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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Ritrovarsi a Manhattan
(1999)

Per quanti anni potesse passare ancora in America, Aaron Greidinger non si sarebbe mai abituato alla metropolitana. Le luci accecanti e le improvvise voragini di buio, il frastuono, gli scossoni, la folla: sembrava il Giorno del Giudizio. Non si sapeva mai se si era scelto giusto e si stava andando uptown, verso il Paradiso, o downtown, verso la Geenna. Perlomeno, non lo sapeva lui. Cercava di scrutare i nomi delle stazioni, ma si confondeva.
Quel giorno, poi, era particolarmente agitato. Avrebbe dovuto portare un racconto ad Abraham Cahan, direttore del Forward, il quotidiano yiddish di New York, ma non era riuscito a scriverlo. Sembrava che, a furia di vivere così a gambe all'aria all'altro capo del mondo, tutto il sangue gli fosse precipitato nella testa rattrappendogli il cervello. E come sempre quando era agitato, si rintanava ancora di più in se stesso. Viaggiava con gli occhi socchiusi, nascondendosi dietro la copia del giornale di quel mattino. Fingeva di leggere i necrologi, ma in realtà lasciava correre i pensieri.
Padroneggiava ancora male l'inglese, ma, dopo l'Olocausto hitleriano, quel mondo a gambe all'aria sembrava diventato una succursale del "vecchio paese". I sopravvissuti stavano arrivando tutti lì. Si sentiva parlare yiddish a ogni angolo: anche lì, nello sconquasso di quel convoglio. Lo parlavano, con la confusione di chi non riesce più a far quadrare il proprio destino, le due persone sedute di fronte a lui, sull'altro lato del corridoio. Quando sentì che l'uomo chiamava la donna "Lena", Aaron si chiuse ancora di più in sé. Quante Lena aveva conosciuto a Varsavia? Gli occhi gli si inumidirono, non per il raffreddore da fieno che lo affliggeva sempre, ma per il ricordo dell'unica Lena che per lui avesse contato: Lena Fingerbein. Che cosa ne era stato di lei? Non aveva più avuto sue notizie.
Quando la radio aveva annunciato che i nazisti avevano sfondato le linee e tutti gli abitanti di Varsavia dovevano attraversare il Ponte di Praga per mettersi in salvo, lui era corso a perdifiato a chiamarla, a scongiurarla di fuggire con lui, ma lei non si era mossa dalla poltrona; si era limitata a scuotere la testa. No, non sarebbe scappata. Se l'aspirazione a conoscere la verità poteva essere considerata peccato, ebbene, lei voleva peccare. "La verità è che non esiste alcuna verità", aveva mormorato. Ed era rimasta lì, davanti alla sua la tavola oui-ja 1 che produceva lettere senza senso.
Si erano conosciuti quando avevano entrambi ventisette anni. Lui aveva cominciato a scrivere per la stampa yiddish, lei, ragazza di rigida educazione ebraica ma diplomata al ginnasio femminile, era una frequentatrice regolare del Café Royal, il più noto locale intellettuale yiddish di Varsavia: gli aveva assicurato di avere perduto la verginità con lui e gli aveva giurato che lo amava. In un certo senso era vero, o lo era stato.
Finché era comparso Zorach Winograd, giovane di grandi occhi stralunati e capelli riccioluti, con un davanti dei pantaloni singolarmente teso. Veniva da Lodz, si dichiarava pittore e si faceva vedere assiduamente al Café Royal, sempre in compagnia di donne non giovani, cariche di gioielli, smanie intellettuali e pulsioni erotiche. Così facendo, nel giro di poco tempo Zorach era diventato un quasi-pittore alla moda. E Lena aveva cominciato a invitarlo a casa sua. Tutti e tre insieme. Sulle prime ad Aaron la cosa non era dispiaciuta, e nel complesso non vi aveva dato peso. Era il crudo inverno di Varsavia, e starsene in una bella casa al caldo a fare una conversazione intelligente non poteva che essere un piacere. Inoltre Lena era una cuoca straordinaria. E Zorach si era rivelato un giovane di buona cultura. Conosceva tutti i movimenti artistici e si interessava a tutti gli ismi. Parlava con competenza di Freud e della scuola viennese. Non ignorava nemmeno M.me Blavatski, di cui sosteneva di essere un appassionato studioso.
Parlava quasi sempre lui, e Lena lo ascoltava in silenzio, tenendogli gli occhi fissi addosso. Il fatto aveva molto sorpreso Aaron, che la conosceva bene e sapeva quanto avesse bisogno di brillare, quanto le risultasse penoso avere al fianco qualcuno che irradiava luce propria, rischiando di attenuare la sua. Finché aveva dovuto arrendersi alla dura realtà. Un pomeriggio, arrivato senza preavviso a casa di Lena – ne aveva da tempo le chiavi – l'aveva trovata apparentemente deserta. Ma poi aveva sentito voci provenire dalla camera da letto. Non aveva esattamente origliato, ma si era fermato ad ascoltare. Lena e Zorach si esibivano a quattro mani e altri organi in una "grande polacca" di suoni su cui era difficile equivocare. Aaron se n'era andato in punta di piedi e non era più tornato lì. Ma aveva il cuore che sanguinava. Anche quando una voce amica lo aveva informato che il Paradiso di passione tra Lena e Zorach si era trasformata in una Geenna di litigi, anche quando gli era stato detto che Winograd era scomparso com'era arrivato, per andare a cercare fama a Parigi con la ricca vedova di un commerciante di legname, lui aveva mantenuto il suo riserbo. Infine, sebbene gli fosse stato detto che Lena faceva sapere a tutti di avere una grande nostalgia di lui, si era tenuto sulle sue. E aveva commesso un grave errore.
Ma il cuore continuava a sanguinare. Ah, Lena, Lena… Era finalmente tornato da lei, senza fiato, soltanto la sera della fuga al Ponte di Praga. Lei aveva gli occhi incavati di un fantasma. La scomparsa di Zorach e la sua assenza sembravano averla svuotata di tutta la sua prepotente bellezza, della vitalità incontenibile, dello spirito caustico. E, per quanto lui avesse implorato e scongiurato, era rimasta davanti alla sua tavola oui-ja ad aspettare i lupi nazisti. O "la verità".
Lo scrittore ebbe la sensazione di essere arrivato alla sua stazione. Poi si rese conto che a riscuoterlo dalla folla dei ricordi era stata la voce della donna seduta di fronte a lui. Aveva pronunciato una sola parola, ma sufficiente a far resuscitare un intero mondo. Rivolta al suo uomo lo aveva chiamato per nome: "Zorach".
Aaron Greidinger non riuscì più a stare nascosto dietro il suo quotidiano e lo abbassò, scrutando la coppia. No, il "vecchio mondo" non era tutto scomparso: una piccolissima parte, per quanto dolorosamente invecchiata, era lì. In quel convoglio della metropolitana di New York, trasformato in una succursale del Café Royal, Lena Fingerbein e Zorach Winograd stavano litigando come quindici anni prima. E lui li stava guardando e ascoltando. Lo guardarono anche loro, con gli occhi sbarrati, quasi vedessero un fantasma.
 
1 Una tavoletta in genere triangolare, in legno, munita di rotelle o piedini. Sotto le mani dei partecipanti alla seduta, scorre sul tabellone spiritico, indicando con uno dei vertici (scelto all'inizio) le lettere dell'alfabeto che formano il messaggio.
 
© Mario Biondi
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