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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Il colmo dello chic
(1990, revisione 2005)

Delio Curbaga jr tossicchiò, come per darsi una rassettata nell’intimo, e infine appoggiò il dito sul lucidissimo pulsante di ottone del campanello. Essere invitati dalla contessa di Valfresca non era veramente cosa di poco conto. Certo, il suo nome — per l’appunto Delio Curbaga jr. — nel mondo della poesia, dopo la pubblicazione di Noumeno da parte delle piccolissime ma battagliere Edizioni Sht, cominciava ad avere una discreta rinomanza, ma era ben consapevole di avere ancora moltissima strada da fare. Tuttavia un invito di Delfina di Valfresca non era cosa da sottovalutare, soprattutto in una serata del genere: l’Ultimo dell’Anno.
Delio Curbaga jr. salì servendosi dell’ascensore in legno antico con divanetto in velluto rosso, un po’ traballante ma molto decorato e silenzioso. In un certo senso gli parve di aleggiare dondolando verso la Fama. Avrebbe avuto da raccontarne, nella sede della banca di interesse nazionale presso il cui ufficio studi — in attesa della Fama — lavorava. Catapultato nel cuore della Grande Società.
Attraversato il vasto terrazzo, ornato di fitte verzure che lo facevano assomigliare a una giungla amazzonica, Delio Curbaga jr. si affacciò attraverso la grande porta a vetri sul famigerato “salotto di Delfina”. Gli parve, in un certo senso, di avere il cappello in mano. Una specie di Renzo Tramaglino privo solamente dei capponi.
Ma la voce calda e perfettamente modulata della padrona di casa bastò a scaldargli il cuore. Quando mai una donna, nella sua breve vita, gli aveva rivolto un «Venga, caro Curbaga, venga!» così perfetto sotto il profilo del tono e della melodia? Seguito da un: «Che piacere averla a casa mia! » che gli fece balzare il cuore in petto come una trota nell’acqua bollente. Che deliziosa signora! Che educazione perfetta! Che... bella donna! Inoltre, mentre rispondeva con acconce espressioni alla signorilissima accoglienza, l’occhio gli cadde su una pila di libri sopra un elegante tavolino: in cima, ma proprio in cima, c’era una copia di Noumeno delle battagliere Ed. Sht. Il suo cuore fece una seconda capriola, ormai lesso.
«Venga, venga», continuò la contessa. «Voglio presentarle un po’ di gente. Non i banchieri, naturalmente, che lei certamente già conosce, da vecchio lupo di mare del monetarismo qual è. Né i nostri capitani d’industria (ecco là la signora Dina Panard, l’ingegner Saponaria e il cavalier Pipidoro). No: desidero che lei, qui in casa mia, incontri i suoi simili, i rappresentanti della cultura, delle lettere, della poesia, delle arti. Eccole la giornalista Benedetta Cailler, il columnist Sal De Terlese, il famoso critico neodanubiano Pierfilippo Lampagioni. Eccole, infine, Max Eleganter e Ispirato Furioni.»
Delio Curbaga jr. si sentì piegare le gambe. Max Eleganter! Avrebbe dato la vita per poter mettere una sua incisione in copertina di un futuro libro. Quanto a Ispirato Furioni, be’, dopo la pubblicazione del fondamentale saggio Psicoanalisi e ulcera. Destini del narratore, nel mondo delle lettere era ormai una leggenda, e avere una sua recensione...
Ispirato Furioni si rivelò all’altezza della sua fama di impeccabile uomo di mondo. «Carissimo Curbaga», disse infatti, arrotando bonariamente la erre e scrollando la nobile testa completamente glabra: «che piacere conoscerla di persona. Ho letto... ho letto... saprò dirle, poi, in privato... Comunque… ehm, bravo, bene...» E tese una mano perfettamente curata. Una mano che poteva innalzare alle stelle o gettare alle belve intere generazioni e scuole di poeti e narratori.
«Si sieda, caro Colbacchi, si sieda, si metta qui con noi», lo invitò a quel punto il pittore Max Eleganter, con un tono così squisitamente urbano che Delio Curbaga jr. non ebbe cuore di correggergli la storpiatura del cognome. Misterioso personaggio, Max Eleganter aveva età e origini che si perdevano remote nelle steppe della Bessarabia e della Tartaria, se non dell’Alta Bergamasca. Trascorrendo egli, inoltre, la vita tra Milano, Parigi e New York, il suo italiano ne aveva desunto una struttura per così dire a patchwork, un comporsi e sfumarsi di diversi accenti che conferiva al suo dire un’eleganza senza pari.
«Si intende di cose chic, caro Colbacchi?» continuò per l’appunto Max Eleganter. E senza attendere risposta continuò: «Perché, vede, in attesa di brindare con dovizia di champagne e non pochi assaggini di Imperiale e di Beluga a un Anno Nuovo che tutti auspichiamo di grande chic, si stava proprio dibattendo quale sia il colmo di tale chic. Lei avrebbe un’idea? Nel qual caso...»
Delio Curbaga jr. replicò timidamente che per il momento sarebbe stato deliziato di ascoltare. Non sapeva se il suo uso di mondo gli consentisse...
«Uso di mondo. Ah, ah, ah! Oh, oh, oh! Che squisitezza, che chicca fin de siècle, caro Colbacchi: un vero poeta», ribattè l’Eleganter. «Be’», riprese, senza più curarsi del nuovo venuto, «dì tu, caro Is-pi-ra-to. Quale sarebbe il colmo dello chic?»
«Santo cielo», rispose il grande critico letterario, continuando a crollare pensosamente la testa lustra, simile a una matrioska abituata a non lesinare sulla vodka, «non ho dubbi. Il colmo dello chic è avere la segreteria telefonica in auto. Vi pare? La vettura naturalmente è una Fiat 500 di fabbricazione polacca ed è dotata di una signorile voce da annunciatrice, che risponde: “Qui segreteria telefonica dell’automobile di XYZ. Scusate. Sono momentaneamente impegnata in garage, oggetto di costosissime riparazioni. Vi prego di lasciare un messaggio. Richiameremo appena possibile”. Non vi pare?»
Delio Curbaga jr. si sentì fremere. Ecco la vera gran vita, ecco la geniale capacità del bon ton, del bon mot, della battuta fulminante. Ah, quante volte l’avrebbe ripetuta. La segreteria telefonica su una 500 Fiat! Di fabbricazione polacca! Ah!
«Sì», consentì sempre più bonariamente Max Eleganter, «già la sento: “Qui la segreteria telefonica...” Ah, ah, ah. Oh, oh, oh. Uno chic veramente inarrivabile. Tuttavia non ancora il colmo. Per me, ve lo dico in tutta franchezza, il colmo dello chic consiste nell’avere il Bancomat in cucina, tra il freezer e il forno a microonde. Eh? Che cosa ne dice, lei, Colbacchi, che se ho ben capito è banchiere?»
Delio Curbaga jr. non riuscì a rispondere in maniera articolata. Rischiò di svenire. Borbottò qualcosa e poi tacque, soggiogato. E così rimase praticamente tutta la serata, sopraffatto. Diede solamente qualche minimo contributo smozzicato alla conversazione. Venne, di conseguenza, considerato persona di immensa civiltà, da invitare sempre. Finché arrivò la celebrazione del Nuovo Anno e, via via, lo scambio delle buone notti.


