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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Una giornata qualsiasi
(1959 - Varie revisioni)

L’autobus ebbe l’ultimo scossone e si fermò. La gente cominciò a muoversi. Lorenzo Olgiati si svegliò con gli occhi che bruciavano e la bocca amara, come ogni mattino. E come ogni mattino accese una sigaretta prima di smontare, la cartella stretta sotto il braccio, il bavero alzato. Rabbrividendo per il freddo entrò nel solito bar. Salutò il barista. Ormai si conoscevano.
«Un espresso», ordinò, voce bassa, tono esausto. Gli piaceva atteggiarsi a uomo finito. Aveva vent’anni. E aveva letto Paul Nizan. Era dunque fermamente convinto che non avrebbe permesso a nessuno di dire che è l’età più bella della vita.
Nel bar c’erano le solite due professioniste che avevano finito il loro giro notturno nei vicini giardinetti. Nemmeno spregevoli, a uno sguardo sommario. Le ultime arrivate, quelle messe sulla strada dalla legge Merlin.
Legge che peraltro lui approvava con ferma convinzione. Era polemico per natura. Ogni mattino comperava un quotidiano progressista. Poi se lo infilava in tasca, con la testata in fuori, per esibire a tutti la propria fede politica. Chi avesse voluto, avrebbe potuto discuterne con lui.
Non avrebbe mai alzato la voce: contrastava con l’educazione che gli era stata istillata fino dall’infanzia. Un atteggiamento del quale era fermamente convinto. Non avrebbe mai alzato la voce, ma avrebbe abbandonato il tono di stanca rassegnazione per assumerne uno vivace, quasi entusiasta, cercando a lungo, quasi sempre invano, di convincere l’interlocutore.
In quel momento aveva l’aria affranta di sempre. Ma è difficile avere un’aria sveglia alle sei e mezza del mattino dopo tre mesi di levatacce alle cinque. Era progressista, con venature populiste, e dunque riteneva profondamente giusto fare la vita dei comuni lavoratori. L’università non è forse un lavoro? Certo, la casa dei tre abeti dove viveva lui, in campagna, appena sopra il lago, non assomigliava per niente ai casoni popolari da cui uscivano i lavoratori con cui faceva ogni giorno il viaggio in autobus per scendere al capoluogo, ma almeno per il breve lasso giornaliero di quel viaggio voleva essere uguale a loro.
Pagò e uscì nella nebbia gelata. Erano quasi le sette. Si diresse verso il duomo.
Strade strette, buie, quasi deserte. Poche automobili rotolavano sull’asfalto lucido dell’umidità notturna, facendo un rumore di gomma strisciata. I semafori si accendevano e spegnevano ritmicamente, senza calore, meccanici e imparziali come il campanello che scandiva l’orario delle lezioni, al liceo, suscitando l’irritazione dell’insegnante di storia dell’arte, signorina Anna Bolaffi.
Lorenzo camminava svelto, stretto nel loden e con gli occhi quasi chiusi. In quei momenti gli sembrava di non avere voglia di lottare. Forse nemmeno di vivere. Non era nato per la lotta. Desiderava l’uguaglianza, auspicava l’armonia... Meditava e si abbandonava a lunghi soliloqui, fendendo a grandi passi il grumoso buio cittadino.
A una svolta, tutte le mattine gli si parava davanti un grosso palazzo ultramoderno, completamente illuminato. Le tapparelle metalliche erano alzate e lasciavano vedere gli uffici all’interno. Le scrivanie erano deserte. Forse c’erano le donne delle pulizie, ma non si vedevano. Quella sfilata di vetrate illuminate, tutte uguali e dall’aria importante, per lui era diventata il simbolo della giornata lavorativa.
Ogni mattino si fermava a guardarle, e così fece anche in quel momento, visto che era una giornata qualsiasi, come tutte le altre, né più né meno. Invece no, non esattamente “come tutte le altre”: a un tavolino stava seduta una signorina bionda, che scriveva rapidissima a macchina, con aria professionale. Lui le rivolse mentalmente un cenno di saluto. «Una lavoratrice come me», pensò, rimettendosi in moto.
