sporgeva dal gilet di seta multicolore. «Roba non di primissima scelta, visto che non sono potuto andare di là della frontiera. Ma vicino a casa mia c'è chi me l'avrebbe pagata un occhio della testa. Mettevo insieme i soldi sufficienti per tornare da quei barboni di pathan. Lasciavo depositare un po' la polvere e poi via, un bell'aeroplano diretto Roma - Karachi, come all'andata. Invece niente. Niènt. Nisba. Qui nudo e crudo. Senza un centesimo.»
Come mai? chiese lo sguardo di Delio.
«Diarrea», fu la sibillina spiegazione dell'altro. Seguita dal filosofico commento: «Scarogna delle scarogne.
«Diarrea e vomito», continuò l'hippy, dimenandosi vigorosamente sulle anche per sistemarsi meglio nella posizione da fachiro.
«Sul treno, da Ankara fino a Belgrado, sono stato in compagnia di una banda di dervisci turchi che tornavano a lavorare a Francoforte dopo essere stati a casa a fare le ferie. Cinque volte al giorno pregavano come matti, sbattuti qua e là. Finché in Bulgaria hanno perso il senso d'orientamento e si sono messi a litigare furiosamente. Non erano d'accordo su dove fosse l'est. A un certo punto l'hanno chiesto a me. Che cosa ne so io? Ho puntato l'indice a caso. Mi hanno guardato con molto sospetto e hanno ripreso a litigare. Finché a Belgrado hanno cambiato treno. Ma fino a lì mi hanno mantenuto loro. Avevano carne secca, pane secco, peperoni secchi, patate secche. No, quelle no, non erano secche. Accendevano un focherello in una latta e facevano da mangiare. Una puzza. Un fumo. Roba tutta marcia. Ma tanto io venivo dal confine afgano. Avevo fame. Dopo un paio di pasti, diarrea e vomito. Mica una novità. Sono abituato.» E il giovane drop out scrollò filosoficamente il groviglio di barba e capelli.
Allora? chiese ancora il silenzio di Delio.
«Intanto la mia buona roba me la tenevo al sicuro qui dentro, appena sotto il naso», riprese l'altro, dandosi una nuova botta sul taschino della camicia. «Perché i dervisci saranno anche brava gente, come tutti i turchi e l'umanità in genere, ma qualcuno mi ha spiegato che sono parenti degli assassini — hai in mente? gli hashashin, quelli del Vecchio della Montagna —, e quando si tratta di hashish è meglio lasciarli perdere. Anche se a dire il vero non gli mancava e me ne hanno offerto un bel po'. Ottimo. Coltivato nelle loro montagne del sud est della Turchia, mi hanno detto. Proprio niente male. Persino meglio del mio. Averlo saputo... Be', insomma, il mio tesoro, la mia unica prospettiva di futuro ce l'avevo qui e me la curavo come la pelle del culo di un neonato.
«Poi viene il vomito. Un certo momento, poco prima di arrivare a Belgrado, mentre il treno corre come un invasato, mi gira la testa. Devo precipitarmi al cesso. Corro, facendomi largo tra la massa dei dervisci addormentati, mi piego sulla tazza, faccio quello che devo fare, scusa lo schifo. Non faccio tanto caso a un toc che sento. Poi ci ripenso e apro gli occhi. Attraverso le lacrime — sai che quando si vomita si piange, no? lo saprai —, be', insomma, dicevo: attraverso le lacrime non ti vedo il mio pacchettino che scivola nel tubo del cesso e sparisce? Sparisce, capisci? Sotto il buco della tazza si vede correre la massicciata.
«Via. Amen. In un angolo della Serbia. Chissà chi se la sta fumando. Quando ho salutato i dervisci alla stazione di Belgrado, si sono commossi perché piangevo. Figurati se era per loro. Pensavo alla mia roba, così buona e perduta in quel modo da scemo, per un po' di diarrea e vomito. Il colmo della sfiga.
«Be'», concluse il barbuto, rimettendosi in piedi. «Ecco che arriva il derviscio dei panini. Offrimene uno, dai, che ho diritto anch'io di vivere. Fammi arrivare almeno a Natale.»


1 Protagonista dei miei romanzi Un amore innocente e Crudele amore. Nel secondo compare anche il Furioni. (M. B.)
2 La prima stesura di questo racconto, poi rivisto, risale ai primi anni 1990. (M. B.)
3 Importante personaggio del mio romanzo La civetta sul comò (M. B.)
4 Idem (M. B.)
5 Anche loro provenienti dalla Civetta sul comò (M. B.)
6 Da Gli occhi di una donna attraverso la solita Civetta sul comò
7 Protagonista della Civetta, poi prestato a Destino, come anche Benedetta Cailler (M. B.)
 
© Mario Biondi
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