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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Ninnoli per signora
(1991, rifatto 1998)

Alla frontiera di Ponte Chiasso gli fu chiesto perentoriamente di smontare dall’auto. Massimo Bederi-Brezzi non si meravigliò. Cose che capitano. Noiose ma del tutto comprensibili. Un uomo solo, giovane, al volante di una vettura così particolare. Quando però vide avviarsi le procedure di perquisizione provò una fitta di fastidio. Lo prendevano per un ladro di polli? Continuò a non farci molto caso. Aveva ancora la mente presa – e oppressa – dal passato appena trascorso.
In principio gli era piaciuto. Naturale. Chi non si sarebbe sentito lusingato da una storia così? Senza nessun preavviso, due mesi prima era comparsa questa splendida dama. Non giovanissima ma affascinante. Raffinata. Eccentrica. Americana. L’aveva vista smontare da una Corniche cabriolet color argento con targa inglese. Un’auto certamente non per tutti i mortali.
Seguendola con lo sguardo mentre avanzava a piedi per il viale, con quell’incredibile abito in lamé che lasciava trasparire più di quanto celasse ma che al tempo stesso sembrava una corazza impenetrabile, lui era rimasto senza fiato. Poi un impulso indefinibile lo aveva spinto a farsi avanti per darle il benvenuto. Del resto era suo dovere, in quanto pronipote del fondatore di quel Circolo Nautico.
L’aveva guardata con un lungo sorriso silenzioso, le aveva teso la mano. Una scena da film, ma che gli era venuta spontanea. Dove aveva già visto quella donna? Forse proprio in un film. O su una rivista di pettegolezzi del jet set internazionale. Chissà.
«Una nuova socia del Circolo?»; le aveva chiesto. E si era presentato. Lei gli aveva fissato addosso uno sguardo perforante. Poi aveva annuito, tendendogli a sua volta la mano, che lui si era chinato a baciare. Quindi gli aveva voltato la schiena senza dire una parola, sedendosi da sola a un tavolo sul terrazzo.
Tutto era sembrato finire lì. Finché qualche giorno più tardi, verso l’ora di pranzo, erano rimasti soli in piscina. Lei, costume da bagno degno di una guerra spaziale – un’altra corazza –, impenetrabili occhiali da sole anche in acqua, era parsa improvvisamente sgelarsi. Si erano messi a giocare.
Giochi da bambini, ma dalle cadenze che a poco a poco, singolarmente, si erano fatte quasi violente. Stanchi, si erano abbandonati a prendere il sole sul terrazzo. «Pranza qui?»; le aveva chiesto. Lei aveva risposto di sì, lui si era offerto di farle compagnia. Un po’ di conversazione. Gli spiaceva, aveva aggiunto, vederla così sola.
Avevano pranzato insieme e insieme avevano preso il caffè, senza eccedere nella conversazione. Espressioni di pura circostanza. Cortesi, distaccate. Finché lei aveva detto che, visto il caldo eccezionale per maggio, voleva fare un po’ di sci d’acqua. Ma purtroppo, aveva aggiunto, il loro autista-marinaio non c’era, mandato chissà dove dal marito, ad accudire chissà quale incombenza. Lui si era offerto di farle da pilota.
Un magnifico scafo, anche se un po’ eccessivo, come l’auto, come tutta quella donna. Sembrava volare sull’acqua. Ancora più levigato dal pulviscolo d’acqua, il corpo di Sharon appariva perfetto. Braccia tese a reggere il bilancino, cosce contratte a governare il monoscì, fronte corrugata per l’impegno. Non bella: impareggiabile. Una Venere protetta da una corazza imperforabile. Fendeva l’acqua tra due ali candide di schiuma.
Finché l’aveva vista alzare il braccio destro e lasciarsi andare nell’acqua. L’aveva raccolta e poi, calzato lo sci, si era tuffato a sua volta, recuperando il bilancino. Lei si era messa ai comandi, gli aveva fatto fare una volata corroborante. Lui aveva lasciato che gli eventi procedessero per conto loro.
Quando erano arrivati all’altezza di Villa d’Este, l’istinto gli aveva detto che era il momento di agire. Aveva alzato anche lui il braccio e si era lasciato andare in acqua. Lei aveva subito fatto fare al motoscafo una grande curva, venendo a raccoglierlo.
«Freddo?»; aveva chiesto. Lui aveva risposto con un sorriso. Il più seducente di cui si riteneva capace, rimanendo immerso fino al collo, stillando acqua dai capelli sulla fronte, sulle guance e sulle labbra illividite dal gelo dell’acqua. Un trucco vecchissimo ma sempre efficace.
