Stacks Image p23365_n7714
I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Il bosco
(1998)

Un giorno lo scrittore L. O. decise di fare una gita. Voleva godere di un raro momento di grazia, distrarsi un po’. La vecchia casa dei genitori, in campagna, per esempio. Ci ripensava sempre con affetto. Con malinconia. Ma anche con un certo orrore. Trovarsi chiuso lì dentro, negli anni Cinquanta, adolescente, pieno di voglie e di curiosità, era stato un po’ come essere in prigione.
Sì, un autentico orrore. Ci era evidentemente vissuto in un’epoca sbagliata. Ma ogni volta che lì, nella grande città dove abitava, vedeva i cagnetti dell’avvocato Logo-Rea fare pipì e pupù nel cortile («che cosa crede, che abbia tempo di portarli fuori? ho da fare, io»), e nello stesso cortile trovava abbandonata l’ingombrante e inelegante auto della fiscalista Cloracne («non penserà che io abbia voglia di fare tutte quelle manovre per entrare nel box, egregio signore»), ogni volta che sul marciapiede gli toccava fare la gimcana tra le auto parcheggiate su quattro file e le famigliole in bicicletta che lo puntavano contromano, ogni volta che non riusciva a dormire per il caldo e il rumore, ogni volta che gli veniva un attacco di asma da inquinamento, ogni volta che sentiva dire che un appartamento vicino era stato svaligiato dai ladri («non professionisti: drogati, zingari; vedesse i danni che hanno fatto»), L. O. provava uno smarrimento. Aveva i suoi ripensamenti.
Eh, sì, a pensarci bene, il momento di andare a vivere in campagna era adesso. Tutta un’altra storia rispetto agli anni Cinquanta. Sicuro. Decise di fare una puntatina esplorativa. Partì.
Arrivò un sabato a mezzogiorno. Non aveva calcolato che a quell’ora c’era la coda di quelli che vanno a fare benzina in Svizzera. Ma quando fosse finalmente stato in mezzo al verde della sua vecchia casa…
Dopo due ore di fila, arrivato alla dimora avita, gli toccò costatare che il verde non c’era più. Metà lo aveva espropriato il comune per fare un parcheggio. L’altra metà — compresi tutti gli alberi da frutto — era stata bruciata dalle piogge acide. Non una bella vista, in mezzo ai fumi degli scappamenti. Ma quella coda di auto sarebbe pur finita, prima o poi.
Finì, infatti, verso le sette di sera. Sostituita, all’una di notte, da un’altra. Di fragorose fuoristrada cariche di giovinetti che si incitavano con il clacson a raggiungere per primi e possibilmente vivi la vicina, schiamazzante discoteca. Alle quattro, non essendo ancora riuscito a prendere sonno, scoprì di essere immerso in una nuvola di umidità e zanzare. Lo aveva detto la tv che quel giorno ci sarebbe stata un po’ di bassa pressione. Ma l’indomani…


