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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

La maestra
(1959 - Varie revisioni)

La signorina Anna Bolaffi, insegnante di storia dell’arte nei licei della Repubblica italiana, si considerava una maestra. Niente di più. Abbastanza brava. Certamente coscienziosa. Molto disciplinata. Molto legata al proprio dovere. Perciò quel mattino si svegliò in un particolare stato di eccitazione. Come tutti gli anni, inevitabilmente. Quindici ottobre: riaprivano le scuole.
La signorina Anna Bolaffi, insegnante di storia dell’arte, era molto soddisfatta perché aveva moltissime cose divertenti da raccontare ai suoi allievi.
«Come saranno le prime?» si chiese, rabbrividendo un poco sotto la doccia nell’anticipo di inverno che le aveva riservato quel risveglio.
Era giovane, Anna Bolaffi, e piuttosto disinvolta. Aveva scandalizzato spesso i presidi sotto cui era capitata, perché si mormorava che desse troppa confidenza agli allievi, e perché invece insegnare, che so, “che Raffaello è stupendo”, diceva magari che era “noioso”, e che Tiepolo, tutto considerato, “era un bravo imbianchino”. Paradossi, naturalmente, riservati di norma agli allievi delle classi superiori, e che questi ultimi imparavano a decifrare.
Invece di fare regolamentare lezione in aula, inoltre, li portava magari in giro per le vie della città, con il naso all’aria, perché guardassero “quello che c’è di nuovo e di vecchio, di bello e di brutto”. Dopo di che assegnava relazioni scritte da portare per la lezione successiva.
Addirittura, quando aveva insegnato a Milano, li invitava a raggiungerla per l’aperitivo, in gruppo, chi voleva venire, in un baretto di Brera.
Atteggiamenti che il corpo docente dei licei in cui era stata di volta in volta trasferita giudicava pericolosi, se non addirittura “pelosi”. Certo, i commissari esterni, agli esami di maturità, si compiacevano di trovarsi di fronte studenti molto ben preparati in storia dell’arte, molto “adulti” nei loro giudizi, però c'è un limite...
Poco canonico appariva anche che, a metà di una lezione sulla Vittoria di Samotracia, tirasse fuori riproduzioni di certe “discutibili opere” moderne o contemporanee al fine di raffrontarle con quella e di istituire paragoni. Uhm. Uhm. Uhm…
«La seconda A è simpatica» , pensava la signorina Anna, uscendo di casa e chiudendosi con cura la porta alle spalle. Viveva sola. Un’intrusione dall’esterno non le sarebbe piaciuta per niente.
«Se non ci fosse la B, così noiosa e secchiona» , pensò ancora. Il “Pozzo”, la chiamavano gli studenti delle altre classi. Ovvero il ricettacolo delle “Secchie”. Al pensiero sorrise. Tuttavia, aggiunse poi a beneficio di se stessa, che cosa era lì a fare, lei, altrimenti? Era compito suo far emergere i giovani di quella classe dal sonno dogmatico. Una missione da cui si sentiva investita e che ogni anno cercava di compiere al meglio, senza badare ai mezzi.
«I suoi sistemi» , le aveva bofonchiato un collega, insegnante di greco e latino, «sono per lo meno un po’... ehm, diciamo spregiudicati. Sì: spregiudicati.»
Considerazioni di cui sorrideva, illuminandosi in viso. Proprio così desiderava essere: spregiudicata, audace, moderna, interessante. A lezione, da lei, non dormiva nessuno.
Le terze la adoravano, e lo sapeva. Le aveva prese in prima e conquistate. Senza eccessiva fatica, in effetti, con un paziente lavoro di smantellamento di vecchi luoghi comuni del “non saper vedere”. Lavoro, in definitiva, dimostratosi molto piacevole.
«Tutto quello che farò loro fare» , aveva detto, entrando per la prima volta nell’aula della sezione B, due anni prima, «esigo che sia fatto.» Avevano un po’ borbottato e anche un po’ ridacchiato, perché allora lei era molto giovane, se non altro nel confronto con gli altri professori di quel liceo, ma con intelligenza. E lei si era subito divertita.
Aveva tirato fuori uno dei suoi sorrisi più allegri e concluso: «Naturalmente, se vi piacerà. E non ne ho il minimo dubbio».