Quindi, con un’unica tensione delle braccia e una torsione del corpo, si era issato a bordo, sedendosi al suo fianco. Con mani delicatissime lei gli aveva fatto scorrere sul torace e sul dorso un telo di spugna caldo di sole. Quindi gli aveva passato una sigaretta accesa. Dopo di che aveva accennato a mettere la mano sulla chiavetta dell’accensione. Ma a lui era parso che lo facesse con scarsa convinzione.
Le aveva preso la mano, fissando lo sguardo su due superfici di vetro scuro attraverso cui non era possibile vedere niente. «Rimaniamo un attimo», aveva detto.
Lei si era abbassata gli occhiali sul naso, con aria ironica. Era sembrata valutarlo per la prima volta a fondo. Si erano sdraiati al sole sui materassini del ponte, gomito contro gomito, le gambe che si sfioravano e avvicinavano sempre più.
Aveva cominciato ad accarezzarle lentamente un braccio. Lei aveva voltato la testa, come per vedere dove intendesse arrivare. Lui si era alzato sui gomiti, girando la testa e baciandola dietro l’orecchio, con grande delicatezza. Una scossa elettrica di pelle, peluria, residui di lago. Si era sentito bruciare le labbra.
Lei si era scostata e l’aveva guardato, tornando ad abbassarsi gli occhiali sul naso, gli occhi velati di ironia. Giocava. Aveva finto di opporre resistenza, di interporre tra loro la corazza delle regole di società. Delle convenienze. Non più di un attimo. Lui l’aveva sollevata tra le braccia e depositata sul sedile del motoscafo. L’aveva baciata a lungo, sentendola corrispondere. L’aveva accarezzata. Aveva sentito il suo corpo tendersi. Ma lì, in mezzo al lago, le convenienze non consentivano molto di più.
Dopo si erano guardati in faccia e, superato un attimo di incertezza, erano scoppiati a ridere. Ed erano tornati ad abbracciarsi. Tutto questo due mesi prima. Come passa il tempo. Come cambia la realtà.
 
 
Una settimana prima, invece, vedendola entrare al Circolo Nautico, Massimo si era sentito prendere da un insopprimibile moto di stanchezza. Doveva farla finita. Ma come?
La sera di quel famoso giorno, dopo l’abbozzo di amore sul motoscafo, erano andati a cena in un ristorante d’obbligo per la buona società. Si erano fermati qualche minuto in un locale notturno, ma sotto pelle urgeva un’altra furia. Avevano raggiunto la casa che lei aveva affittato in collina, sopra il lago, un’immensa villa in mezzo a un parco di alberi secolari.
La residenza ufficiale di Sharon era a Saint Moritz. E con Saint Moritz lei teneva contatti regolarissimi. Perciò doveva continuamente, più di una volta alla settimana, andare a Lugano a portare o prendere qualcosa. Aveva un recapito in un grande albergo e si faceva recapitare lì da Saint Moritz o dall’America tutto ciò che le occorreva, e ugualmente da lì faceva spedire altre cose.
«Non potresti farti mandare ciò che ti serve direttamente in questa casa, e fare le tue spedizioni da qui?»; aveva tentato di obiettarle.
Lei aveva riso. «Non offenderti, Massimo, il tuo paese lo amo, ma le cose che mi faccio spedire o che spedisco devono arrivare in fretta, non fra due anni.»;
E aveva cominciato subito a pretendere addirittura che a Lugano, a portare e ritirare i suoi pacchetti, ci andasse lui, da solo. Il cavalier servente. L’autista. Il domestico. Perciò, oltre che per la differenza di età, Massimo si era stufato. Lui ventotto anni. Lei, quanti? Chissà.
Di quando in quando compariva anche il marito, che aveva uno strano accento italo americano ma si dichiarava armeno di Aleppo, commerciante internazionale di tabacchi, uomo di profonda malinconia, flaccido, asmatico, strenuamente impegnato a nascondere dietro una grassezza quasi improponibile un’intera serie di caratteristiche psicofisiche levantine.
Quando nuotava si manteneva praticamente verticale nell’acqua, la cupola spelacchiata della testa protetta da una cuffia bianca. Sputava compunto a destra e a sinistra l’acqua che non cessava di entrargli in bocca. Sembrava odiarsi. Chiedere comprensione. Evidentemente abituato a manovrare montagne di soldi, sembrava comunque ambire a essere accettato da tutti. Anche dagli amici della bellissima moglie.
