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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Il record
(1993 - Premio Coni 1994)

«Bollettino meteorologico», annunciò la radio. Voce scolastica, nasale. Lo scrittore L. O. si riscosse dalle sue riflessioni. Osservò la matita che teneva oziosamente in mano. Si guardò attorno. Non c’era nulla di particolare. Assolutamente nulla. Un annuncio come cento altri di ogni giorno.
Era sicuramente un’eternità che a una certa ora del pomeriggio quel programma radiofonico annunciava il suo bollettino meteorologico, e sempre, presumibilmente, con quella voce nasale. E avrebbe continuato ad annunciarlo per un’altra eternità, sempre che di eternità ce ne possano essere due. Finché ci fosse stato qualcuno ad ascoltarla, comunque.
C’era qualcosa di particolare in tutto ciò? No. Nulla. «Assolutamente nulla», ripeté a se stesso, per togliere di mezzo la questione. Aveva altro da pensare. E da fare.
Ma la questione non volle affatto togliersi di mezzo. Non era di lana caprina, ma concreta, solida, come una malattia inguaribile. «È domenica», gli intimò una vocetta dispettosa, nell’intimo. Il settimo giorno della settimana. Quello in cui persino Lui riposò. Perché, allora, lui non riposava? Che tarlo lo rodeva? Lo sapeva benissimo: il sonno dell’ispirazione. Un’estenuata, inacidita sonnolenza della ragione, non tale da generare mostri ma ugualmente preoccupante.
«E’ domenica», si ripeté a mezza voce con tono melodrammatico, battendosi la matita sui denti, cercando di ridere. Aveva bisogno di farsi compagnia. Si sentiva solo. Era solo. Quel giorno l’ispirazione stentava veramente ad arrivare. Non arrivava affatto. Lo aveva piantato in asso. Per sempre, forse.
«Domenica è sempre domenica», canticchiò in tono lugubre. Chi lo ascoltava? La radio gracchiava le sue notizie di temperature, annuvolamenti, venti, mari forza chissà quanto. Tutto attorno, il condominio sonnecchiava immerso nel suo accigliato silenzio domenicale. Dalla parete lo guardavano tre vecchi diplomi ingialliti, leggermente accartocciati sotto il vetro: laurea, congedo, Coni.
«E’ domenica», cercò di annunciare loro e anche ai due vecchi manifesti pubblicitari dei suoi libri di maggiore successo, che aveva appeso lì in un raro momento di trionfalismo, più che altro per colorare un poco la tetraggine di quella stanza dove — era sempre stato meticoloso nei suoi calcoli, pignolo — trascorreva circa il ventotto per cento del suo tempo. Pignolo? Era diventato noioso. Si stavano chiaramente annoiando anche i tre diplomi e i due manifesti.
Dal pavimento lo guardava la pagina aperta di un rotocalco abbandonato, una pubblicazione per signore con cui guadagnava parte del suo pane. E quel giorno l’ispirazione, se si fosse svegliata dal suo letargo, sarebbe stata dedicata proprio a riempirne un paio di future pagine.
Facendo molta attenzione. Da qualche tempo la direttrice gli puntava addosso con aria bellicosa i mezzi occhialini colorati di un vago rosa. Non era contenta dei suoi parti narrativi. «Bisogna volare basso, caro amico» gli intimava. «Qui dentro non ci interessa il sublime. Non vendiamo aria. Ci rivolgiamo a lettrici semplici. Gente comune. Animata da problemi ordinari. Casalinghe, segretarie, dattilografe. È attraverso loro che guadagniamo il pane.»
Appunto. Pane e companatico.
Il sublime? Com’è tutto relativo, cara amica, avrebbe voluto replicarle. Quale sublime? Qui si tratta di pane e companatico. Ma, pavido, era rimasto zitto.