No, per quanto concerneva la materia del suo insegnamento, di dubbi ne aveva pochissimi.
Quanto alla sezione A, una volta arrivata da loro, li aveva trovati già informati. Ragazzi intelligenti. Posati. Di un ceto vagamente più elevato di quelli della sezione parallela. Misteriose stratificazioni sociali della provincia italiana. Ma un po' boriosi, meno divertenti dei compagni.
La lezione con la B era scorsa via subito, allegra. Aveva pescato tra le sue carte una grandissima riproduzione del “Principe dei fiori di giglio” (ai suoi colleghi e anche agli allievi appariva quasi incredibile che riuscisse a portarsi dietro quella mole di materiale: libri, riproduzioni, diapositive).
«È bello» , aveva chiesto.
«Sì, no» , avevano risposto.
«Orrendo» , aveva mormorato, dall’ultimo banco, Lorenzo Olgiati. Il ribelle della classe. Un'intelligenza tumultuosa e spregiudicata, secondo la definizione del collega di matematica che lo aveva avuto già al ginnasio. Ma con qualche problema di equilibrio, aveva aggiunto.
A sedici anni? aveva pensato la signorina Bolaffi. Vedremo.
Lo aveva guardato fisso negli occhi. Due occhi accesi e molto belli. In un viso altrettanto bello. Dai tratti un po’ troppo dolci. Avrai una vita complicata, poveretto, aveva pensato d’impulso.
«Kalòs o pais, lièn kalòs», aveva citato mentalmente da Callimaco. Bello il ragazzo, troppo bello.
Eh, sì. Ormai gli adolescenti aveva imparato a conoscerli.
«Non sono d’accordo con lei... Olgiati» , aveva comunque replicato, fingendo di far scorrere lo sguardo sulla mappa dell’aula che aveva rapidamente tracciato mentre provvedeva all’appello. «Lei è Lorenzo Olgiati, vero? Perché, secondo lei, quest’opera sarebbe orrenda? Mi dica. Lavorando con me, imparerà che i giudizi vanno sempre motivati. Quindi per il momento accetto il suo, però voglio la motivazione. Perché “orrendo”?»
Il ragazzo aveva abbassato la testa e tentato di rispondere qualcosa. Ma si era interrotto subito. Com'era giovane!
«Vede che non sa che cosa dire, Olgiati?» aveva ripreso lei. «Prima di esprimere un giudizio, bisogna sempre averne formulato una motivazione articolata. Ma sono sicura che già dalla prossima lezione ce l’avrà. E forse l’aggettivo “orrendo” lo metteremo da parte. Se ci penserà bene, scoprirà che da solo non significa molto. Eh? Che cosa ne dice?»
Così, piano piano, a uno a uno, li aveva conquistati.
Adesso erano beati di farle circolo intorno, durante l’intervallo, e di aiutarla a portare in classe i mille parafernalia che giudicava indispensabili per procedere nella sua professione-missione.
Lorenzo Olgiati era stato la sua conquista più importante.
Intelligenza tumultuosa davvero, un ribelle, un negatore dagli occhi accesi e dal sorriso amaro. Quale perla, pensava lei, per un’amatrice o un amatore di fanciulli. Una vita complicata, avrai. Mai essere troppo intelligenti. Anche se, oh, be’, in definitiva...
Un giorno il bel ragazzo le si era avvicinato e le aveva messo in mano un fascicolo di fogli dattiloscritti. Timidamente. Tenendo basso lo sguardo di fuoco.
«Vorrei che li leggesse» , aveva detto, senza sollevarlo su di lei.
Poesie, appunti, considerazioni, racconti brevi.
Era molto giovane, Lorenzo Olgiati, e vittima della fama che si era già fatto di irruento ribelle, di bello maledetto. Un bambino di assoluta dolcezza, di totale ingenuità. E i suoi testi ne risentivano.
«Un Foscolo moderno» , aveva detto, sorridendo, al collega insegnante di italiano, anche lui prudente estimatore delle qualità letterarie che il ragazzo lasciava intravedere. Il collega aveva assentito con gravità. «Un rompiscatole come il grande poeta, se non altro» , aveva poi replicato.