«Chissà, Massimo», gli aveva addirittura detto una volta, stringendogli sul polso una mano insospettabilmente ferrea, «un giorno lei potrebbe anche rientrare nei miei piani. È da tempo che sto pensando a sviluppare la mia attività in Italia. A cercare un aiuto qui. Potrebbe interessarle?»; Ed era sembrato ammiccare.
«Perché no?»; aveva risposto Massimo distrattamente. Figurarsi. I tabacchi di un armeno di Aleppo.
Commerci di cui sembrava vergognarsi un po’ persino il brav’uomo. Eppure, le rare volte che capitava al Circolo al mattino, sistemandosi su una sdraio a leggere con attenzione spasmodica una pila di giornali finanziari – tondeggiante montagna di forme quasi umane –, dai suoi occhi emanava una luce di acciaio, quasi trascendente, inquietante, crudele. Sollevava a fatica l’immenso corpo dalla sdraio e si chiudeva in cabina a telefonare. Lunghissimi minuti al chiuso, con il vetro che si velava di umidità.
Una persona singolare ma non veramente sgradevole, a cui Massimo si sentiva di contestare soltanto le mani sudate. Gli si era quasi affezionato. A osservarlo bene si scopriva che il suo sguardo inquieto, affondato nelle pieghe di grasso, non riusciva a nascondere un’insopprimibile vena di antica e profonda furbizia. Sapeva sicuramente tutto della moglie. Tollerava. Andava e veniva, affannato nei suoi affari. Chi aveva mai visto niente di simile?
Insomma: Massimo si sentiva pieno di sensi di colpa nei suoi confronti. Avvertiva uno spiacevole sapore amaro in bocca. Doveva finirla di ridurlo alla stregua di un vecchio cervo bolso.
 
 
Quel giorno di una settimana prima, Sharon, arrivando, aveva un’aria strana, insolita, quasi agitata. Doveva dirgli qualcosa. Massimo, avendolo capito, sfuggiva i suoi sguardi dedicando un’inedita attenzione ai dadi di alcuni suoi giovanissimi cugini, che a un tavolo vicino stavano giocandosi chissà che cosa. Quando il gioco dei suoi cuginetti si era concluso, però, non aveva potuto evitare di prestare attenzione a lei.
«Bene», aveva detto Sharon con il suo secco accento newyorkese. «Devo andare in città a cercare una cosa.»; L’aria agitata era scomparsa. Forse non c’era mai stata. Un’illusione. Massimo aveva capito subito che il vero senso delle sue parole era: «Vieni fuori. Andiamo»;.
Gli sarebbe infinitamente piaciuto riuscire a fingere una grandiosa indifferenza, ma quello che stavano vivendo non era più un film. Si era sentito obbligato ad alzarsi per seguirla. «Sì, devo andare in città anch’io», aveva detto, goffo come non gli era mai successo. Che pena.
Le aveva aperto la pesante portiera di sinistra, l’aveva aiutata ad accomodarsi. Aveva aggirato l’auto. Vi si era sistemato a sua volta, pescando immediatamente una sigaretta dal pacchetto abbandonato nella vaschetta in radica che separava i due sedili. Prodotta con tabacchi del marito? Chissà. Aveva avviato il motore. Era partito. L’autista tuttofare di una bellissima e ricchissima signora non più giovane. Un fotoromanzo.
«Ho deciso di far venire da New York un oggetto molto particolare da mettermi per la festa degli americani», aveva detto lei. Quattro luglio, festa degli americani, occasione internazionale che veniva festeggiata su quel lago italiano come in tutte le località eleganti del mondo frequentate da statunitensi. Lui non aveva nessunissima voglia di andarci con lei. Ma aveva taciuto. Vigliacco. Un fotoromanzo, proprio, ma pessimo.
 
 
Mentre guidava, la mente di Massimo divagava. Certo, pensava, insieme avevano passato molte ore belle. Di giorno come di notte. Ma adesso basta. Non voleva pensarci più. Era ora di cambiare, aveva bisogno di qualcos’altro. Succede. Non riusciva più a giocare. Quando lei, una sera che lui non era assolutamente in vena, sul terrazzo della grande villa gli aveva porto una banconota dicendo: «Va bene, allora ti compero», lui si era trattenuto a stento dal rispondere con un ceffone. Uno scherzo pesante, ma aveva ragione lei. Un autista tuttofare. Un mantenuto.
Continuando lo scherzo, Sharon aveva fatto comparire da dietro la schiena una piccola pistola, puntandogliela contro. Lui aveva scrollato le spalle e l’aveva avvertita che le armi gli davano molto fastidio. Lei era sembrata non darsene per intesa, rimanendo così, con la pistola in una mano e la banconota nell’altra.