Eh, sì, per compiacerla era senza dubbio necessario un grosso stacco di stile. Vincere lo spleen e diventare gagliardamente ottimista, propenso al lieto fine pur nel possibile contesto di una sanguinolenta tragedia. Il sorriso finale asciuga qualsiasi lacrima. E ritmo, ci voleva, ritmo. Tutto un altro linguaggio. Così diceva l’insoddisfatta direttrice, preoccupata per i dati di tiratura e di diffusione, per i raffreddati indici di gradimento pubblicitario che le sventolava sotto il naso la proprietà. E gli puntava addosso i suoi occhialini rosati e, qualche volta, dal ripiano della scrivania, anche i tacchi di due stivali da cavallo, lustri come nessuno aveva mai visto. Che avesse intenzione di dargli una bella pedata nel sedere? Con i tacchi? Maledetti indici pubblicitari. Guarda a che cosa devono essere legate due esigenze primarie come il pane e il companatico.
Lo scrittore L. O. sbuffò, abbassando lo sguardo sul pavimento. Allungata su una spiaggia bianchissima, dalla patinata pagina lo fissava un’incongrua donzella seminuda con in bocca una sigaretta lunghissima e nello sguardo, sopra gli occhiali da sole abbassati sul naso, una luce sinistra. «Allora», sembrava avere appena sibilato, «la pianti con questo sublime? Ti decidi a volare basso o no?». E forse lo aveva detto sul serio. Un mormorio. Un soffio. Un fremito.
Si guardò attorno, preoccupato. Gli rispose un disordine che si sarebbe potuto definire programmatico. Noioso anch’esso. Manoscritti, fogli lasciati a metà, libri, dizionari, riviste sfogliate, un berretto di lana per difendersi dalla cervicale, un medicinale per la gastrite. Scaduto. Da ricomperare. Che vita.
«È domenica», cercò di fare intendere alla radio, in tono più conciliante, spazzolando i tasti dei canali preselezionati, ma quella, nella sua spietata efficienza elettronica, lo sapeva già.
«Dallo stadio comunale...», gli sbraitò infatti sul muso di punto in bianco con una vociaccia chiocciante, emozionata, pronta a strozzarsi, in mancanza di meglio, in un quasi gol.
Lo scrittore L. O. perse ogni fiducia. Tornato alla scrivania e sedutosi, posò definitivamente la matita che si era dimenticato in mano, facendo girare di novanta gradi la poltroncina di lavoro e osservando il locale da quell’angolazione. Imitando l’aria bisbetica della direttrice con gli stivali. Quanta polvere. Dappertutto. Sulla radio, sugli scaffali, sul pavimento, sul tavolo, tra i libri, sui vetri, sul divanetto delle «ispirazioni laboriose» — quale signora, sua temporanea ospite in una serata di scarsi successi complessivi, lo aveva definito così? non ricordava —, sul soffitto, in bocca, negli occhi. Nel cuore, forse, anche, chissà. Certamente su altre parti assai logore della sua anatomia. Altro che volare basso.
Scrollò le spalle. Polvere inventata dalla sua mente. In realtà la stanza era immacolata. Tutto per colpa di un qualsiasi bollettino meteorologico seguito dalle normalissime, ineluttabili cronache calcistiche della domenica. Frutto, pensò, del deterministico scorrere delle ore. Rabbrividì. Deterministico? Perché diavolo? Anche questo gli diceva sempre la direttrice, trincerata dietro i suoi occhialini rosa: Piano con gli aggettivi. Stiamo sul concreto.
Piano, ripeté a se stesso. Sta’ sul concreto. E lascia perdere le ore. Fanno il loro mestiere. Infilano uno dopo l’altro, come su una collana di perline, giorni, settimane, mesi, anni, nascite, vite, morti. Gol. Ad Acireale. Perché no?
Ogni sette giorni, ecco la domenica. Una povera, sfilacciata domenica, con il collo teso a cercar di sembrare un po’ più alta. Indispensabile per far quadrare i conti della settimana.
