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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Il nomade e le sue dimore
(1998)

Il 6 aprile 2016 sono trascorsi esattamente 40 anni da quando mi sono installato nella mia attuale casa milanese. Lì praticamente da sempre, con la pia illusione di essere un nomade, come scrivevo una trentina di anni fa nel pezzo che vi propino qui sotto. Mi avevano chiesto di raccontare la mia casa, è venuta fuori questa cosa. È sicuramente di 30 anni fa, e potrebbe essere stata pubblicata su Bell’Italia di Giorgio Mondadori. Chissà. Le riviste patinate sembra ci tengano a finire nell’oblio e raramente indicano sulla pagina la data, e persino il nome della pubblicazione. Va be’, amen, è già bizzarro che io abbia trovato il pezzo. Eccolo qui.

C’ è chi è attaccato a una casa, a una città, a una terra. E c'è, al contrario, chi è nomade, almeno nello spirito. Tale è il mio destino. Di quale casa parlerò, dunque? Di quella dei contadini lombardi ai quali fui affidato (“a balia”) per sfuggire i pericoli milanesi della guerra? O di quella di San Fermo della Battaglia, già del nonno, oggetto di cupida e ridicola faida famigliare? Ci sono vissuto sedici anni, tutta l’infanzia e l'adolescenza, le due grandi epoche dell'invenzione. Poi il tempo passa, si sa: i giovani inventano, gli adulti riflettono, i vecchi ricordano. Io ho già cominciato a ricordare? Temo di sì: ai tempi del nonno il giardino era splendido, poi i sopravvenuti hanno lasciato morire tutto.
Oppure la "Casa dello studente", ovvero "Pensionato Bocconi". Come eravamo giovani, impegnati, perennemente innamorati! O le"camere" di affitto, nelle più svariate parti di Milano: via Ausonio, via Torino, via Lesmi, via Archimede. Addirittura viale Forlanini. Splendida giovinezza arrabbiata e nomade. O le "case" di affitto. Quella di via Pisacane, luminoso monolocale da trentenne: tra la confusione e la polvere, profumava di eros. Arrivai senza niente, partii con un mobiletto incerto, due librerie (sgraffignate a una casa editrice) e venti casse di libri. Più qualche lenzuolo, una coperta verde, un plaid rosso, una radio e un cappello di paglia, enorme, comperato ed esibito a Fano, nel '67, alla riunione del Gruppo '63 (interessò molto più del mio modo di fare letteratura). E un bicchiere in cristallo di Boemia, regalo di un amico andato a vedere la primavera di Praga. Ho ancora tutto, tranne, purtroppo, il cappello di paglia. Poi andai a Firenze, via Masaccio, e dovetti finalmente comperare i mobili, a rate. .
Casa molto bella e comoda, ma purtroppo legata a più di un evento doloroso. Solitudine tremenda. Ricordo il giardino, sotto le finestre, e la vista di Fiesole, ma anche il portoncino che di sera si chiudeva (sbam!): chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Cinque anni. Per forza venne il primo libro di poesie (l'unico, nessuno ha mai più voluto pubblicarmene un altro). Poi anche il primo romanzo (Il lupo bambino) e le prime collaborazioni giornalistiche. Il primo impianto veramente stereofonico. La prima casa editrice andata a rotoli. Ciao cara, vecchia Sansoni! E così via di nuovo, adesso con moltissime casse di libri in più e con molti mobili e soprammobili, oltre addirittura a tutti gli elettrodomestici canonici. Un vero trasloco per una vera “casa”. Con molte scope e piumini per la polvere. Di nuovo a Milano, in un appartamento dove infatti si dice che non ci sia un granello di polvere, ma soltanto perché la gente non guarda mai negli angoli e sotto i tappeti. Una vera malattia, questa dei tappeti, devo ammettere, ma economicamente insostenibile: contratta tra i pastori “yörük” e curdi dell'Anatolia. Anatolia, terza patria adottiva del nomade, dopo l'Algeria.
Parlare, allora, della casa di Bodrum, ovvero Alicarnasso, 1968. Con Paola, Biba, Hasip, Nilay e io che ci laviamo a secchiate di acqua gelida sul prato, con ai nostri piedi tutto il Mediterraneo. Adesso non c'è più (la casa), 0 meglio è diventata un museo. Sotto al prato c'erano i resti del Mausoleo di Artemisia, che non sarà tanto, ma è pur sempre stata una delle sette meraviglie. Come ci si dormiva bene, sopra! Ciao Alicarnasso!
Oppure di quelle altre mie case da chiocciola che si chiamano Genoveffa e che sono le mie successive automobili (si sono sempre chiamate così, ma le ho numerate, per distinguerle: solo che quella di adesso non ricordo più se è Genoveffa Otto o Nove). Anche loro, una volta, grandi propiziatrici di eros. Case da chiocciola, dunque: ci dormo, per esempio, una notte sul Nemrut Daği, provincia di Adyiaman, Turchia, uno dei posti più meravigliosi del mondo, a 2150 metri di altezza, tra enigmatici testoni in pietra di divinità greco-persiane, che sono lì da duemila anni e fischia. Passo una notte sensazionale, ballando con i curdi del luogo, che sembrano invasati. Poi sono talmente ubriaco che rischio di cadere nel burrone. E al mattino, siccome ho offeso gli dei con la mia ebbrezza, la Nikon scatta solamente fotografie tutte nere e poi trancio completamente una gomma scendendo per la mulattiera (ma non è mica tanta la gente che è salita con mezzi propri a vedere il mausoleo di Antioco I di Commagene). Comunque la gomma mi viene vulcanizzata alla perfezione, a Katha.


