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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Lo scrittore
(1986)

Lo scrittore L. O. aprì la porta finestra e uscì nel terrazzo a picco sul mare. Si sentiva inquieto, come il clima. Una recente mareggiata aveva in gran parte devastato, quasi divorato, la bella spiaggia che si stendeva a mezzaluna giù giù sotto il suo sguardo. Il cielo sembrava corrucciato, preso in una puntigliosa ricerca di tutti i toni del verde, dell’azzurro, del turchino, dell’indaco, del violetto, sparsi a larghe pennellate irregolari sulla sua superficie. Il sole, celato chissà dove, laggiù, ai margini estremi dell’Occidente, aggiungeva alla tavolozza una serie di sapienti variazioni sul tema del rosso, dello scarlatto, dell’arancio.
Per raggiungere la sua camera dal piano terra lo scrittore aveva dovuto servirsi di un ascensore, ma in discesa. E ora si trovava così, sospeso tra roccia e mare, quasi ricoverato in un nido d’aquila. Una mareggiata cattiva. Sicuramente quella di cui aveva colto assai più che le turbolente avvisaglie durante l’atterraggio, qualche giorno prima, all’aeroporto di Napoli, e poi mentre veniva trasportato in auto sotto la bufera sull’autostrada verso l’interno. Benevento, Avellino, di nuovo Napoli e ora Salerno. In serata si sarebbe compiuto il suo giro di conferenze in terra di Campania.
Sì, era inquieto. La calorosa cordialità di quelle genti, così diverse da lui — settentrionalissimo di accento, atteggiamenti e abitudini — lo aveva commosso. Nelle tre città in cui aveva tenuto le sue precedenti conferenze aveva cercato di ricambiarla al meglio delle sue capacità, di inventare ogni volta qualcosa che potesse fare piacere all’assemblea degli ascoltatori. Aveva rammentato, lui, appassionato di opera e antichità, gli splendori musicali napoletani, esaltato il passato romano di Benevento. Aveva parlato in toni accorati dello sgomento provato per il terremoto irpino, passando poi con lievità a elogiare corpo e bouquet dei vini di quella terra. E qualcosa di simile avrebbe dovuto fare anche al circolo nautico dov’era atteso. Anzi, di più. Era in una situazione particolare. A Salerno.
Costiera amalfitana, comune di Conca dei marini, anni Cinquanta, vacanze estive: un indimenticabile ricordo adolescenziale. Quasi un amore. Di tale ricordo, di tale amore, doveva essere capace di fare tesoro nel corso dell’incontro di quella sera. Ma come? Non sapeva: era stanco.
Il sole aveva ritirato ben al di là delle colonne d’Ercole anche gli ultimissimi barlumi di fuoco. Il cielo sembrava avere rinunciato al proprio sperimentalismo cromatico. Il grigio stava prevalendo, totale, plumbeo. Sì, era stanco. Rientrò in camera, chiudendosi la vetrata alle spalle, e si stese sul letto. Aveva ancora circa un’ora prima che lo venissero a prendere. Spense la luce. Chiuse gli occhi.
Furore, li Galli, la festa di Sant’Andrea ad Amalfi, lo sbarco dei saraceni a Positano, dorsi di delfini immediatamente sotto il ventre del suo minuscolissimo dinghy, piegato dal vento appena oltre la punta di Conca, la poderosa torre saracena, la casetta in forma di botte, la spiaggia di Praiano, vollari e cianciole sparsi sul mare a braccare i palamiti. Un caleidoscopio di ricordi, colori, sensazioni che si gonfiavano ancora nel corpo stanco come in quello mirabilamente fresco e ricettivo dei sedici anni.
Forse si addormentò. Davanti allo sguardo della mente vide il ragazzo se stesso, inginocchiato su una panchina, allungare timido, quasi timoroso, una mano verso una scritta incisa nella pietra: "Lost to a world in which..." Perduto in un mondo in cui... In cui che cosa? La memoria si fermava lì. Un frammento di verso. Nulla più. Ma di chi? E dove? Decine di metri sotto il corpo del ragazzo inginocchiato, al di là di una balaustra forse metallica, forse in pietra, si stendeva tutto lo splendore della costa amalfitana, spettinata da un dolce vento. Il luogo era certamente Ravello. Una delle sue due inimitabili ville. Ma quale? Cimbrone? Rufolo? Non soltanto il suo corpo, ma anche la mente portava i segni del passare di quegli oltre trent’anni.
"Lost in a world..." Perduto in un mondo... Chi? Shelley? Byron? Aprì gli occhi di scatto e, istintivamente, incongruamente, sollevato il braccio sinistro, portò lo sguardo al quadrante luminoso dell’orologio. Quanto tempo poteva occorrere per andare a Ravello, raggiungere quella villa, quel giardino, quella panchina? Per confermarsi nel ricordo, cercare la scritta, leggerla, e con essa, sicuramente, riscoprire il nome dell’autore. Il passato. A meno che non fosse stato tutto un sogno, come spesso è la vita.