«Signore e signori, dallo stadio comunale...» Ancora? Una brutta voce, rauca, professionale. Accompagnata da un boato. Decine di boati, tutti uguali. Di serie A, di serie B, di serie C. Migliaia di individui semplici, comuni, ordinari, stavano sciorinando con passione le piccole rabbie che nutrivano in seno, i minuscoli torti subiti minuto per minuto. Si spingevano, si insultavano, si minacciavano in base alle saltellanti vicende di un pezzetto di realtà presa a calci. Un’immensa, solidale, consolante titillazione nazionale collettiva. Ma, di nuovo, perché no? Che cos’aveva da proporre, lui, in sostituzione? Un po’ di sublime? Qualche svolazzo raso terra?
Lo scrittore L. O. si sporse ad abbassare la radio. «Perché no?», si ripeté.
Si stese sul divanetto delle «ispirazioni laboriose», le mani dietro la nuca. Il soffitto però era davvero poco pulito: gli premeva addosso come un peso capace di tarpare sul nascere qualsiasi ispirazione. Domenica divenuta più tranquilla ma sempre brutta. La radio continuava a scandirla, borbottando. La Reggiana non vuole perdere. Il centravanti esce dal campo facendo un brutto gesto all’indirizzo della panchina. Un petardo arriva in mezzo al campo senza colpire nessuno. L’attaccante alabardato colpisce la palla con la testa, che rotola lentamente in rete. La testa? L’alabarda? I naziskin hanno ritirato il loro odioso striscione. Uno spaccato perfetto della società contemporanea. Presa per i capelli in una domenica come tutte le altre.
Aveva voglia di lamentarsi, da quel bambino che non aveva mai cessato di essere. Si girò su un fianco. Intanto la Reggiana aveva pareggiato con «un lampo di ispirazione del suo numero otto». Beato lui. Datemi un lampo di ispirazione e sposterò l’asse della letteratura mondiale. Figurarsi. Sbadigliò.
Il Cagliari invece perdeva e il Lecce, privato del libero per effetto di una «forse non ineccepibile» decisione arbitrale, giocava in dieci. Il tutto in pochi secondi. Altro che ispirazione. Altro che raccontare.
Cercò di evocare nella memoria una serie di domeniche passate, lontane, ottimiste, arrotondate, addolcite dal ricordo. Su altri campi sportivi. Di atletica. Quelli della sua gioventù.
Finalmente sorrise. Si lamentava della direttrice con gli stivali ma era sempre stato incline anche lui a mettere pedantemente in discussione il linguaggio altrui. Fin da quando — già roso dal tarlo, imprevedibile, letale, di diventare scrittore — avrebbe preteso che il salto in lungo venisse definito balzo, perché di un balzo si tratta e non di un salto. Così come il getto del peso si chiama appunto getto e non lancio. E, di conseguenza, balzo triplo. Aveva scritto una lunga e argomentata lettera in merito agli organismi competenti. Piena, probabilmente, di aggettivi in eccesso. Non gli aveva dato retta nessuno. Assolutamente nessuno. Alla Fidal amavano i record, lo sport, non i cavilli linguistici.
Sport? Record? La domenica fu illuminata da un nuovo "lampo di ispirazione". Del tutto imprevedibile. Proprio lì, nel suo studio. Il nucleo di una storia da raccontare. Per iscritto, naturalmente. Con il giusto stacco di stile. Per le patinate pagine da cui la donna seminuda non gli staccava di dosso lo sguardo. Non un granché ma sempre meglio di niente. «Vediamo», si disse, alzandosi e tornando alla scrivania. Bisognava trovare il ritmo, il linguaggio giusto. Volare basso. Ma non troppo, vista l’idea che gli era venuta in mente pensando allo sport.
Il record, scrisse in mezzo alla pagina bianca aperta fino dal mattino sullo schermo del word processor. Poi premette la barra di ritorno. Tre volte, meditabondo. Quindi serrò le labbra e riprese a scrivere, prima lentamente e poi sempre più veloce, la testa leggera, le dita elastiche, puntiglioso come un bambino che è riuscito ad aggiustare il giocattolo preferito. La radio aveva concluso il suo minuto per minuto e trasmetteva superciliosa musica per archi. La domenica volgeva al termine. Trasformata d’incanto in una giornata operosa. Ispirata.
