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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

L'innocente
(1959 - Varie revisioni)

L’autunno aveva disteso sul bosco e sui campi la sua tavolozza di rossi, scarlatti, cremisi, arancioni. Le viti erano prive di grappoli. I castagni avevano perduto le foglie. Isolati, solitari, gli abeti e i sempreverdi sembravano tendere i rami, allargare le braccia, respirare a pieni polmoni l’aria pungente del novembre. Tra poco sarebbero venute le brume del quasi inverno a serrarli in un nuovo abbraccio, a farli dormire. Il suolo, sotto lo strato delle foglie morte, era freddo, annunciava la prossima brina, la futura neve. Non era più stagione di funghi. Né d’altra parte Lorenzo Olgiati sarebbe più potuto salire fino a lì, dalla casa del nonno, la casa dei tre abeti, per cercarli nella luce del primo mattino, godendosi il sapore acidulo della sua tanto amata solitudine. Era finita anche la stagione dei gigli di montagna.
A scuola erano cominciati il poeta latino, il lirico greco di turno. «Tytire tu patulè...» , tuonava il professore, detto “Rara Avis”. Era anche preside, in quel piccolo liceo di provincia.
Oppure: «Fainetai moi kenos isos theoisin...» . Poi faceva scorrere lentamente lo sguardo su di loro, a uno a uno, cercando la vittima da immolare sull’altare — sulla predella — della cultura classica. «Venga... venga...» , mormorava, picchiettando con la stilografica sul bordo del registro aperto, facendovi scorrere minacciosamente il dito. E loro, già “asini”, ingobbivano la schiena, improvvisamente convertiti in “carovana di cammelli”. Abbassavano gli occhi al pavimento, come se bastasse, per sottrarsi al pericolo: “tanti struzzi”. A volte la tempesta si abbatteva, a volte cadeva altrove. Ma spesso erano “lacrime di coccodrillo”. Le risorse metaforiche di “Rara Avis” apparivano inesauribili, ma non esulavano quasi mai dall’ambito animale.
Oppure “Rara Avis” decideva magari di fare uno dei suoi tuffi nella “contemporaneità”. «Come direbbe, lei, “aeroplano” in latino? Sentiamo. Sentiamo» , ingiungeva, puntando il dito a caso. Era normale scoprirsi incapaci di rispondere. Ma terribile, un rullo di tamburi e timpani, sentirlo tradurre: «Currus per aetera volans, ecco come si dice, signori somari». Soddisfatto di aver adempiuto al proprio dovere di educatore. Beato. Ma se non altro in simili occasioni non dava voti. Ineluttabile, sotto Natale, la Offa globosa ac fistulosa mediolanensium era il panettone.
Che Lorenzo tentasse di tradurre i lirici cercando di rispettare in italiano la metrica latina o greca, sembrava dargli fastidio. Discutibile sfoggio, lo considerava. Esibizionismo. Meglio sapere come pappagalli consecutio temporum e attrazione modale. In cui, al contrario, il ragazzo era piuttosto debole. Oh, sì, i testi li sapeva recitare, scandendo con pochissimi inciampi dattili, spondei e trochei. Ma le date di nascita e morte degli autori?
Ogni giorno, comunque, come Dio voleva, arrivava il campanello. La liberazione. Correvano giù per lo scalone del liceo. All’impazzata i ginnasiali, cartellate sulla schiena, le ginocchia fuori dai pantaloni ancora corti. Più lentamente loro liceali, compresi del proprio solenne ruolo. Ieratici addirittura, irraggiungibili nel loro empireo maturando, quelli di terza. La cravatta reggimentale perfettamente annodata, il blazer blu, i pantaloni di flanella grigia, la camicia con le punte strette e lunghe, celestino o rosa chiarissimo, le scarpe con il disegno a coda di rondine. Si cominciavano a passare vacanze di studio in Inghilterra, e così, as-so-lu-ta-men-te così pareva fosse indispensabile vestire, almeno in terza liceo, per avere diritto al rispetto minimo, alla sopravvivenza nel loro minuscolo mondo. Alto il mento. Petto in fuori. Dei voti, meglio in genere non parlare. Le ragazze venivano qualche gradino più indietro, dismesso il grembiule, austere nel loro coordinato di cachemire, la gonna scozzese con spilla da balia, le calze blu o bianche, le scarpe basse. I segreti inconfessabili e inconfessati. Data la stagione, già qualche montgomery. Rigorosamente di casentino. Dissimulava meglio le forme. Non urtava certe sensibilità. Oh, dolce Italietta degli anni Cinquanta.
Fuori, pochissimi osavano allontanarsi in coppia isolata. Se “Misti”, bisognava essere almeno in quattro. Meglio in sei. Diversi dei maschi avevano in attesa il Motom, il Galletto. Una Benelli, una Morini. Una “deplorata” Rumi spetezzante. Addirittura una neonata “600”, lustra di cromo.