Lasciò ricadere il braccio, tornò a chiudere gli occhi, sentì una voce, perduta dietro nebbie impenetrabili, dire: «Ed è in questo scenario che Richard Wagner concepì l’idea dei giardini di Klingsor, del secondo atto del Parsifal ». Villa Rufolo. A Ravello. Negli anni Cinquanta ormai lontani, troppo lontani per potere risultare lucidi nella memoria. Che cosa raccontare, quella sera, al cortese pubblico?
Da Ravello, poi, il ragazzo era stato riportato nella minuscola pensione Belvedere di Conca dei Marini, semplice, affabile, quanto diversa dall’imponente e lussuoso albergo che nel trascorrere dei decenni era venuto a sostituirla. Arturo, Onofrio, i Bonocore... chi altri ancora? Chissà dov’erano, se vivevano ancora, se feriva gli occhi loro lo dolce lume...
Teneva, il ragazzo, il capo appoggiato al finestrino dell’auto, sui tornanti che dalla montagna riportavano giù al mare, alle tegole, ai marmi policromi di Amalfi. "Lost to a world..." Perduto a questo mondo, chiuso in un sogno segreto, inconfessato. Come fare per diventare poeta? Per fare sì che qualcuno incidesse un suo verso in pietra perenne?
La sera stessa si era buttato a capofitto nello studio dell’antologia scolastica di autori italiani. E questo non era più sogno, ma certamente ricordo. Mentre il fratello minore e il cugino erano impegnati in una rumorosa partita a tamburello sul terrazzo, lui imparava a memoria i versi di D’Annunzio. "Taci, su le soglie del bosco non odo..." Una delle note passioni del professore di italiano che, uscito dal ginnasio, avrebbe incontrato l’anno seguente al liceo.
"...parole che dici umane...".
Non più fanciullo sedicenne, ma adulto affaticato, venne sottratto al sogno da una voce umanissima, giunta attraverso il telefono. Era ora. Si preparò, vennero a prenderlo, lo accompagnarono nella bella sala del circolo nautico. Tanta gente, elegante, cortese, curiosa di sentire lo scrittore venuto da Milano. Parlava, ma la sua mente non era lì: correva ai giorni di trent’anni prima. Scendeva ancora di corsa, con l’elasticità dei passi di allora, per l’interminabile scalinata che dal piano stradale portava fino alla marina. Quante centinaia di gradini? Ogni volta, arrivato a cinquanta, settanta, cento, perdeva il conto, si arrabbiava con se stesso e rinunciava.
Il gentile pubblico faceva domande. Lui raccontava la sua diuturna fatica di scrittore, la sfida della fantasia al reale, la costruzione del mondo romanzesco. Ma la mente era là, con l’adolescente di trent’anni prima, sotto l’arco della marina di Conca, sulla spiaggia di ciottoli. Sistemava i legni dello scivolo, spingeva in acqua il dinghy, correva nel vento fuori dal porticciolo, oltre lo Scoglione, davanti ai Ruoi Uocchie, verso la punta e più in là. Lontano, nella gloria del sole, un pescespada si esibiva in straordinari, enigmatici balzi sulla linea dell’orizzonte. Volava in cielo, ripiombava in acqua. Senza tregua, interminabilmente. Ferito al corpo? Ferito al cuore?
Il dinghy correva, oltrepassava la punta. Proteso fuori bordo, il ragazzo intravedeva, sotto la superficie dell’acqua, punti di colore che erano ricci gravidi di uova, chiazze oscure che erano banchi di cozze, riflessi d’argento che erano pesci spaventati dal trambusto provocato nell’acqua dalla deriva della piccola imbarcazione. Accostava agli scogli, gettava la piccola ancora, legava con un sapiente nodo la cima alla roccia. Veniva aiutato a scendere a terra dalle mani esperte del guardiano, chiedeva il permesso, che invariabilmente gli veniva dato. Entrava finalmente nella grotta e si immergeva nell’acqua color smeraldo frammisto a frammenti d’oro.
Davanti agli occhi, ora, però, aveva solamente il pubblico.
«Ed è in questa terra bellissima», sentì la propria voce dichiarare, «che circa trent’anni fa mi sono scoperto poeta. Sì», continuò la voce, non più governata, «proprio qui ho composto la mia prima poesia. All’età di sedici anni. Illuminato da un verso letto a Ravello. Dalla suggestione del purissimo eroe Parsifal. Dallo studio della "Pioggia nel pineto". Ma, soprattutto, incantato dalla luce della vostra grotta di smeraldo, a pochi chilometri da qui, sulla costiera amalfitana, tra Conca dei Marini e Praiano.»
Così dichiarò la sua voce. E lui ebbe un tremito. Per un attimo la ferrea razionalità lombarda di cui tanto si gloriava, aveva ceduto. Era stato costretto a obbedire a un impulso non frenabile. Ma stava raccontando la verità? O aveva mentito per compiacere quella gente cortese?