 
 
«Il corpo» — scrisse tutto d’un fiato, preoccupandosi molto dello stile, di adeguare il linguaggio alla particolare situazione narrativa che stava affrontando, di levarsi in sublimi impennate e poi calare sicuro verso la concretezza — «si flette, le braccia scendono lungo i fianchi, le gambe sono drittissime, le dita si aprono e si chiudono a ritmo, i muscoli si scuotono leggermente, sciolti, nervosi. Occhi chiusi, concentrazione totale. L’aria del tardo pomeriggio, già attraversata dai fasci di luce dei riflettori, è tersa, il silenzio è assoluto, gli sguardi sono tutti fissi a godere la millimetrica bellezza del salto. La giovane atleta ora si avvierà con pochi, brevi passi veloci, quindi aprirà di più il compasso delle gambe, si appoggerà all’indietro su un tallone, si librerà nell’aria, cadrà con tumultuosa grazia sul tappetino al di là dell’asticella.
«Intanto, riaperti gli occhi, tiene lo sguardo fisso nel nulla, la bocca tesa in una smorfia di concentrazione. Anche se la tensione glielo consentisse non avrebbe alcun bisogno di osservare il pubblico: sa che gli sguardi sono tutti per lei, carichi di ammirazione, incantati dalla sua leggerezza, dall’eleganza, dalla grazia. Nessun applauso, nessun incitamento, nessun commento è ammesso a turbare la prova. Nemmeno un mormorio. Sulle otto corsie della pista, sulle pedane, l’immobilità è totale. Tutti seguono il coraggioso tentativo. Il miglioramento di un record. Tutti. Anche lui, dal prato, al margine della pedana. E lei ne è perfettamente consapevole. Lo avverte, come un’emozione. Soprattutto lui sta seguendo quella temeraria prova. Ha concluso vittorioso la sua semifinale dei duecento metri e ha posto un’ipoteca sulla vittoria, domani. È lì, a piedi nudi nell’erba, gli occhi accesi dalla fatica, i muscoli scossi a tratti da un residuo tremito di tensione nervosa, la giacca della tuta infilata ma le gambe ancora scoperte, le scarpette chiodate in mano, rette con due dita per le talloniere.
«Ma, lei lo sa, in questo momento il giovane non pensa alla propria vittoria: è concentrato sulla sua prova, teso, se fosse possibile, a cercare di trasmetterle per via magnetica quel barlume di energia che potrebbe bastare per aiutarla a stare sospesa in volo un infinitesimo istante di più. Tutto ciò, la giovane atleta lo sa benissimo, si chiama amore. Un pensiero che ora, sul limitare di quella sfida ai propri limiti, le appare più puro persino del raggio di luce che arriva a baciarle la fronte.
«Il corpo, atleticamente perfetto, coperto da una multicolore guaina di tessuto poco meno che trasparente, si avvia seguendo un ritmo che conosce a memoria. Un preciso numero di passi, un primo balzo, una torsione, un volo nell’aria, su, su. Negli orecchi della giovanissima atleta, come sempre, l’esecuzione sarà accompagnata da una subliminale musica per archi, cadenzata su un ritmo udibile soltanto da lei e soltanto a lei destinata, non fatta per orecchi altrui. La realtà fisica dello stadio non ha più alcun valore: tutte le facoltà degli spettatori sono concentrate sulla poderosa grazia della saltatrice, sono tutte per lei.