Che, com’è di norma nel grande mondo, non avvenne molto tardi, in nome del rispetto per le condizioni dell'epidermide facciale. Ma, tornato a casa, Delio dormì malissimo. Continuò a rigirarsi nel suo manipolato letto di giovane scapolo. Si svegliò molto presto, avvertendo un gran bisogno di aria. Si alzò e, senza farsi la barba, uscì a precipizio. Rincuorato, notò che la pasticceria all’angolo era aperta, nell’evidente tentativo di smaltire le ultime torte ormai stantie, e offriva il miraggio di un espresso con brioche. Per raggiungerla gli toccò aggirare una vecchia auto, una carriola abbandonata, color rosso e ruggine, i cui finestrini erano accuratamente protetti da una serie di pezzi di robusto cartone.
Mentre la aggirava, una delle portiere si aprì, impedendogli per un attimo il passaggio. Ne emerse un uomo per il quale evidentemente essa fungeva da dimora: capelli lunghi e annodati sulla schiena, pantaloni retti con una corda, scarpe sformate, logora coperta sulle spalle, torso pelosamente nudo nonostante la temperatura rigidissima. Un barbone con ogni evidenza francese, visto che si diffuse in una serie di “pardon” ed “excusez moi”, un clochard.
Un clochard di grande distinzione, che, dopo avergli compitamente augurato il “Migliore degli Anni Nuovi”, si tolse da una tasca posteriore dei pantaloni una pipa di schiuma di mare e dall’altra la copia stazzonata di un quotidiano. Quindi, ripetuto un ennesimo e compitissimo “excusez moi”, si sedette a torso nudo sul ghiaccio che bordava il cordolo dell’aiuola e, accuratamente accesa la pipa, con altrettanta cura squadernò il giornale. Era “Le Figaro”.
Delio Curbaga jr. si sentì improvvisamente la testa leggera, pervaso da un sollievo prossimo alla felicità. Se mai fosse stato invitato di nuovo in casa di Valfresca non gli sarebbe toccato stare zitto. Adesso sapeva perfettamente quale fosse “il colmo dello chic”.
«Buon Anno!» esclamò gioiosamente, scappellandosi alla volta del buon uomo. E si diresse al suo primo caffè con brioche di un Anno Veramente Chic.
 
 
© Mario Biondi
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