«Ecco i suoi difetti», aveva detto al giovane scrittore in erba, rendendogli il fascicolo accompagnato da due paginette fitte di considerazioni a penna. «Almeno secondo me. Ma insista. Insista. Ho fiducia in lei.»
Il ragazzo le aveva sgranato in faccia due occhi che soltanto un poeta avrebbe saputo descrivere. Un poeta veramente grande.
Se le fossero piaciuti davvero gli adolescenti, come insinuava più di una velenosa collega, non avrebbe avuto bisogno di cercare altrove. Dove trovare una cosa più bella? Ma, no, non era innamorata di Lorenzo Olgiati. Almeno questo tipo di complicazione dalla sua vita era escluso. Tuttavia sapeva già che con l’avvicinarsi della fine dell’anno scolastico, l’idea che poi non l’avrebbe più rivisto tra quei banchi l’avrebbe rattristata profondamente e sempre più.
«Chissà se avrà ancora quegli occhi malati e quell’aria amara?» si chiese, mentre saliva di corsa le scale della stazione ferroviaria.
Era finita a insegnare nel piccolo, austero, persino, per certi versi, raffinato liceo di una città di provincia, per cui, quando aveva lezione di mattino, doveva prendere il treno delle sette.
A quell’ora la piccola stazione secondaria aveva un aria di risveglio, fresca, efficiente, che le piaceva.
Comperò un settimanale dell’opposizione. Anche politicamente si considerava spregiudicata, seppure — riteneva — senza l’acidità femminile della collega insegnante di storia e filosofia, o il virile furore messianico dell'altro “storia e filosofia”.
La signorina Bolaffi si accomodò in uno scompartimento e si immerse nella lettura.
Per primo leggeva sempre l’articolo di arti figurative di un giovane critico molto acuto, molto coraggioso.
«Lo leggano anche loro» , diceva poi ai suoi allievi. E loro, o almeno i più intelligenti, più qualche secchione, la lezione dopo arrivavano in classe con la rivista infilata tra i libri.
«Che cosa ne pensa?» chiedeva a uno, e la lezione passava a metà.
Per forza, poi, le sue spiegazioni sulla “materia di programma” finivano per essere molto veloci e brevi, e si protraevano ben oltre il campanello.
«Il segnale della fine lo do io» , diceva, «non il campanello. Qui dentro si lavora con la mente. Mentre quello è soltanto un mezzo meccanico ed esterno» . Nessuno protestava, salvo qualche volta il collega che stava ad aspettare fuori.
Dopo un po’ chiuse la rivista e guardò fuori del finestrino, sentendosi animata da un discreto spirito polemico. La lettura di quella rivista le faceva sempre quell'effetto. Proprio per questo la leggeva.
Considerò con un po’ di noia la piattezza di quella parte della campagna lombarda che le stava sfilando davanti agli occhi.
Di quando in quando, tuttavia, qualche particolare attirava il suo sguardo, riempiendola di autentica gioia. Un praticello di una freschezza giambelliniana. Un albero contorto e solitario che sarebbe molto piaciuto a Cosmè Tura.
A una stazione intermedia salirono due sue allieve, e si fecero molte feste. Non due che le fossero particolarmente simpatiche, tuttavia. Aria discretamente provinciale. Non capaci, almeno in apparenza e per adesso, di eccessivi slanci. Due brave ragazze, nel complesso.
«Dovrebbero essere tutti così» , diceva il preside quando a fine trimestre consegnava le pagelle. Ma lei non era d’accordo. Preferiva di gran lunga il “suo” malinconico e rumoroso Olgiati. Il suo “Lorenzo” , anzi, ormai. Onore che concedeva agli allievi che le sembravano particolarmente notevoli. Soltanto lui, in quel liceo. «Un’intelligenza viva» , chiosava il preside, «ma dispersiva. Quindi come al solito non possiamo dire di esserne pienamente soddisfatti.»