«Il salto è iniziato. Il corpo in movimento è libero da ogni costrizione, perfetto. La statua di una vergine in volo. Quanta dinamica bellezza può promanare dall’esibizione di un corpo perfettamente modellato dalla disciplina sportiva. Staccandosi da terra, come sempre, la giovane si sente vagamente inebriare, i movimenti la portano sempre più lontana dal suolo, su, su, in un movimento che è rapidissimo ma che lei vive come una scena al rallentatore, verso la mirabile confusione di un cielo in cui l’azzurro intenso della prima sera viene frantumato dai fari in un caleidoscopio di losanghe colorate. In un fremito appena al di sotto della vera percezione fisica avverte che la schiena ha superato l’asticella. Ora viene il difficile, le gambe, là dietro... Un lungo brivido che le fa rizzare su tutto il corpo un impalpabile, serico velo di peluria. Ma è fatta. Fra qualche millesimo di secondo la scena al rallentatore si concluderà. È fatta!
«Terminata la lunga salva degli applausi, l’altoparlante la chiamerà al podio. Due gambe di mirabile bellezza che reggono un corpo splendido, capace di muoversi con la grazia di un giovane felino, con la leggerezza di un colibri, ma al tempo stesso con tutta la sensualità di un’adolescente sana. Lei sa che lui è sempre lì e che la sta guardando. Chiude gli occhi, sorride. Il corpo la guida muovendosi ormai da solo, per un’abitudine che pur nella sua giovane età già appare antica. La lunga abitudine all’allenamento e alla competizione.
«I suoi movimenti hanno cantato la perfezione della natura. L’esecuzione del salto si è conclusa, l’applauso che la segue è entusiasta, applaudono anche le avversarie, gli altri atleti accorsi dalla curva e dalle pedane vicine, i giudici di campo. La giovane ha vinto la sua battaglia. Ha migliorato il record. Vede davanti a sé il caleidoscopio di colori fondersi in un’unica luce dalle tonalità prima celesti e poi sempre più chiare, che lentamente la immerge in un apparente stato di pace assoluta. Mentre flette il corpo in un inchino, chiude gli occhi. E un istante prima, all’estremo angolo del campo visivo, un poco sfocato, vede finalmente che si sta avvicinando anche lui.
«La luce si fa candida, poi bianca, poi rosata, poi perlacea. Infine, d’improvviso, nera. Attorno a lei non vi è più nulla. Il sogno si è dissolto. La giovane ha perduto conoscenza. Dorme un sonno che non è affatto pacifico ma, al contrario, inquieto, agitato, doloroso.»
 
 
Lo scrittore L. O. sollevò lo sguardo dalla tastiera e lo fece girare, assente, sulla scena che lo circondava. Non vide nulla. Era immerso nel buio, nel sogno interrotto, nella vicenda di fatica e successo, di dolore e di gioia che stava inventando. Fece scorrere a ritroso il testo che aveva scritto, lo rilesse più di una volta, sempre meno lentamente, alla ricerca del ritmo giusto e del giusto linguaggio, correggendo, cancellando, aggiungendo. Tolse alcuni aggettivi qua e là. Un paio li rimise al loro posto. Finché annuì, temporaneamente soddisfatto. Lo stile c’era. E se il volo non aveva potuto essere basso, era soltanto per l’intrinseca natura della vicenda narrata. Avanti, dunque Riportò le dita ai tasti, riprese a scrivere.
 
 
«Tutti gli addetti al reparto ortopedia sportiva del grande ospedale sapevano che il giovane chirurgo era destinata a un brillante avvenire. Profonda umanità, infallibile abilità diagnostica, nervi di acciaio, mani in cui bisturi e lancetta non avrebbero mai tremato. Entrato nella stanza senza dire parola si chinò sul corpo della giovane, ancora perduto nei tumultuosi sogni del dopo anestesia, lo scoprì, svolse con dolcezza le fasciature, esaminò con occhio critico le suture, picchiettò con dito leggerissimo tutto attorno. Quindi spostò lo sguardo sulle radiografie rette dall’infermiera che lo assisteva. Tornò a posare l’indice ai margini dell’ultimo miracolo di cesello chirurgico da lui stesso compiuto soltanto poche ore prima. Annuì.