Lui le aveva voltato le spalle, appoggiandosi alla balaustra del terrazzo e fissando lo sguardo nel buio del parco. Aveva avvertito una sensazione di freddo alla nuca. La pistola. Lei era lì, alle sue spalle, silenziosa, felina, a reclamare a mano armata la sua dose di amore. Avevano finito con il farlo, e non era stato peggio delle ultime volte. Ma neanche meglio.
Mentre era preso in una simile palude di meditazioni, la sentì dire qualcosa che non ascoltò nemmeno. Era troppo preso a guidare la Corniche con la massima dolcezza nell’ingorgo che si formava sempre all’attacco della strada costiera in direzione della città.
«L’ho a New York e lo metto molto di rado. Un gioiello su-per-bo», aveva continuato lei. «Da rimanere senza fiato. Il dono di un sultano ottomano a una sua favorita, scovato da mio marito in non so quale bazar di Istanbul. Vedrai. Pare addirittura che abbia poteri magici. Sta di fatto che mi era stato sottratto da un lestofante, ma mio marito è riuscito a recuperarlo. Credo che l’uomo che me l’aveva portato via abbia passato un brutto momento. Molto brutto. È un osso duro, sai, mio marito, nonostante le apparenze.»;
Lui aveva scrollato le spalle. Un osso duro? Quel mucchio di pieghe di grasso? Figurarsi.
«Comunque, bisognerà che tu mi faccia il favore di andare a Lugano a prendermelo, domani», aveva ripreso lei. «Io non posso andare, e di un’altra persona non mi fido. È un oggetto troppo prezioso e mi è troppo caro.»;
«No», aveva risposto Massimo cercando di adottare lo stesso tono secco. «Non ci vado.»;
«Perché?»; aveva chiesto lei, voltandosi a guardarlo con un’espressione sbalordita. «Che cosa significa?»;
«Significa che non ho voglia di andare a Lugano e che quindi non ci vado. Vacci tu. Manda il tuo autista.»;
«Ah», aveva commentato lei. Nient’altro.
Avevano viaggiato per un po’ nel silenzio quasi arcano della Corniche. Lui guidava tenendo lo sguardo fisso davanti a sé e fingendosi preso dalla guida a destra, per lui insolita. Lei si era girata e guardava il lago dal finestrino, immersa nei suoi pensieri.
«Perché non vuoi andare a Lugano?»; gli aveva chiesto dopo un lungo intervallo, quasi con un’intonazione stanca nella voce. «Mi faresti un grande favore. Io…»;
«Perché mi sono stufato», aveva risposto lui, villano. «Di tutto», aveva precisato. «Anche di te.»;
Ecco: l’aveva detto. In maniera maleducata, senza un minimo di classe, ma l’aveva detto. Se da parte di lei c’era stata una qualsiasi reazione, non aveva potuto notarla. Aveva infatti ancora lo sguardo fisso sulla strada. L’auto procedeva lenta, simile a un fantasma opalescente, capace di mimetizzarsi nelle infinite varianti di grigio che avvolgevano il lago.
«Fermati», aveva detto lei dopo qualche istante. «Fermati un attimo, per favore.»;
Lui aveva portato l’auto in una piazzola e spento il motore. Falsamente meticoloso, per tenere a bada i nervi aveva tirato il freno a mano. E a quel punto finalmente l’aveva guardata. Uno sguardo gelido, seccato. Ma non aveva potuto capire niente. Lei gli mostrava la schiena. Continuando a tenergli girate le spalle in quel modo, aveva infilato una mano nella borsetta che teneva in grembo.
Nervi, aveva pensato lui. Bisogno di una buona sigaretta. La mano di Sharon era scomparsa nella borsetta, si era messa a rovistare.
Massimo aveva deciso di essere paziente. Aveva voglia anche lui di fumare. Si era frugato in tasca. Niente. Aveva abbassato lo sguardo alla vaschetta in radica. Il pacchetto delle sigarette era lì, e se era lì non si capiva perché lei lo cercasse nella borsetta. Lo aveva preso, ne aveva sfilata una con un gesto meccanico e se l’era messa tra le labbra. Quindi era smontato. Aveva bisogno di fumo e al tempo stesso di aria. Si era allontanato dall’auto, si era appoggiato con entrambe le mani al muricciolo sul lago. Se l’era sentita arrivare alle spalle. Adesso mi abbraccia, aveva pensato con fastidio.
Quando aveva sentito lo scatto metallico non aveva capito. Aveva pensato all’accendino. Si era voltato a guardarla. Lei gli stava puntando contro la piccola pistola. Un insolito regalo di compleanno del marito. Poteva servirle, le aveva detto dandogliela, per difendersi da un delinquente. Ecco: si stava difendendo.