Arrivato alla fermata, se n’era già dimenticato.
Non gli piaceva sgomitare per montare sul tram, e così doveva sempre aspettare che ne passassero due o tre.
Tanto era presto: fino alle otto non doveva essere in ufficio. “Ufficio”. Lo chiamava così, non sapeva se con sussiego o con ironia. In realtà si trattava di uno sgabuzzino ricavato con un’intelaiatura di ferro ricoperta di fogli di masonite. Arredato sommariamente. Ma ormai gli era diventato famigliare: avrebbe persino potuto dire che ci si trovava bene, a suo agio.
Mentre aspettava il terzo tram, passò il giornalaio con il carrello, strillando notizie iperboliche. Gli chiese il solito quotidiano. Cominciò a scorrere i titoli e come al solito si sentì invadere da un misto di fastidio e malinconia. Ficcò il giornale in tasca con la testata in fuori e riuscì finalmente a montare sul tram.
Quando scese alla sua fermata, il cielo cominciava a impallidire tisicamente. Era una zona industriale, all’estrema periferia, dove il tram si vuotava. Operai senza cappotto, con la sciarpa infilata nel bavero della giacca sformata. Ragazzetti impertinenti, dalle unghie nere e dall’aria troppo adulta. Fumavano, sputavano. Si raccontavano fitti misteri.
Tutti svoltavano per la loro strada, isolati o a gruppetti, dirigendosi velocemente verso il posto di lavoro, conversando a frasi smozzicate che producevano grossi sboffi di vapore nell’aria, oppure in silenzio, oppressi nonostante tutto dalla monotonia della vita, forse dal timore di un ritardo: guai timbrare il cartellino in rosso.
Anche lui si diresse verso il suo “ufficio”. Per arrivarci doveva passare ogni mattino davanti al giornale murale della sezione comunista. Si fermava a leggerlo, sbottando in risolini e talvolta persino abbandonandosi a bruschi cenni di diniego: no, lui non era d’accordo. Una via veramente progressista alla democrazia popolare passava ben al di là... O al di qua? Insomma, non era d’accordo e voleva che si capisse. Perciò prendeva un’aria contrariata e proseguiva oltre con passo rapido. Non importava se non c’era nessuno a guardarlo.
Trovò le lavoranti ancora fuori dalla porta del capannone. Gettò un’occhiata all’orologio, stupito, e vide che erano le otto meno un quarto. «Come mai la signorina non è ancora arrivata?» si chiese. La “maestra tagliatrice”. Sempre puntualissima. Un orologio. Come lui, del resto. Strano. Aprì ed entrarono tutti insieme.
Le ragazze andarono a cambiarsi nel loro sgabuzzino, dopo di che passarono nel capannone, disponendosi alle macchine. Lui si sedette dietro la scrivania.
Aperto il giornale, si mise a leggere. Sarebbe potuto rimanere così tutto il mattino: lì non c’era quasi mai niente da fare. Bastava andarci un paio d’ore al mattino per sbrigare la posta e provvedere alla routine.
Era di un suo lontano parente, quella fabbrichetta che gli consentiva di imitare la vita dei veri lavoratori. Gli era piaciuto assumere quell’incarico: lo aveva addirittura sollecitato lui stesso. «Voglio mantenermi all’università da solo», aveva dichiarato spavaldamente ai genitori, corrucciati signori della casa dei tre abeti. Anche se poi, fatti i conti, la cosa era apparsa quanto meno problematica. Oltre a tutto era un po’ seccato di “imitare” soltanto i lavoratori veri, andando lì ogni mattino in mezzo al fango, puntualissimo, senza poi avere quasi niente da fare.
Si guardò attorno con sguardo perennemente atteggiato a una studiata stanchezza. Fumava troppo, ma sembrava l’unico modo per dimostrare la propria condizione di adulto provato dalla vita ma ben temprato ad affrontarla. Riteneva che altrimenti non avrebbe mai potuto tirare avanti. Di conseguenza aveva sempre la bocca amara.