«"Sua figlia tornerà a camminare", disse finalmente, rivolto alla donna ancora giovane, pallida in viso e dai lineamenti segnati dall’angoscia, che sedeva al fianco del letto. "Dapprima con grande fatica. Con autentica pena. Dovrà reimparare da capo, come ha fatto da bambina. E lei dovrà continuare con il suo sacrificio. Aiutarla fino in fondo. Assisterla. Ma finalmente sua figlia potrà ricominciare a condurre una vita normale, come ogni fanciulla della sua età. Camminare, correre, ballare. Saltare persino, perché no? Non in gara, certamente, come una volta, quei tempi sono purtroppo finiti per sempre, ma sarà veramente viva. Potrà amare, avere una famiglia, figli."
«"E’ un miracolo", mormorò la madre.
«"Lo definisca come vuole. Un miracolo di fiducia e coraggio, diciamo. Da parte sua e da parte di sua figlia, soprattutto."
«Presagli la destra senza dire nulla, in un gesto istintivo, la donna cercò di portarsela alle labbra. Il giovane chirurgo la ritrasse, confuso. "No, no", mormorò. "Che cosa fa?"
«Due lunghe lacrime, traslucide sotto la lampada fluorescente al capo del letto, segnarono le guance della madre, ceree. La donna chinò il capo in silenzio. La mano, si allungò ad accarezzare il volto ancora dormiente della figlia sfortunata, la bimba resa troppo adulta dalla disgrazia che ne aveva messo a repentaglio la vita e che comunque aveva crudelmente vanificato l’illusione di diventare una grande atleta. Una bambina appena oltre l’età dei sogni innocenti, ancora sulla soglia di quella vita di donna che ora le si spalancava davanti. Una vita che sembrava esserle stata inibita e che invece, come aveva detto il giovane medico, ora avrebbe potuto innanzitutto essere fatta di amore.
«Seguendo il chirurgo, la madre si avviò verso la porta. Ora poteva chiamarlo. Farlo entrare. Fargliela vedere. Nel corridoio, il ragazzo sollevò uno sguardo ansioso dal testo di studio che in realtà non stava leggendo ma soltanto fissando, immerso in un cupo velo di preoccupazione. Vedendola, si accese in viso. Una luce che la donna riconobbe perfettamente. Ansia. Resa ancora più vibrante da un altro sentimento. Amore. Il sentimento puro di un giovane uomo pulito. Il giovanissimo campione di atletica, amico da sempre di sua figlia, che aveva vissuto assieme a loro l’angoscia di quei mesi seguiti al terribile incidente. Un evento di cui non si poteva incolpare nessuno se non la spietata cecità probabilistica della sorte. Una chiazza di ghiaccio su un’angusta strada di collina dopo una laboriosa seduta di allenamento invernale tra l’ossigeno dei pini, un’auto in volo libero, una gamba e la spina dorsale della giovane alla guida spezzate in più punti, un sogno distrutto.
«"Vieni", gli disse. "Puoi entrare. Dorme ancora, ma vieni a vederla. Si sveglierà presto e sarà felice di vederti lì." Non aggiunse altro. Si limitò ad annuire. Sì, intendeva, dire. Sì, la tua amica guarirà.»
 
 
Lo scrittore L. O. sollevò definitivamente le mani dalla tastiera. Si lasciò andare all’indietro sulla poltroncina girevole, stanco, appagato. Rilesse da capo ciò che aveva scritto e annuì a sua volta. Sì, lo stile cominciava a esserci. E anche il ritmo.
Nella mezza luce della lampada da tavolo, sul pavimento, la donna delle pagine patinate non sembrava più tanto seminuda. E per certo il suo sguardo non appariva sinistro come prima. Sembrava pisolare, con la sigaretta pendula dalla bocca in una smorfia di rassegnazione. Presa lei, in chiusura di una domenica qualsiasi, dallo spleen che lo scrittore era riuscito a scrollarsi di dosso con imprevedibili pensieri di sport.
A quell’ora, ignara di tutto, pisolava forse anche la direttrice con gli stivali.
 
© Mario Biondi
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