«Ma potranno poi veramente permettersi di fargliela tenere, i genitori di quel giovane? Non è che i conti li paghino proprio sempre puntualissimi, al trenta del mese» , era il commento pensoso che aveva sentito in casa, quando con occhi sbarrati aveva portato la notizia.
Come ogni giorno feriale, arrivati in riva al lago, Lorenzo andò da solo a prendere la sua corriera, per raggiungere la casa dei tre abeti, fuori città, in collina. Simile a tutti gli adolescenti impegnati a crescere, aveva sempre una gran fretta, ma quel giorno ancora di più. Doveva riprendere subito la prima corriera del pomeriggio e scendere di nuovo al lago, correre al Circolo della Vela. Era arrivata la tanto temuta telefonata: per ordine del Comitato di Presidenza la Segreteria informava che le barche dovevano essere ritirate, messe nel capannone per l’inverno.
La stagione era finita. Fino a pochi giorni prima si era magari ancora riusciti a trovare qualche temerario, più adulto, che continuava ad azzardarsi a uscire con una barca grande. Una “star”, un “cinque e cinquanta”, l’unico mitico “dragone” di tutto il lago. Un festival di freddo, sotto le tele incerate di allora. Le scarpe di tela zuppe. I capelli fradici. Il mal di pancia. Ma gli occhi sfavillanti. In ottobre, ai primi di novembre, il vento rinforzava quel tanto che bastava per correre come se non si fosse chiusi nel catino di quel lago prealpino, ma liberi sul mare aperto. Si cantava… Ma adesso basta. A un certo punto è ora di finirla. “Quando il Bisbino ha il cappello, o piove o fa bello.” Ma quando fa freddo, fa freddo.
Il dinghy era già lì ad aspettarlo, sullo scivolo, asciutto, con la riga di alghe ancora umida tutto attorno alla chiglia. Slacciare le sagole, togliere l’albero, smontare deriva e timone. Una rapida passata con una spugna ruvida. Una sommaria sciacquata con la canna. Lorenzo si sentiva il cuore oppresso da una malinconia che era la stessa di tutti gli anni, ma che ogni volta gli sembrava più nuova, più profonda, più intima. Faceva scorrere le dita sulle lettere di ottone. Ti, erre, o, pi, e, a. “Tropea”. Il nome di un paese della Calabria. E anche del temporale di mare, nel sud d’Italia. Era una barca di fabbricazione meridionale, comperata alla fine di una stupefacente vacanza sulla costiera amalfitana, che si raggiungeva con un viaggio di due giorni in automobile.
Regalo per la brillante promozione alla fine della terza media, per il passaggio al ginnasio, al greco e, più avanti, alla filosofia. Fatta spedire fino a lì, sul lago, in treno. Ma per lui “tropea” significava “trofei”, quelle medaglie, quelle coppe che un giorno, divenuto grande timoniere, il migliore del lago, avrebbe sicuramente vinto. Disinvergata la vela, messi nel loro cassone la scotta, le sartie, le sagole, i bozzelli, i grilli, era finita. A passo lento andava a chiamare gli inservienti. Poi rimaneva lì in piedi, a guardare il dinghy che si allontanava, issato sul carrello, verso il ventre del capannone. «Ciao» , gli diceva, ma con una voce dell’intimo che non sentiva nessuno.
Aveva fama di essere un ragazzo difficile, Lorenzo. Il “James Dean del liceo”, lo avevano soprannominato certe fanciulle dai voti mediocri su cui lui, nella sua presunzione, non avrebbe mai posato nemmeno lo sguardo. Molto intelligente, con le sue versioni in metrica, ma anche troppo vivace. Poco educato. Chiassoso. Irrispettoso. Persino troppo bello, sosteneva qualcuno. Cresciuto troppo in fretta, secondo qualcun’altro.
Lo avessero visto in quel momento. Cresciuto? Chi poteva sapere il tumulto che gli correva perennemente in petto? Era divorato dall’ansia di diventare uomo e al tempo stesso di rimanere bambino il più a lungo possibile. Di potere finalmente abbracciare davvero una donna, come si favoleggiava sgangheratamente tra maschiacci verginelli, dissipati in effimere passioni solitarie. Ma senza rinunciare alla rassicurante, solidale, ambigua intimità con gli amici dell’età innocente.
E le incertezze? E i tremori circa l’oggi e il domani? Non erano stati piccoli anche loro, una volta, i grandi? Eppure sembravano non ricordare. Non volere, non potere capire.
Era proprio obbligatorio scoprire il mondo e il domani?
Lorenzo sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Che vergogna. Alla sua età. In prima liceo.
«Ciao» , ripeté tra sé, alla barca ormai scomparsa. Se l’avesse pronunciata ad alta voce, lo sapeva, quell’unica nota lunga si sarebbe spezzata. Era ancora un bambino. Un innocente. Aveva visto soltanto la primavera della vita.
Ma intorno a lui già incombevano le avvisaglie dell’inverno.
 
© Mario Biondi
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