La userò l'anno dopo, di nuovo in Turchia, non lontano da lì, su un tratturo tra Malatya e Sivas, e si fonderà come un cioccolatino. Che puzza orrenda! Un serissimo ragazzetto turcomanno mi aiuta coscienziosamente, continuando a ripetere "araba çok güzel": automobile molto bella, ma "burda lastık yok”: da queste parti di pneumatici non ce n'è. Pazienza. Tanto io di ruote di scorta ne ho sempre due. Care case di chiocciola,vedete come vi amo? Ci dormo anche una notte a WadiRam, provincia più o meno di Aqaba, Giordania, all'ombra dei ricordi di Lawrence d'Arabia, svegliato all'alba da una ventina di ragazzetti beduini che premono il naso contro i finestrini, mi fanno le boccacce e scoppiano in fragorose risate. Molto simpatici. Mi trovano un camion Toyota, perché voglio penetrare nella sabbia del vallone di Lawrence, vecchio idolo, e vengo clamorosamente imbrogliato dal guidatore, beduino ladro, arcigno e credente, il quale, essendo Ramadan, non sopporta che io fumi, beva e forse nemmeno faccia la pipì. Ma io la faccio lo stesso, perché è un rito che, come un lupo solitario, devo compiere in tutti i posti dove vado. Per stabilire i confini della mia dimora. Ciao el Orèns, ovvero Lawrence!E ci dormo una notte anche a Hassi Messaoud, Algeria, dopo un mese passato invece a dormire nella sabbia del deserto, con una coperta sulle gambe e la borsa della macchina fotografica sotto la testa, suscitando sgomento in vipere e scorpioni. Ma quella sera, a Hassi Messaoud, nelle dune di fianco all'aeroporto da cui il giorno dopo ripartirò per l'Italia (via Algeri, ovviamente), i francesi che mi hanno dato l'ultimo passaggio (da Djanet) sono eroici e nella sabbia ci dormono loro.
  Quindi tutto contento io mi isso sul tetto della Land Rover, che non è mia e dunque non si chiama Genoveffa, ma l'amo lo stesso e la chiamo Geneviève. A Hassi Messaoud non ci sono più stato, e posso dire che non me ne importa un fico secco, ma le notti passate nella sabbia dell'Hoggar e del Tassili non le dimenticherò mai. Potrei allora parlare della casa di Ajoula ben Amadou, minuscola tenda nera da gibicungo tuareg, nel cuore della sabbia, dalle parti di Fort Gardel, con i suoi due piccolissimi bambini neonati, ma l'ho già raccontata in La sera del giorno, che è il romanzo sulla mia seconda patria.
Poi ho scritto anche un romanzo sulla mia terza patria, la Turchia, ma del 1450 e voltati indietro. È Il cielo della mezzaluna. L'ho scritto per rendere omaggio a Maometto II il Conquistatore, che è stato un uomo tra i più grandi del mondo (e forse anche tra i più grassi). "Selamalikim Mehmet". Anche lì ho raccontato un po' di case. Viste da Edirne ad Aleppo, qua e là. Un po' di Aleppo — potrà forse sembrare strano, ma è vero — c'è persino in una casa del mio ultimo romanzo, Gli occhi di una donna, che si svolge praticamente tutto in Lombardia..
Insomma, ciascuno ha diritto alla sua vena di pazzia, no? La mia è di essere originario, nei secoli, di Aleppo. È il posto più bello del mondo. Il più profumato. Ciao Haleb. Non ho detto niente della mia dimora attuale, ma non importa. È comoda e mi serve per vivere, ma soprattutto per andare in viaggio e poi "tornare a casa”. C'è tantissima musica, persino derviscia. E tanti ricordi di viaggio.
 
© Mario Biondi
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