L’indomani, quando si svegliò piuttosto tardi, scoprì di avere un discreto mal di testa. Ma sarebbe passato, non appena fosse uscito a fare una salutare passeggiata nell’atmosfera balsamica dei boschi. Purché ne fossero rimasti un po’, al di là di tutte le recinzioni che intravedeva dalla finestra. Che strano mal di testa. E che sapore amaro…
Quando si rese conto di essere stato narcotizzato da un ladro, un vero professionista, che approfittando dell’isolamento della casa aveva agito di fino, senza fare il minimo danno alla casa ma privandolo di tutti i beni fino all’ultimo centesimo, compresa la vera che era diventata stretta e dai tempi del divorzio non era mai riuscito a togliersi, resistette a stento alle lacrime. Ripartì immediatamente per la città, con gli occhi rossi, rinunciando a tutti i sogni.
  Per fortuna era una giornata di traffico limitato. All’ingresso dell’autostrada trovò non più di sei chilometri di coda. Mentre aspettava pazientemente che smettessero di superarlo sulla corsia di emergenza, fu preso da un impulso a cui non seppe opporsi. È vero, si chiese, che il criminale subisce una coazione irresistibile a tornare sul luogo del delitto?
E di fronte alla nebbia dei vapori di scarico, prima di commettere suicidio sul posto o di tornare a casa e accendere la televisione, decise di lasciarsi dominare da quella che da sempre era per lui un’attrazione fatale: la pulsione verso certe località dove la natura si manifesta attraverso ineffabili emanazioni. I luoghi, per intenderci, dove un tempo andavano gli umani per farsi spiegare dalle pizie certi eventi misteriosi che li riempivano di turbamento. O, da piccoli, per masturbarsi in pace.
Luoghi dove la terra ribolle, o trema, o fuma, inviando messaggi all’uomo attraverso pozzi considerati alla stregua del cellulare di Apollo. Ma si sentiva fatalmente attratto anche da luoghi molto più semplici, con cui Apollo non c’entrava niente. Luoghi di mitologia casareccia, celtica. Monti e boschi animati da brezze e ombre che li facevano sembrare vivi di presenze inquietanti. Ci vivevano ancora elfi e folletti? Chissà. Lui era convinto di sì. Quello, per esempio, che aveva sempre chiamato il Bosco dei Funghi.
Ci andava da ragazzino, nella montagna sopra la casa dov’era stato derubato di tutto. Da una parte si vedeva il lago, dall’altra la pacifica e occhiuta Confederazione Elvetica e da una terza la piana che scendeva verso il suo villaggio di un tempo. Ci andava ogni mattina di settembre, appunto a cercare funghi, più o meno dai dodici ai diciotto anni. Finché la vita lo aveva portato altrove. Aveva cambiato abitudini. Era invecchiato secondo natura e secondo previdenza sociale (per lui niente affatto previdente). Ma l’attrazione per certi luoghi era rimasta. Essendo scrittore, ne aveva persino approfittato per infilare quel luogo magico in più di un romanzo.
A cercare funghi aveva ricominciato ad andare qualche anno prima, forse nella non confessata speranza di trovarne uno veramente letale, che lo sottraesse per sempre ai rischi dei veri cibi genuini offerti nelle trattorie casalinghe di campagna.
 Insomma, non poté fare a meno di prodursi in alcune manovre sconsiderate e totalmente proibite, sotto gli occhi benevoli di una torma di poliziotti in evidente vacanza premio, per districarsi dalla coda e tornare al suo Bosco dei Funghi.
La strada per raggiungerla la trovò molto cambiata. Una volta era un sentiero; adesso, almeno fino a un certo punto, era una comoda carrozzabile fiancheggiata da villette e casette in schietto stile assiro caraibico. Ma da un certo punto in poi tutto tornava come un tempo. La carrareccia era polverosa e piena di buche, il bosco fitto e pieno di ombre inquietanti. In un empito di demenza senile decise che dovevano esserci ancora i folletti e gli elfi di una volta.
Naturalmente, aggirandosi tra indistruttibili cartacce oleate e lattine di coca abbandonate, si infettò di più di una dermatite e non trovò nemmeno la fotografia di un fungo, per quanto avesse spavaldamente frugato un paio d’ore tra le fresche frasche. Niente. Amareggiato ma di umore conciliante, uscì dal bosco e tornò all’automobile.
Montato a bordo, ebbe la sensazione che gli mancasse qualcosa. Infatti non aveva più il suo vetusto bastone "da funghi", che teneva in auto da diversi decenni, più o meno affettuosamente dimenticato. Un oggetto prezioso, amatissimo. Se lo era fatto da sé una quarantina di anni prima, incidendolo con la roncola in un imprevedibile impeto di bricolage. Si sarebbe dato un pugno in testa, e forse se lo diede. Tanto gli faceva già un male quasi intollerabile, per effetto congiunto della rapina e delle piogge acide che avevano ridotto il bosco a un ammasso di sterpaglie torve e secche.
Si può essere così stupido da perdere un bastone di legno in un bosco tutto di legno? Scrutò tra le ombre degli alberi malaticci, che si erano fatte piuttosto fitte e davvero sembravano abitate da presenze arcane. Finì per lasciar perdere. Povero bastone, chissà dov’era finito, a languire nella terra desolata dove un tempo era germogliato e si era fatto gagliardo.


Ma quella notte, tornato finalmente a casa dopo ore e ore di code e strettoie autostradali, non riuscì a dormire. Poteva rinunciare in quel modo a un oggetto che lo aveva seguito ovunque per decenni, in Italia e altrove? No.
Lo straordinario interesse del pubblico italiano per le tette siliconate esposte in tutta la loro gloria dalla televisione lo aveva praticamente lasciato senza niente da fare. Nessuno leggeva più, quindi era diventato del tutto inutile scrivere. Aveva tutto il tempo che voleva per farsi rapinare, prendere dermatiti e inseguire sogni di infanzia. Partì all’alba, onde non fare più di tre ore di coda a ciascuno degli innumerevoli caselli autostradali, e tornò al suo Bosco dei Funghi, animato da intenzioni giovanilmente bellicose, pronto a passarci tutta la giornata e a fare decine di chilometri pur di ritrovare il suo bastone.
Non ce ne fu bisogno. I miasmi delle piogge acide sembravano essersi dissolti, lasciando una discreta visibilità. E il bastone era lì, esattamente al limitare del bosco, piantato nel muschio, leggermente inclinato verso l’esterno, cioè verso di lui. Sembrava fargli segno, chiamarlo. Lo guardò, allibito, lo raggiunse, lo prese. Lo aveva lasciato lì lui? In quel posto così visibile? Quando?
E come mai la volta prima non lo aveva visto? Sembrava quasi che qualcuno lo avesse trovato e, infastidito dalla sua incongrua presenza — un bastone di legno a turbare l’armonia di cartacce e lattine? —, lo avesse piantato sul bordo del bosco nell’auspicio che il proprietario tornasse a cercarlo e se lo portasse finalmente via. Ringraziò mentalmente la cortese anima postmoderna e se ne andò, felice di aver ritrovato il vecchio amico di oltre quarant’anni.
Tornato all’auto, controllò quasi per scherzo di avere con sé il bastone. Lo aveva, naturalmente. Lo gettò sul sedile posteriore e infilò una mano in tasca per prendere il fazzoletto. Lo trovò, ma il portadocumenti non c’era più. Irrimediabilmente perduto. Cominciò a guardare il Bosco dei Funghi con occhio diverso. Lo prendeva, con rispetto, per il culo? Questa volta, però, aveva giocato pesante. Non seppe mai quante ore avesse camminato avanti e indietro, nel mezzo buio, cercando di ritrovare le sue orme e con esse i documenti perduti. Niente da fare.