La “maestra” arrivò trafelata. «L’autobus...» prese a scusarsi, rossa in volto, anche se non ce n’era alcun bisogno. Lui rispose con un sorriso conciliante e la donna passò nello stanzone.
Presi dalla vaschetta sulla scrivania un fascio di ordini e dal primo cassetto un pacco di cartellini, lui si mise al lavoro. Banalissima routine, da far bollire il cervello, era una delle sue mansioni. In principio lo aveva divertito, ma adesso la nauseava. Non finiva mai. Quando arrivava all’ultima velina degli ordini e stava per tirare un sospiro di sollievo, arrivava il postino con una bracciata di nuove commissioni. Al punto che lui ormai li portava sempre con sé: non appena aveva un po’ di tempo libero li tirava fuori e si metteva al lavoro.
Un lavoro semplice, ma noioso. Doveva trascrivere gli ordini sui cartellini, stando attento a non fare errori, e poi passarli alla “maestra”. Dopo un po’ gli andava insieme la vista e non ce la faceva più.
«Modello Zagara — Taglia III — Tessuto Costiana — Variante 2715.» No, non III, maledizione! IV. Tre della III e cinque della IV. No, due della IV e quattro della V. Oppure...
Non capiva più niente. Piantava tutto.
Per qualche tempo se li era portati dietro persino all’università. Se la lezione era noiosa, li tirava fuori e si metteva al lavoro, lì sul banco, nel digradante anfiteatro dell’aula, sotto gli sguardi meravigliati degli altri. Dava scarne spiegazioni stando bene attento a infondere particolare stanchezza allo sguardo.
Ma non era durata molto. Si era annoiato quasi subito. Preferiva salire in Sala Convegno — al bar, insomma — a leggere il giornale o a scambiare qualche brano di conversazione insulsa. Battute cretine, che alla lunga gli lasciavano in bocca un amaro ancora più acre di quello delle sigarette. Preferiva dunque stare sulle sue, con atteggiamento distaccato. A volte, tuttavia, non poteva fare a meno di rimanere imbrancato in mezzo a compagnie che lo trascinavano letteralmente al banco del bar o a qualche tavolino. Lui si lasciava trascinare. Aveva sempre avuto successo, anche al liceo. Ci era abituato, ma senza alcuna presunzione.
Dopo un po’ che era in “ufficio” arrivò la posta. Qualche ordine. «Il lavoro va bene», scriveva il parente proprietario, sempre in viaggio di affari. «Adesso ho preso un rappresentante per Roma e Sud, così potrò stare di più a Milano.» Lorenzo aprì l’estratto conto della banca. Gli affari andavano bene, ma erano a malapena in pari. Sempre così: l’azienda camminava perennemente sul filo del rasoio, anche se non correva eccessivi rischi.
Una lettera sgrammaticata chiedeva un intervento per una tratta: «Siccome che il lavoro in questo periodo e un poh fermo...» Trascurato con uno sforzo il “che” in eccesso, lui mise istintivamente l’accento sulla “e”, sostituendo la “h” con l’apostrofo. Atteggiamento da professorino frustrato, considerò con fastidio. D’altra parte dovevano certamente fare così anche nelle favoleggiate redazioni giornalistiche dove aspirava un giorno a entrare.
«In riscontro alla pregiata V. del...», rispose, battendo stentatamente a macchina, con falsa disinvoltura. «È con grande stupore che apprendiamo...» Formule commerciali che lo riempivano sempre di ilarità. Quale “grande stupore”? Lui non era affatto stupito. Un mese sì e uno no la stessa storia. Bastava tirare fuori i copia-lettera per vedere traboccare da ogni pagina gli stupori, le meraviglie, gli “sgradevolmente sorpresi”, i “nostro malgrado”.
Eppure da un lato gli piacevano, perché gli consentivano, in risposta, di usare uno stile freddamente cortese e distaccato. Spassionato. Neutro. Come, secondo lui, doveva essere la scrittura. Grande campione di italiano era considerato, al liceo.
«Nella speranza di un pronto riscontro, distintamente Vi salutiamo.» E chiudeva la missiva con un ghirigoro di firma sotto il timbro della ditta.