Come aveva riso, la signorina Anna Bolaffi, quando aveva scoperto che gli studenti (maschi) gli avevano appioppato il nomignolo di “Rara avis”. Quando poi, dopo qualche tempo, era casualmente arrivata a stabilire il collegamento tra il latino “avis” e il traslato della traduzione italiana cui si riferivano gli studenti, era quasi arrossita. Uccello Raro. Non ce l'aveva fatta non scoppiare a ridere. Era in treno. L’avevano guardata. Si era nascosta dietro il giornale, le spalle ancora squassate dallo spasso. Uccello Raro. Uccello Raro…
Durante la distribuzione delle pagelle, mentre gli altri se ne stavano compunti, qualcuno tremava e qualcun’altro addirittura sudava, Lorenzo Olgiati guardava ostentatamente fuori dalla finestra. Quando arrivava il suo turno, ascoltando l’allocuzione di “Rara avis”, scrollava le spalle e faceva un leggero sbuffo. In un altro liceo, più duro, più impersonale, la cosa gli sarebbe anche potuta costare cara. Ma lì dentro, senza averlo capito, il kalòs pais godeva di più di una protezione. Tra i suoi libri, comunque, si poteva stare certi che non si sarebbe mai trovato un Bignami o il Pechenino. Qualche giornale sportivo di troppo, magari, ma anche l’inevitabile copia del settimanale patrocinato dalla signorina Bolaffi.
«Passato bene le vacanze?» chiese alle due nuove venute, fingendo di interessarsene davvero, mentre non gliene importava niente. Le sembrava di sapere già le risposte.
«Io sono stata tre settimane a Londra» , disse la prima.
«È andata a visitare la National?» chiese lei, illuminata da un vago barlume di speranza.
«No», fu la desolante risposta.
«Non ho avuto tempo», la giustificazione.
In tre settimane? La signorina Anna Bolaffi, insegnante di storia dell’arte nei licei della Repubblica italiana, responsabile, nello specifico, di insegnare storia dell’arte a quelle due signorine della buona borghesia provinciale lombarda, si sentì scivolare di dosso quasi tutto l’entusiasmo con cui si era alzata quel mattino. Ma era colpa sua. Tutte le sue fatiche evidentemente non bastavano. Bisognava essere umili. Fare di più. Avrebbe provveduto.
Per il momento, comunque, decise di non agitarsi. In definitiva erano due alunne del “Pozzo”, la Seconda B delle “Secchie”. Davanti a sé, per tentare di abbattere qualche muro, aveva ancora due anni.
«Studiato?» chiese.
«Sì» .
Naturalmente.
Così arrivarono a destinazione.
Sotto i portici dell’antico liceo — “antico” davvero, non era un modo di dire — la solita folla vociante, ogni anno più numerosa, ma sempre ugualmente giovane e ansiosa di non esserlo più.
Ferveva il commercio dei libri usati, attività che, singolarmente, dal lato Vendite sembrava attrarre soltanto i maschi. I ragazzi erano troppo occupati per dedicarsi a lei. Comunque le lanciavano i loro saluti, girando un attimo la testa e poi tornando ai loro redditizi traffici.
Lorenzo Olgiati e altri tre stavano attorno a una 1100 Fiat famigliare. Avevano aperto lo sportello posteriore e la usavano come vetrina viaggiante.
«Qui non si vende» , gridavano, «si regala. Controllare per credere. Roba scelta. Freschissima.»
«Hai il libro di Arte» , chiese una ragazzina di prima ad alta voce, con l’evidente intenzione di farsi sentire.
«Sei pazza, ragazza?» ribatté Lorenzo Olgiati. «Il libro di Arte non si vende. È cultura, e la si conserva.»
La signorina Bolaffi respirò di sollievo. No, il “suo” Lorenzo non poteva averlo detto soltanto per fare il ruffiano, perché l’aveva vista passare. Non ne aveva bisogno, il kalòs pais. Quindi il suo lavoro non era stato inutile. Qualcosa rimaneva.
Quando entrò nel vecchio atrio severo e grigio, si sentiva animata da nuovo entusiasmo.
E anche lì tirò un sospiro di sollievo. Niente era stato toccato. Le colonne avevano sempre addosso la loro polvere, i muri erano sempre opachi e vagamente ragnatelosi, il pavimento mostrava tutte le sue sconnessure tra le grandi lastre di pietra. L’insieme era bellissimo. Vecchio, severo, sereno.
Niente reimbiancatura dei muri, niente scalpellatura delle colonne, niente piastrelle chiare sul pavimento.