Tornò a casa con l’animo equamente diviso tra lo spirito suicida e quello omicida. Il mattino dopo si alzò di buon’ora. Doveva fare in fretta ad andare in questura a denunciare la scomparsa dei documenti. Non si sa mai, non essendo un clandestino arrivato nottetempo da un paese non indicato nemmeno dalle carte geografiche più dettagliate, rischiava un arresto.
Quando suonò il telefono, era già fuori dalla porta. Sulle prime decise di lasciarlo suonare. Aveva troppa fretta. Poi ci ripensò. Poteva essere il direttore di uno dei massimi giornali italiani che invocava la sua collaborazione per aiutarlo a confondere sempre più i fatti con le opinioni.
Rientrò e diede di piglio alla cornetta. Era un impiegato municipale del comune del Bosco dei Funghi.
«I suoi documenti sono qui», gli disse, impersonale e procedurale.
Lui rimase senza fiato. E chi li aveva portati? Il solerte impiegato non lo sapeva. Li aveva trovati quel mattino sulla scrivania, lasciati lì da qualcuno.
Recuperati i documenti dopo non più di due ore di formalità e timbri, L. O. tornò al Bosco dei Funghi, per guardare, per lasciarsi ancora una volta emozionare dalle giocose presenze arcane che, ne era sicuro, gli avevano prima sottratto e poi restituito il bastone e i documenti.
Che cosa perse questa volta? Quando se ne accorse, venne da ridere persino a lui. Sembrava incredibile, ma perse le chiavi dell’auto. Le cercò per due ore e mezza, sotto una pioggia torrenziale, capace di penetrare fino alla pelle e forse anche più sotto. Finché a un certo punto, intirizzito e sgomento, decise di rinunciare. Stava facendosi buio, e per scendere a piedi dal bosco al paese ci voleva almeno un’oretta.
Fece per avviarsi. Sentì come un fruscio tra le fronde, un fremito, qualcosa. Ne vide uscire uno strano ometto che gli fece un rapido cenno di saluto, ridacchiando. Lo scrittore L. O. lo scrutò distrattamente: aveva forse un pizzetto aguzzo, e di certo gli invidiò la giacca a vento rossa che, partendo dal cappuccio calato sugli occhi, lo copriva fin quasi ai piedi; certamente era di statura limitatissima.


«Ha per caso perso queste?» gli chiese lo strano individuo, ridacchiando di nuovo e facendogli dondolare davanti agli occhi le chiavi. Senza parole, L. O. le prese e le guardò come se non le avesse mai viste. Dove poteva averle trovate, il rosseggiante personaggio caprino? Come aveva fatto? Comunque fosse, doveva ringraziarlo.
Non fu possibile. Quando alzò lo sguardo dalle chiavi, l’omino non c’era più. Sparito nel bosco, tra le fronde, dietro le felci, sotto un finferlo matto, chissà dove. Non poté mai ringraziarlo.
  Ringalluzzito, lo scrittore L. O. pensò all’inizio di un racconto, non già da pubblicare, ci sarebbe mancato altro, ma da stivare in uno dei tanti scatoloni che teneva in cantina per i posteri:
"Volete dirmi che non credete all’esistenza di elfi e folletti? Be’, quando vi avrò raccontato una storia che mi è capitata qualche tempo fa, capirete che, quando in un bosco vi imbattete in un omino con pizzetto e giacca a vento rossa, non potete sbagliarvi: è lui, l’elfo del luogo. È lì da almeno una quarantina di anni. Salutatemelo, per favore, e ditegli che prima o poi tornerò di sicuro a giocare a nascondino con lui. Devo soltanto pensare a che cosa perdere questa volta".
 
© Mario Biondi
Stacks Image p23367_n7714
Slide copertine



PRIMA EDIZIONE DIRETTAMENTE PER KINDLE

Stacks Image ppp9781_n12025_n12086_n9587