Un’operazione che gli piaceva. Gli conferiva autorevolezza.
Ecco, non aveva giù più niente da fare.
Si tolse dal taschino l’orario dell’università e guardò l’orologio. Alle dieci aveva Ragioneria. Erano le nove e venti. Si infilò il cappotto. «Bisogno di niente?» chiese alla “maestra”. «No, grazie.» Salutò e uscì. Lo sguardo delle lavoranti lo seguiva fino alla porta. Gli sarebbe piaciuto sapere come lo giudicavano. Per curiosità, naturalmente. Niente di più. Si sentiva progressista al limite del populismo, ma mettersi con un’operaia è un problema di ben diversa portata. La coscienza, la differenza di cultura ed educazione... Così, ai loro sorrisi rispondeva con una cortese, impenetrabile freddezza.
Soltanto una volta, rimasto solo nel grande capannone dopo la chiusura, immerso in tutto quel sentore di carne giovane sempre in movimento, preso in mano uno dei costumi da bagno femminili che vi venivano tagliati e confezionati, al pensiero che nel giro di qualche mese esso avrebbe coperto il corpo di una donna, presumibilmente giovane, mettendone in rilievo più che celandone le zone erotiche ed erogene, si era sentito prendere da un forte turbamento. Pensieri da adolescente. Aveva accarezzato a lungo la fodera bianca del triangolo terminale, in basso, saggiandone la morbidezza con le dita. Un attacco di feticismo? Ci sarebbe mancata anche questa. Era uscito a precipizio nell’aria gelata.
Questa volta, invece, davanti a tanti occhi che lo seguivano, uscì con passo studiatamente dignitoso. All’università l’aula era affollatissima. Si aggirò un po’ in cerca di un posto dove sistemarsi. Lo salutarono in diversi. Anche lì era diventato piuttosto popolare. Più in fretta che al liceo. Forse perché adesso, alla sua età, il tempo correva più in fretta. Chissà. In realtà, quando il branco tendeva a rinchiuderlo, lui tendeva a sfuggirgli. Aveva un autentico orrore della mediocrità, che gli sembrava di avvistare, avvertire, annusare ovunque. Era presuntuoso e sapeva di esserlo, ma una simile consapevolezza non cambiava niente.
Mancavano ancora dieci minuti alle dieci. La lezione sarebbe cominciata soltanto di lì a una mezz’ora. Non avendo trovato nessuna sistemazione soddisfacente, si spostò al bar. Tanto valeva arrivare un attimo prima dell’inizio e sedersi da una parte qualsiasi.
In Sala Convegno trovò parecchi amici. Amici, in un certo senso, veri. Ragazzi conosciuti ancora ai tempi delle scuole medie, mescolati ad altri, incontrati lì all’università. C’era, tra di essi, un gruppo che non gli spiaceva frequentare, perché composto di persone un po’ meno “uguali” ai comuni frequentatori di quelle aule, biblioteche e sale di riunione. Giovani distinti, che ostentavano modi distaccati.
Preso un caffè al banco, si sedette al loro tavolo. C’erano, con loro, quattro studentesse dall’aria spregiudicata. Di una di esse — mora, occhi sfolgoranti, labbra carnose — si mormorava addirittura che a volte venisse in università nuda sotto la pelliccia. In effetti non se la toglieva mai. Né la slacciava. Gli sarebbe piaciuto verificare. Quando i loro sguardi si incrociavano, si sentiva prendere da un sottile turbamento, molto simile a quello del famoso episodio dei costumi da bagno. «Qui», c’era scritto nel loculo che sceglieva abitualmente nella toilette, «non si ... mai». La parola fondamentale era stata cancellata con una serie di rabbiosi graffi da qualcuno in preda a un accesso di pudore, ma rimaneva in ogni caso inequivocabile.