Anche quella era stata una bella battaglia. Aveva dovuto andare da “Rara avis” accompagnata da un gruppetto di fedeli, letteralmente affiancata dal “suo” Lorenzo. Aveva dovuto protestare a lungo, con date, citazioni e copie di documenti, sostenendo la necessità, caso mai, di un restauro cauto, razionalmente studiato da specialisti. Ma alla fine l’aveva spuntata. Senza nemmeno sapere come. Il minacciato ricorso alla Sovrintendenza non aveva avuto praticamente nessun effetto, ma un vago accenno, del tutto casuale, a “informare il Provveditorato” circa il presumibile valore storico e artistico di quell’edificio, aveva avuto l’effetto di un toccasana, di un elisir.
Quando “Rara avis” aveva trionfalmente annunciato in Sala professori l’intenzione (con tanto di ottenute disponibilità economiche) di far «rinnovare un po’ l’atrio», era inorridita.
Come si fa a «rinnovare un po’ l’atrio» di un convento del Seicento, con ogni probabilità ricavato da un edificio ancora più antico, come testimoniavano certi materiali di recupero e certe finestre tagliate in maniera asimmetrica?
Anna Bolaffi, insegnante di storia dell’arte, avrebbe voluto poter tenere qualche lezione ai suoi stimati colleghi.
Per fortuna la bellicosa “sinistra storica” del corpo insegnante si era subito schierata dalla sua parte. Lo aveva detto ai ragazzi, avevano formato la delegazione.
Così adesso lei poteva guardarsi attorno soddisfatta, nell’intatta ombra secolare dell’atrio. Dentro un’intera tavolozza di grigi che nessuno doveva azzardarsi a violare senza criterio.
I bidelli la salutarono con deferenza. Sapeva perfettamente che la consideravano un’emerita seccatrice, con la sua mania di farli correre avanti e indietro per le diapositive, per le riproduzioni, per qualche libro dimenticato in giro, ma cercava di compensare con sorrisi sempre più ampi. Erano brave persone. Avviate verso un’onesta pensione.
In Sala professori c’erano tutti, più o meno. Parlavano della sessione di riparazione degli esami di maturità. Pensando ai volti degli allievi che non avrebbe più visto, la signorina Bolaffi avvertì una punta di malinconia.
«Figurati quel bel tomo di Landi» , stava dicendo Gaffuri, che era stato membro interno. «Il commissario di italiano gli chiede se aveva studiato durante l’estate, e lui risponde che gli esami gli avevano provocato un esaurimento, per cui aveva dovuto riposare. Battuta degna di quell’altro bel tomo, Olgiati. Crusca dello stesso sacco, culo, ehm, e camicia, se mi è consentito. Ma almeno quell’altro è intelligente. Comunque, dai e dai siamo riusciti a farlo promuovere lo stesso. Pur di non averlo qui ancora un anno.»
La signorina Anna, mantenendosi in disparte, sorrise. Quel commissario di italiano lo conosceva benissimo. La storia l’aveva dunque sentita direttamente da lui, che era molto divertito e diceva di averla trovata del tutto accettabile. D’altra parte trovava che non avesse senso far fare gli esami di riparazione a settembre, almeno per la maturità. Si può maturare in un paio di mesi? Dunque lui, se poteva, promuoveva tutti già a luglio. Ma certamente a settembre non bocciava nessuno. Andassero liberi per il mondo, «a vedere come si fa a rompersi e ripararsi le corna». Così aveva promosso anche questo... come si chiamava? Landi?
Sì, Federico Landi. Un personaggio molto simpatico. Il dioscuro di Lorenzo Olgiati, ma, in effetti, del tutto privo della sua intelligenza, e d’altra parte dispostissimo a stare in subordine, sebbene maggiore di un anno. Non si preoccupava di fare faville. Ostentava il suo bell’aspetto e girava per la città con una rumorosa automobilina sportiva. Sarebbe senza dubbio diventato un perfetto dirigente dell’industria tessile di famiglia. Il kalòs pais invece, che adesso comandava, un giorno chissà?
