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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Racconto di Natale
(2014)


Batti i pani, compare la strega. Ovvero: i fantasmi è meglio lasciarli dormire. Lo penso quando ricevo un’inopinata mail che dice: «Caro Mario, sono convinto (dopo aver visto le sue foto sul web) che noi ci siamo  conosciuti e frequentati nell’infanzia a S. Fermo della Battaglia. Suo padre era Spero Biondi e Sua madre, se non erro, si chiamava Anita ed era una grande amica di mia madre. Suo padre aveva un fratello che si chiamava Charles in quanto era di origine inglese. Il mio nome è X. Y. e vivevamo entrambi in due ville. Ricordo, come se fosse ieri, un albero di Natale spogliato da noi due dei vari dolciumi… Etc etc etc… Cordialmente, e al ricordo dei bei tempi passati.»
«Bei tempi passati»? Mah. «Come fosse ieri»? Settant’anni fa. E a quanto pare i fantasmi ciascuno se li ricorda come gli conviene (per questo è meglio lasciarli dormire). Me lo ricordo anch’io, quel Natale. Ma come il più triste della mia vita. Oltre a essere il primo che ricordo. Il primo, sì, altri non ce n’erano stati. Come potrei ricordarmi quello del 1939? Avevo sette mesi. Poi, dal 1940 al 1943 il papà era stato via, in guerra, chissà dove. Vivo o morto? Chissà. La mamma e io soli, impauriti. Non poco affamati, anche. Come si poteva aver voglia di festeggiare? Poi ancora il 1944, altre confusioni, altro anno da dimenticare. Niente Natale, o pochissimo, e non tale comunque da poterlo ricordare.
Ma finalmente arriva il 1945, il primo anno vissuto veramente senza guerra. E con esso il primo Natale che ricordo. Avevo sei anni e mezzo. Il mio sfortunato fratello Paolo ne aveva poco più di uno. Il papà aveva tirato fuori da chissà quale solaio uno scatolone di vecchissime statuine. Quelle dei suoi presepi. Non le avevo mai viste, mi parvero bellissime. Scendemmo in giardino e raccogliemmo il muschio necessario. A quei tempi lo si trovava ancora, ricco e abbondante. Poi qualche ciocco sottratto alla legna da ardere nelle due stufe di casa, un po’ di stagnola per il fiume, uno specchietto per il lago, chicchi di riso per la stradina con i tre Re Magi, una spruzzata di farina bianca per la neve (ma poca, per carità! la vedevamo da poco tempo), e il presepe fu pronto.
Un intero mondo in miniatura, e l’avevamo costruito noi: mi sembrava incredibile. La gioia era tale che non riuscì a scalfirla la scoperta che, mentre il papà e io facevamo gli architetti di quel piccolo mondo, il fratellino Paolo ne aveva approfittato per addentare di soppiatto la Madonna, masticandole via mezza faccia. Era comunque ancora bellissima, e, povero Paolino, così bianca assomigliava tanto agli ossi di seppia su cui il barbutissimo medico di famiglia gli faceva esercitare la neonata dentatura. Rimedi di allora.
Questo per la parte “italiana” della cultura di mio padre, che però ne aveva anche una parte “inglese”, come del resto suo fratello, essendo i due cresciuti a Londra e tornati in Italia soltanto adolescenti. E quella parte di cultura esigeva “l’albero di Natale”, allora non diffusissimo da noi. Tagliare abeti nel bosco era proibitissimo, ma i due fratelli conoscevano a menadito la zona, e in una notte buia e tempestosa l’albero fu al sicuro in casa. Adesso si trattava di addobbarlo, ma erano evidentemente mesi che il papà ci pensava. Essendo di lingua madre inglese aveva subito fraternizzato con i soldati britannici stanziati a Como alla fine della guerra, addirittura collaborava con loro alla prima ricostruzione dell’Italia, e attraverso loro era riuscito a procurarsi meravigliose candeline bianche e azzurre a rischio di bruciare la casa, ma soprattutto succulenti lecca lecca e dolcetti assortiti di zucchero e forse persino cioccolato.
Come stava bene l’albero, così addobbato. C’erano anche le bocce colorate e il puntale, probabilmente usciti anch’essi da qualche antico scatolone in solaio. Ordine perentorio per i due bambini: non si tocca niente. A mezzogiorno di Natale, dopo il pranzo, si accendono le candeline e si tirano giù i dolcetti, un po’ per il seienne Mario e un po’ per il piccolo Paolo. Che tremebonda ansia, nell’attesa. Ma finalmente il Natale arriva, e tra mille trepidazioni arriva il pranzo, con tanto di inaudito tacchino, e come Dio vuole finisce, e si accendono le candeline, e… Dovrebbe scattare il momento magico, ma…
Ma… Per rendere indimenticabile quel primo vero Natale di famiglia, papà e mamma hanno fatto le cose in grande. Hanno invitato un po’ di amici e parenti. Tra i parenti mio zio Mario, dodicenne. Tra gli amici un adolescentello paffuto, mai più visto, che settant’anni più tardi si rivela di memoria fragilissima in una mail brulicante di fantasmi. Il settenne Mario e il Paolino di un anno non riescono nemmeno ad avvicinarsi all’albero e tanto meno a dare una leccatina appena appena ai dolcetti. I due adolescenti si trasformano repentini in furibonde repliche di Attila e Gengiz Khan, e in pochi istanti l’albero di Natale è spoglio. Non già, però, “spogliato da noi due dei vari dolciumi”, caro fantasma del paffuto e goloso adolescente X. Y. della mail, ma spogliato da lei e dall’altro Mario, il mio ormai scomparso zio.
Non ricordo se la stupefatta delusione mi consentì di mettermi a piangere. Sta di fatto che, sì, i fantasmi è proprio meglio lasciarli dormire…
 
 
© Mario Biondi
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