Se si fosse fatto un censimento, Lorenzo era sicuro che il tasso della verginità maschile, al netto di qualche affannata irruzione in una casa chiusa, doveva essere elevatissimo. Quanto a lui, per un caso miracoloso, già a quindici anni... Un caso più unico che raro. Pensieri che gli venivano sempre al cospetto di quella pelliccia che forse occultava una favoleggiata nudità. Le calze, però, c’erano. Seriche. Dorate. A quel punto avvertì di essere in stato di furibonda erezione.
Si trasferirono in aula tutti insieme. Gli altri avevano occupato i banchi prima di andare al bar, per cui, stringendosi un po’, fecero posto anche a lui. La lezione si svolse come di consueto, piana, senza impennate particolari. Lui la seguiva distrattamente. Non capiva praticamente niente di ’’Merce x Conto vendite’’ o di ’’Profitti e Perdite’’, né gliene importava alcunché. In momenti simili gli capitava spesso di chiedersi perché mai avesse scelto quella facoltà. Si rispondeva dicendo che faceva tutto lo stesso. Quella o un’altra, non c’era nessuna differenza. Era venuto lì in quanto convinto di essere interessato ai rapporti economici tra gli uomini. Nient’altro.
Si guardò attorno, fumando lentamente, vagamente seccato. Gli dava fastidio trovarsi in mezzo a tutti quei ragazzotti brufolosi e mal rasati, e di ragazze in genere malvestite, spesso occhialute, tutti disperatamente piegati su brutti scartafacci dove scrivevano velocissimi appunti in stenografia. Ragionieri. Lui, ex liceale, imbevuto di greco, latino e filosofia, la stenografia non sapeva nemmeno che cosa fosse.
Lo irritava il modo in cui alzavano lo sguardo dalla carta per appoggiarlo sulle labbra del professore, invisibili sotto la barba ispida, quasi che quel groviglio di peli vibranti potesse chiarire meglio lo sviluppo logico della lezione, trasformarsi della “merce” in “numerario” e infine in “profitto”. Non gli piaceva vedere quelle mani correre vorticosamente avanti e indietro sul foglio, lasciandosi dietro una sfilza di ghirigori.
Immerso nei propri pensieri, concluse con discreta soddisfazione che tutto sommato gli piaceva soltanto se stesso. Gli piaceva l’aria annoiata che aveva imparato ad assumere. Gli piaceva portare in giro la propria figura abbigliata in maniera non costosa ma certamente accurata. Mai si sarebbe messo un maglione sotto la giacca, simbolo secondo lui — il populista — della più intollerabile mediocrità.
Quando sentì una mano scivolare sulla coscia, si voltò a guardare in tralice la giovane impellicciata, seduta alla sua sinistra. Fu molto fiero di essere capace di rimanere imperturbabile. Lì, sotto il banco, con la possibilità che qualcuno della sottostante fila davanti potesse voltarsi e vedere? parve chiedere il suo sguardo. Lei rispose con un sorriso, un’espressione indecifrabile nello sguardo. Doveva evidentemente essere dotata di una solida esperienza pratica. Le dita dalle unghie perfettamente laccate seppero farsi strada con perizia tra i bottoni, slacciare, passare più sotto. Fu questione di pochi istanti. Lui rimase allibito. Dovette riallacciarsi da solo, provvedendo a una febbrile, sommaria pulizia. La lezione stava arrivando a conclusione in un parossismo di lavoro di altre mani, castamente, disciplinatamente prese nella stenografia degli appunti. Per fortuna non aveva lasciato il cappotto in guardaroba, portandolo con sé.
Improvvisamente la giovane impellicciata si alzò, salutando tutti e andandosene. Lui ne provò un profondo sollievo. Non ebbe nessun impulso a seguirla. Qualcosa nell’intimo gli diceva che sarebbe stato un errore. Del resto non gliene importava niente. La seguì vagamente con lo sguardo, per vedere se andava a sistemarsi vicino a un altro. No. Uscì e scomparve.
Dopo Ragioneria c’era Economia. I cosiddetti “falchi notizieri” presero con il solito impegno a diffondere a destra e a sinistra la notizia che quel giorno ci sarebbe stato il titolare in persona, non l’assistente. Studenti già avviati a uscire si affannarono a recuperare il posto. Tra di essi, tuttavia, non rivide la giovane impellicciata.