Anna Bolaffi sentì improvvisamente la punta di nostalgia farsi quasi intollerabile. Le sarebbe mancato molto anche Landi, non tanto in sé, con il suo sorriso bianco e impertinente, ma perché adesso ai suoi occhi, in quel consesso di bravi e disillusi professionisti dell’insegnamento, quel ragazzo assumeva il significato della gioventù che passa, con uno sberleffo e, per quanto possa sembrare banale, non torna veramente più, lasciandosi indietro tanti libri polverosi e tante recriminazioni.
«Ciao» , le disse la collega di filosofia, avvicinandosi. «Fatto buone vacanze?»
Avrebbe avuto tante cose da raccontare, perché era giovane e ancora fremente di iniziative, e perché faceva sempre moltissime cose interessanti, ma valeva la pena di raccontarle a quella donnetta, certamente buona, ma sgraziata e irreparabilmente acida? Le avrebbe capite?
Come parlarle dei quindici giorni passati in un castello di amici di amici, sulla Loira? E del giro fatto in Baviera, per altri castelli, quelli di Ludwig? No, non aveva dato lezioni private. Per fortuna non ne aveva bisogno. Ma era soltanto fortuna. Che colpa ne aveva la povera Spinelli, che nella militanza politica sfogava un’intera storia famigliare di frustrazioni e rinunce?
«Bene» , rispose. «E tu?»
«Oh, io. Sono rimasta qui. Ho finito il mio saggio sul Corbetta. Chissà, forse ho anche trovato un editore.»
«Ah, che bellezza! Tanti auguri! Cioè, anzi, in bocca...»
E la abbracciò, sicuramente sbalordendola. Povera Spinelli. I suoi studi filosofici, in quella città di estrema provincia. La sua vita, fatta di nient’altro. “Il” Corbetta. Professore di storia e filosofia in quello stesso liceo negli anni bui del fascismo. In vago odore di marxismo. Mandato al confine. Morto di tisi. Davvero aveva trovato un editore per quell’amara ed emarginata vicenda umana? Glielo augurava di tutto cuore.
Prima di ordinare che venisse sacralmente suonato il campanello per dare avvio alle lezioni della giornata e con esse al nuovo anno scolastico, “Rara avis” fece il suo solito sermoncino. Parole forse leggermente diverse, concetti identici. Ricordò come anche negli ultimi esami di maturità la percentuale dei promossi fosse stata altissima, così che in terza si sarebbero avuti soltanto due ripetenti.
Già, pensò la signorina Bolaffi. Li conosceva. E in verità, nell’intimo, sperava che avessero deciso di andare a ripetere altrove. Con loro c’era poco da sperare di abbattere muri, di fare luce. Aveva provato, per tre anni — per quattro addirittura, con uno dei due —, e avrebbe provato ancora, senza dubbio, ma i suoi sforzi erano piombati nel più apatico dei vuoti.
“Rara avis” concluse congratulandosi con gli insegnanti per l’ottimo lavoro svolto e augurando a se stesso come a tutti che anche quell’anno i risultati finali fossero pari alle aspettative. Quindi, solenne, “raro”, fece cenno al bidello capo di attaccarsi alla nappa.
Il suono del campanello si diffuse lungo e stridente per tutti gli angoli “non rinfrescati” dell’antico edificio, mettendo in fuga il passo improvvisamente affannato della noia. Il brusio fuori del portone si trasformò in un boato di fiere fameliche e salì le scale.
Indossati i panni della più austera dignità, gli insegnanti si avviarono verso le rispettive aule, incalzati alle spalle dalla marea.
La signorina Bolaffi entrò in quella della Prima A. Così cominciava il suo nuovo anno di lavoro e così si apprestava ad affrontarlo con rinnovato ardore.
Il suo ingresso fu accompagnato da un silenzio da spelonca, agitato. Venti paia di occhi la guardavano timidi, emozionati. Venti paia di occhi da educare alla “idea del bello”. Salita in cattedra, aprì il registro e fece l’appello, procedendo come ogni anno a tracciare la sua mappa della classe.
Poi dovette cominciare. La prima costituiva sempre un problema. Come iniziare?
Avrebbe estratto dalle sue impedimenta la solita riproduzione e chiesto: «È bello?» Faceva sempre così. La prima risposta la dava lei, e poi piano piano faceva in modo che cominciassero a darne anche gli allievi.
Com’erano straordinariamente bene educati, in quella cittadina. Giovanissimi, innocenti, morbidi, esalavano calore come tanti agnellini sacrificali.