Massimo aveva aggrottato la fronte, lasciando cadere la sigaretta ancora spenta. «Che cosa fai?»; aveva chiesto. «Sei impazzita?»;
Il tono era indubbiamente poco tranquillo, non degno di lui. Ma chi, in una situazione del genere, non sarebbe stato agitato? Mai in vita sua avrebbe pensato di potersi trovare un giorno con una pistola puntata addosso. L’arma tremava, quella pazza era capace di sparargli davvero.
«Che cosa ti salta in mente?»; aveva ripreso. «Siamo persone adulte. Credo che dovremmo avere l’intelligenza e l’educazione di risolvere questa situazione senza drammi.»;
«Intelligenza», aveva mormorato lei. «Educazione», aveva aggiunto con voce sorda. Quindi aveva scosso la testa. Lui teneva lo sguardo fisso sull’arma che continuava a tremare. Poi aveva agito di scatto. Afferrata la pistola le aveva torto la mano di lato, strappandogliela.
Si era lasciato sfuggire un’imprecazione. Che idiota. La pistola era finta. Sarebbe bastata qualche minima nozione di armi per accorgersene. Che figura da imbecille. Aveva osservato per un po’ l’arma pensierosamente, quindi l’aveva fatta volare nel retro dell’auto, chissà dove. «Su», aveva detto, «andiamo.»
 
 
Depositata di nuovo Sharon al Circolo Nautico non l’aveva più vista. Aveva visto, invece, il marito, alla festa degli americani. Da lui aveva saputo che era partita per un lungo viaggio negli Stati Uniti. Non sarebbe tornata prima dell’inverno. In Svizzera, naturalmente. Quanto a lì, sul lago, sarebbe forse tornata l’estate seguente. C’era un progetto di andare a verificare in che condizioni fosse un antico palazzo di famiglia a Costantinopoli, sulla costa asiatica del Bosforo, una residenza abbandonata da decenni.
Per intanto Sharon inviava calorosissimi ringraziamenti a quel giovane tanto educato e simpatico, che le aveva fatto una magnifica compagnia in quei due mesi, impedendole di soffrire la solitudine.
«Le è molto grata», aveva detto l’omaccione sorridendo. «Di tutto», aveva precisato in tono insinuante. Pover’uomo. Aveva senz’altro capito. E – incredibile – gli era grato per il rapporto che aveva avuto con sua moglie.
Quando il buon grassone gli aveva chiesto, come il più particolare dei favori, se non sarebbe potuto andare un’ultima volta a Lugano… Oh, sì, sì, lo sapeva che tormento fosse stato per lui, in passato, questo obbligo di correre continuamente là, avanti e indietro, come un galoppino, carico di "ninnoli per signora". Perciò, se non ne aveva voglia… Ma si trattava di dare una mano al loro autista-marinaio – un turco del Mar Nero, pover’uomo, che non sapeva in tutto neanche cinque parole delle varie lingue europee – a sbrigarsela con il meccanico incaricato della messa a punto della Corniche e del trasferimento a Saint Moritz. Lo avrebbe trovato già a Lugano, all’officina.
Insomma, Massimo era stato felicissimo di poter in qualche modo ricambiare, lavarsi di dosso almeno in parte l’orribile senso di colpa nei confronti del bravo grassone di Aleppo.
Era arrivato alla frontiera di Pontechiasso con la sua vecchia Morgan, fischiettando un motivo allegro. Era un uomo libero. Finalmente.
Quando gli fu chiesto che cosa fosse la polverina bianca contenuta in un corpulento sacchetto nascosto in un doppiofondo abilmente – ma neanche tanto – realizzato nel portabagagli, non seppe che cosa rispondere. Non l’aveva mai visto, e quel doppiofondo non lo aveva fatto lui.
«E chi, allora? Non fare il furbo», gli fu replicato. Il suo passaggio era stato segnalato da una soffiata anonima.
Quando fu caricato su un furgone con i finestrini protetti da sbarre e portato via, nella sua mente fece capolino la grossa testa del grassone di Aleppo. Non più ansioso. Non più ansante. Oh, no. Rideva beffardamente, strizzando gli occhietti porcini.
Venne quasi da ridere anche a lui. "Ninnoli per signora", aveva definito quei pacchetti. Cominciò a capire che i presunti commercianti levantini di "tabacco" – e le loro mogli – sono persone da trattare con molta educazione. Con molta intelligenza.
 
© Mario Biondi
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