Si sentiva la testa leggera. Non gli importava niente di niente. Mai, nelle brume del viaggio mattutino, avrebbe immaginato che quella giornata qualsiasi potesse riservargli un’esperienza simile. Gli altri decisero di fare di nuovo una puntata al bar, ma lui rimase dov’era: gli sembrava inutile uscire per tornare subito. Inoltre era stanco. E si sentiva sporco. Tolto dalla cartella un libro di poesie di Pasolini, lo spiegò sul banco, mettendosi a leggere. «Quei cani!» pensava tra sé e sé, non sapendo bene a chi fosse rivolto l’epiteto.
«Leggi sempre quella roba?» gli chiese, girandosi, una ragazza, seduta immediatamente davanti a lui, che se appena si fosse voltata una decina di minuti prima... Non malvagia, sebbene facesse domande stupide. Ma lui decise di disinteressarsene. «Più o meno», borbottò.
Contrariamente a ogni previsione, la lezione fu interessante. Il professore parlava di certi aspetti del pensiero economico marxiano, e lui lo seguì ostentando la massima attenzione, arrivando persino a prendere qualche appunto. Desiderava avere un aspetto molto competente in materia. Tutti dovevano sapere che lui era un progressista, un populista, per quanto non comunista, e che Marx occupava una parte importante nel suo sistema di pensiero. Finita la lezione, si alzò e con voce stentorea dichiarò: «Bella lezione», rivolgendosi a tutti e a nessuno in particolare. Facce gravi assentirono, voltandosi a guardarlo. Lui si precipitò a indossare il cappotto, chiudendolo con cura.
All’uscita gli si avvicinò uno dei nuovi amici, uno studente che viveva al vicino pensionato studentesco. «Ho comperato due dischi nuovi», gli disse. «Un trentatré giri di Charlie Parker e un extended del Modern Jazz Quartet.»
Lorenzo era appassionato di jazz, e con quel compagno di università aveva fatto amicizia proprio perché un giorno in aula aveva tolto dalla cartella l’ultimo numero di Down Beat, attirandone l’attenzione e attaccando discorso.
Lui era piuttosto preoccupato all’idea di doversi togliere il cappotto, ma comunque lo seguì. Soprattutto perché gli estranei non erano ammessi nelle camere del pensionato e dunque stava compiendo una trasgressione. Infatti il portiere li osservò di sottecchi con aria sospettosa. All’inizio dell’anno accademico, non conosceva ancora tutti gli ospiti. Lui passò oltre impassibile, lo sguardo fermo e freddo.
I dischi erano molto belli. Decise che li avrebbe comperati anche lui alla prima occasione. Quando, non lo sapeva, visto che nonostante tutto il lavoro fatto con ordini e cartellini, di soldi se ne trovava sempre in tasca pochissimi. E il padre, corrucciato nella casa dei tre abeti, lo aveva preso sulla parola. Niente finanziamenti per chi indulge a smanie populiste.
Ascoltò guardando fuori dalla finestra e fumando assorto. Una verifica sullo stato dei pantaloni lo aveva tranquillizzato. La giacca li copriva a sufficienza. Comunque gli sembrava di essere solo. Quando ascoltava buona musica sapeva astrarsi totalmente. Era in simili momenti che pensava alla concreta opportunità, prima o poi, di mettersi a scrivere. In quel momento, per esempio, avrebbe voluto descrivere ciò che vedeva dalla finestra.
Di quando in quando la porta si apriva e si affacciava qualcuno. In quel pensionato tutti avevano un aspetto serio e al tempo stesso disinvolto. Un ambiente che gli piaceva molto. Moderno e funzionale: così, secondo lui, dovevano essere i college americani. Ciascuno in camera sua faceva quello che voleva. Studiava, se ne stava in silenzio, sdraiato sul letto, a guardare il soffitto, ascoltava musica, scriveva in pace. Le visite non erano fatte in modo da disturbare.