Erano in una bella auletta con profonde nicchie nei muri, dove un tempo dovevano esserci state statue. Una, anzi, c’era ancora, e di solito, passato il primo periodo di incertezza e timore, serviva da portaombrelli ai più osé. Durante l’anno passato in quell’aula Lorenzo Olgiati arrivava fino a metterle in testa il suo berretto da clochard.
Due colonne dividevano l'aula a metà, facendo da pronao alla porta che immetteva nell’aula magna. Interessante struttura. Una pallida luce entrava dall’unica finestra schermata, stendendosi opaca sui fregi delle colonne e dell’architrave.
Estrasse la riproduzione.
«Vi piace?» chiese. E rimase in attesa delle risposte.
Così cominciò felicemente il suo nuovo anno di insegnamento della storia dell’arte.
Uscendo dall’aula pensò che quella classe le piaceva. Erano molto buoni e attenti, e dal primo approccio, anche se le era parso che non ci fosse nessun genio particolare — nessun “Olgiati”, per intendersi in termini locali —, pensava che in quei cervelli acerbi avrebbe potuto fare un buon lavoro di sarchiatura e semina.
In seconda B, la classe per la quale progettava profondi rinnovamenti, se non addirittura una rivoluzione, c’erano due allievi nuovi. Chissà. Cominciò a sperare. Uno dei due veniva da Firenze.
«Bene» , disse, «ci parli della sua città.»
Il ragazzo si guardò attorno imbarazzato, intimidito dai compagni nuovi, dall’ambiente mai visto, dalla diversità dell'accento.
«Mah» , balbettò con voce un po’ nasale, «veramente...», riuscendo a mettere in queste due uniche espressioni un intero florilegio di sfumature toscane. Una delusione terribile. Possibile che non fosse capace, con parole molto semplici, di prendere per mano i suoi compagni soltanto per guidarli dalla stazione a Santa Maria del Fiore e poi a san Marco? Sarebbe stato più che sufficiente.
Tuttavia, forse, era davvero soltanto effetto della timidezza. Avrebbe provato ancora, fra qualche lezione.
«Va bene» , disse, «non importa.» E fece un lungo discorso di introduzione al programma di seconda. Un programma difficile. Ma che sicuramente, insieme, avrebbero superato brillantemente.
Davvero? Sarebbe mai riuscita a far capire a quegli occhi opachi la bellezza di Giotto e Simone Martini, di Sant’Ambrogio e della Martorana, di Viligelmo e di Andrea Pisano?
Che cosa faceva? Già recriminava? Basta così. Era il suo compito e doveva riuscirci.
La terza B la aspettava con impazienza e fu felice di accorgersene.
«Mi dicano che cosa hanno fatto di bello questa estate. Io ho moltissime cose da raccontare.»
Varie risposte si incrociarono nell’aria, e una alta su tutte: «Un magnifico niente!» gridò Lorenzo Olgiati, abbandonandosi sullo schienale del sedile.
Oh, kalòs pais! Sempre bisognoso di esibirsi, di attirare l’attenzione. Che ne sarà di te, con quei tuoi occhi?
Eppure, da quelle parole sciocche, pronunciate così a vanvera, Anna Bolaffi si era sentita confortare. Nulla era cambiato. Poteva ricominciare il lavoro da dove lo aveva lasciato sospeso alcuni mesi prima. Lì dentro l’avrebbero capita e seguita.
«Quest’anno ci aspetta una bella fatica» , disse.
«Che non servirà a niente come al solito» , commentò a mezza voce Lorenzo Olgiati.
Lei gli puntò lo sguardo direttamente negli occhi. «Potrebbe smetterla di dire sciocchezze, Lorenzo?» ordinò più che chiedere. Il ragazzo abbassò la testa. Com’era facile turbare il suo apparente equilibrio. Che ne sarà di te, bel fanciullo?
«Andremo spesso a Brera con il nostro trenino», annunciò, e l’annuncio fu accolto da grida di entusiasmo. «E poi abbiamo un’autentica catasta di diapositive nuove.»
Così cominciò il nuovo anno scolastico della signorina Anna Bolaffi, insegnante di storia dell’arte nei licei della repubblica italiana.
 
© Mario Biondi
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