Oltre trent’anni prima. "Taci, sulle soglie del bosco non odo..." Il rumore regolare e schioccante dei tamburelli, fuori, sul terrazzo. Il dinghy che volava piegato sul mare. Il pescespada che compiva i suoi disperati balzi nell’aria. E la luminosità arcana, liquida, screziata della Grotta di smeraldo.
«Una poesia che ho intitolato esattamente "La grotta di smeraldo"», sentì dichiarare ancora dalla propria voce, imperterrita. Ebbe un nuovo tremito. Finse di avere bisogno del fazzoletto.
La conferenza si concluse. Il pubblico lo festeggiò, soddisfatto, cordiale. Durante la cena vennero a salutarlo camerieri e cuoco: tutti di Conca dei Marini. Lusingati. Gli spiegarono i piatti preparati per l’occasione. Con qualche tocco di particolarità, aggiunsero, ora che avevano appreso della poesia da lui, fanciullo, dedicata ai loro luoghi. La presidente del locale ente del turismo lo pregò di inviarle il testo della poesia. Avrebbero potuto includerla, disse, in un testo celebrativo della costiera. Chissà, addirittura inciderla nella roccia, fuori dell’ingresso della Grotta di smeraldo.
«Sì, certo, senz’altro, la cercherò», tergiversava lui, preoccupato. Come aveva potuto sfuggirgli una simile bugia, sia pure a fin di bene? Incisa nella pietra, più perenne del bronzo, come il verso di Ravello. Che azzardo. Che pazzia. Mai più avrebbe concesso alla memoria — alla nostalgia — di prendere il sopravvento, alla voce di parlare senza governo. Oppure...
Quella notte non riuscì a chiudere occhio. Poi, l’auto che lo riportava da Salerno a Napoli e l’aereo in volo tra Capodichino e Linate gli parvero impegnati in una lotta impari con lo scorrere del tempo. Il taxi milanese sembrava non essere in grado di fendere il traffico. Ma finalmente fu a casa.
Gettò la valigia sul letto, senza preoccuparsi di aprirla. Né si curò di badare alla segreteria telefonica, che pulsava il suo segnale luminoso a indicargli un greve carico di comunicazioni. Aveva altre urgenze. Meticoloso, pignolo, pedante com’era persino accusato di essere, non aprì nemmeno le imposte, lasciando la casa immersa nella fredda penombra della giornata invernale.
Scese in cantina facendo i gradini quasi di corsa. Aprì la porticina metallica, accese la luce. Sì, era veramente meticoloso. Eccolo lì, davanti a lui, il prodotto del suo lavoro di scrittore, sistemato con precisione pignola in tanti scatoloni di cartone, contrassegnati da nitide, pedanti scritte in pennarello nero. Se mai il suo nome avesse avuto la ventura di conquistarsi un qualsiasi spazio nell’Olimpo della letteratura, critici ed esegeti avrebbero avuto di che lavorare.
Manoscritti, revisioni e bozze di ogni singolo romanzo. Articoli e recensioni. Testi apparsi su pubblicazioni varie. Inediti. Sperimenti. Prove. Poesie. E, sotto a tutto, l’oggetto della sua brama. Uno scatolone contrassegnato dalla scritta Prime cose. 1955 - 1963.
1955. Sentì tornare il tremito. In uno sfolgorio di polvere riuscì a estrarre lo scatolone dal mucchio. Lo aprì, penetrò con dita febbrili tra fogli, taccuini e quaderni. Arrivò in fondo. A un fascicolo smilzo, segnato dalla polvere degli anni, ordinatamente scritto a macchina, chiuso, quasi rudimentalmente rilegato con due punti metallici e poi con uno strato di carta gommata. Lo estrasse con cura. Lo guardò. Poesie 1955 - 56.
Sentì il tremito farsi intenso. Gli tornarono alla memoria vaghi, nebulosi giorni di incertezza, che disperatamente tardi avrebbe capito quanto fossero meravigliosi. Adolescente riottoso, tutto occhi e speranze. Gli tornò in mente "la maestra". La "maestra"! Come gli sembrava vecchia, quella che invece era una giovanissima insegnante di storia dell’arte. Come gli tremavano le mani anche allora, quando le aveva portato da leggere proprio quel fascicoletto. Quanti secoli, quante vite prima?
Con mani che di nuovo tremavano ne girò la copertina, aprendolo sulla prima pagina. La prima poesia. Avvertì un singolare umidore alle guance. Gli occhi, forse offuscati dalla polvere, finsero di stentare un poco a leggere il titolo, ma finalmente lo misero a fuoco e, trent’anni dopo, era quello. Eccola lì, inequivocabilmente datata 1955: "La grotta di smeraldo".
Scorsa con lo sguardo la poca cosa dei versi, fu costretto a sorridere. O ingenuità dei sedici anni. Ma ne fu felice. Non aveva mentito. La memoria, lasciata senza freni, la voce, apparentemente priva di governo, avevano detto la verità. Nella sua veste di scrittore, lui, era nato quel giorno del 1955, in mezzo a colori e suggestioni della Campania, tra Ravello e Praiano.
 
© Mario Biondi
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