Sentendo la loro musica, qualcuno se ne andava immediatamente. Tre ragazzi, invece, si erano fermati, sedendosi sul letto e ascoltando in silenzio. Uno di essi gli era particolarmente simpatico, senza nessun motivo particolare, come del resto gli capitava spesso. Ingiustificate simpatie e immotivate antipatie.
Gli erano antipatici i frenetici scrivani che vedeva a lezione. Non poteva soffrire i foruncolosi che si precipitavano con i libri a occupare i posti in prima fila, che d’altra parte quasi nessuno contendeva loro. Gli era risultato intollerabile un uomo con l’impermeabile sopra il cappotto che aveva visto qualche mattino prima sul tram, la mascella squadrata, lo sguardo spento. Gli era apparso odioso persino un vigile che, mentre attraversava con il rosso, poche ore prima, lo aveva seguito con uno sguardo polemico per tutto il tempo del percorso, e anche più oltre.
Questo ragazzo invece gli era profondamente simpatico. Decise che — chissà quando, chissà come — dovevano diventare amici. Veri amici. Come lo era stato lui un tempo con Federico Landi. Scomparso. Niente meno che in prigione per una stupida storia di donne.
La musica era molto bella e intanto lui continuava a guardare fuori dalla finestra. Era quasi l’una, ma l’atmosfera del tardo autunno appariva caliginosa e sudicia come quasi sempre. Nemmeno un barlume di sole. Non pioveva ma i muri trasudavano umidità, mentre gli scarni rami dei pochi alberi sembravano trattenere nelle asperità della scorza tanti infinitesimi sfilacci di nebbia opaca. Le automobili passavano veloci, sparendo al di là dell’edificio di fronte. Da dove erano loro non sarebbe stato possibile sentirne il rumore nemmeno se non ci fosse stata la musica. Per strada c’era poca gente, infreddolita.
Certe volte a lui piaceva lasciarsi affondare in quell’atmosfera grigia, così apparentemente priva di personalità, tanto simile al lato più segreto del suo carattere — segreto probabilmente a lui stesso —, mentre certe altre sentiva fortissimo il desiderio del sole, dei colori primaverili del suo lago. Allora, stranamente, reagiva con una tremenda voglia di bestemmiare a cui non sempre sapeva resistere.
Mangiò al self service del pensionato studentesco, infastidito dal chiasso e dal fumo, poi telefonò ad Anna. Si diedero appuntamento per le tre a casa di lei.
Questa sua relazione con Anna era una storia strana. Lei era stata sua professoressa al liceo e un giorno, durante una gita scolastica, ancora agli inizi, sull’autobus si erano trovati seduti l’una di fianco all’altro. Era cominciata così.
Lei gli piaceva molto, anche se in maniera singolare. Indefinibile. Non dal punto di vista fisico, no, non c’entrava: lui non aveva mai provato attrazione per le donne più adulte, e Anna aveva passato da tempo la trentina. Ma era una donna di un’intelligenza lucida, acuta, corroborante. Persino polemica. Con lei era piacevole conversare di qualsiasi argomento. Disponeva di una cultura vasta, brillante, mai convenzionale. Gli piaceva stare con lei, sprofondato in una vecchia poltrona di pelle rossa, comodissima, con un bicchiere di cognac che si scaldava lentamente tra le mani e un disco che girava placido. Lei lo stava avviando alla musica classica, lui al jazz.
Talvolta, la sera, lui rimaneva in città e andavano insieme al cinema o a teatro, se non a qualche vernice d’arte. Era piacevole, poi, rimanere svegli fino a sera avanzata, a commentare la recitazione, la regia, i quadri visti, la gente incontrata. Di quando in quando si fermavano a bere qualcosa in un baretto dove alle pareti erano appesi quadri notevoli. Lo aveva scoperto lei, nelle sue peregrinazioni cittadine, e ve lo aveva guidato con aria misteriosa, beata.
«Hai visto la mostra di Palazzo Reale?» gli chiese non appena fu entrato, senza nemmeno lasciargli il tempo di togliere il cappotto. Quel cappotto che, d’altra parte, lui avrebbe probabilmente preferito tenere addosso. «Domani ci vado con la scuola», continuò. «Perché non vieni anche tu?»
Anche per questo Anna gli piaceva. Perché non teneva in nessuna considerazione la gente e i suoi possibili commenti. Che cosa avrebbero pensato, e detto, il giorno dopo, vedendoli assieme, quegli allievi, studenti dello stesso liceo che lui aveva frequentato fino a pochi mesi prima, suoi amici e in qualche caso persino suoi più o meno lontani parenti? Di tutto ciò ad Anna non importava niente.
Magnifica prospettiva, che era sicuro sarebbe in brevissimo tempo arrivata alle orecchie dei corrucciati abitatori della casa dei tre abeti. Rispose che ci sarebbe andato senz’altro e che, anzi, poi sarebbe rimasto a passare la notte in città. A teatro non c’era niente di particolare, ma qualcosa da fare lo avrebbero certamente trovato.
Fu un pomeriggio piacevolmente qualsiasi, come tutti quelli che passava lì. Anna si aggirava per il grande appartamento in maglione a pantaloni, mentre lui sfogliava pigramente il quasi incredibile repertorio di riviste ordinatamente sistemate sul largo tavolo basso del salotto. Era anche così che si faceva la sua cultura di ragazzo avido di sapere.
Quando Anna tolse l’ultimo disco (qualcosa di Mahler, gli aveva detto, ma lui non aveva capito il titolo tedesco), erano ormai le cinque e mezza. Lui si alzò per andarsene.
«Ti accompagno fino al duomo», disse lei, e andò a cambiarsi. Fu rapidissima, come sempre. Dopo un po’ camminavano sottobraccio nella strada buia. La caligine della sera era scesa a ovattare tutte le cose circostanti, e loro stessi in mezzo a esse. «La nuvola di smog», disse lui, non solamente per fare sfoggio di cultura, ma comunque pieno di timore di apparire banale agli occhi della compagna. «Sì», convenne invece lei con un sorriso. «Puro Calvino.»
Proseguirono in fretta, senza dire più niente. Non ce n’era bisogno.
La città emergeva dal bozzolo della sua giornata di lavoro, apprestandosi a rintanarsi in un altro, fatto di intimità, di televisione, di qualche raro giornale del pomeriggio. Le mogli aspettavano a casa, con i mille piccoli problemi quotidiani. I mariti rientravano con le preoccupazioni o, chissà, le speranze di sempre. Qualcuno avrebbe litigato, altri avrebbero festeggiato compleanni, aumenti di stipendio, anniversari. Qualcuno, chissà, avrebbe magari avuto sui pantaloni una macchia di dubbia natura, come lui. Non poteva pensare che la sua fosse stata un’esperienza unica, irripetibile.
«Sai», disse improvvisamente, «forse vado a fare il servizio militare. Così me ne libero.» Era un’idea che aveva in testa da qualche tempo.
«Davvero?» replicò lei, con il tono di dire: «Sì, va be’. Ne riparliamo un’altra volta».
Dopo un po' si salutarono.
Adesso lui camminava velocemente, dando urtoni, imprecando e venendo ricambiato con identica moneta.
Lanciò la solita occhiata alle finestre del palazzo che per lui simboleggiava la giornata lavorativa. Considerò con spirito critico l’armonico disordine delle tapparelle, un po’ alzate e un po’ abbassate. Ne era sicuro: se con lui ci fosse stata Anna, avrebbe senza dubbio commentato: «Guarda: un Klee». Banale. Sì, banale. Come lui con Calvino, qualche minuto prima. A modo suo la signorina Bolaffi, insegnante di storia dell’arte, era anche capace di essere banale.
Probabilmente gli altri viaggiatori sull'autobus si aspettavano un saluto, ma lui non aveva nessuna voglia di unirsi al coro di altre banalità che ogni sera i “lavoratori come lui” si scambiavano da un sedile all’altro.
Sedutosi a un posto libero vicino al finestrino — sempre lo stesso, come del resto avveniva anche per gli altri, escluso qualche raro viaggiatore occasionale —, spiegò un’altra volta il giornale.
La giornata qualsiasi era finita.
 
© Mario Biondi
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