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I racconti dello scrittore
Mario Biondi

© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

L'italiano della bella signora
ovvero: Che cos'è un balabiott
(1995)

Era davvero una signora molto bella. Milanese, in tempi ormai non più vicini andava a passare i fine settimana in una delle ville che hanno reso famoso il Lario, facendolo definire “il lago delle Regine”. Dal canto suo, se non proprio la regina, la bella signora di questa storia ambiva con determinazione a diventare la dominatrice dei salotti lombardi. Come, appunto, un secolo prima di lei avevano fatto tante grandi dame proprietarie o ospiti di quelle dimore.
Intanto si addestrava a casa sua, che teneva sempre aperta agli ospiti con splendida liberalità. Il marito lo si vedeva di rado, sempre impegnato in strenui consigli di amministrazione o in viaggio per curare i suoi multiformi interessi industriali. Al grande tavolo ovale, sistemato nell'angolo più luminoso del salone, capitava non di rado di essere in dodici. La conversazione non languiva mai, né mai scendeva di livello. Se appena, a suo giudizio, rischiava di scadere, la bellissima signora fulminava con lo sguardo i responsabili e li zittiva con un perentorio «Pourtant!»
Che ogni volta si dava la pena di tradurre seccamente: «Pertanto!» Ai neofiti – data la liberalità della casa ce n'era sempre – bisognava spiegare con cautela, portandosi fuori tiro, che nessuno avrebbe mai trovato il coraggio di spiegare alla bella dama che in realtà «pourtant» significa «eppure». Perché ricambiare con una scortesia quella squisita ospitalità?
Così la bella signora si addestrava a dominare i salotti di Lombardia, se non d'Italia, rimanendo convinta che «pourtant» volesse dire «pertanto». E, chissà perché, che fosse un modo estremamente chic per zittire la gente. Molti cominciarono però a tremolare quando, un fatidico giorno, la si sentì dichiarare con granitica fermezza che un certo argomento le si «attanagliava», ma nessuno batté ciglio. Così come nessuno lo batté quando la si sentì richiamare all'ordine, dolcemente ma con inflessibile sicurezza, un mite docente di letteratura italiana di Via Festa del Perdono, reo ai suoi orecchi di avere usato l'espressione «scherani». «Scherani, professore?» chiese, inarcando un sopracciglio e gratificando l'ospite del più affascinante dei suoi sorrisi. «In italiano non si dirà per caso schierani?»
No, in italiano non si dirà mai «schierani», ma il giovane e mite docente era troppo perduto nella luce di quegli occhi di zaffiro per avere voglia di ribattere. Soltanto un ospite, un irriverente nobiluomo e perditempo, noto nell'ambiente per la sua collezione di auto d'epoca e per la scarsa perizia con cui si ostinava ad affrontare questa o quella competizione automobilistica per gentlemen, si lasciò sfuggire uno sboffo e, nascondendosi dietro il tovagliolo, celiò con il vicino di tavolo: «Un giorno o l'altro bisognerà spiegarle che la pole position non è la posizione del pollo nella casseruola». La bella signora non sentì, per fortuna, come del resto non sentì quasi nessuno. Un certo incanto però si era rotto, anche se il giovane docente continuò imperterrito ad abbeverare il suo casto amore ai due laghetti alpini che erano quegli occhi.
Finché non gli capitò di trovarsi una seconda volta in contrasto con lei. Stava raccontando con arguzia a una tavolata attentissima gli spiritosi e scollacciati bozzetti di vita lasciatici da questo o quello scrittore della linea lombarda, più o meno scapigliato e noto, dal Rovani e Cletto Arrighi fino a Nino Bazzetta De Vemenia. Erano la sua specializzazione accademica, li studiava e insegnava all'università. Aneddoti, calembour, sboccataggini, “onomaturgia”, ovvero creazione di espressioni nuove.
«“Balabiott”, per esempio», disse, accingendosi a spiegare come fosse nata l'espressione. Fu fulminato dallo sguardo della bella signora, che però non esplose uno dei suoi fatidici «pourtant». No, voleva soltanto dire la sua. E la disse. «Non è certamente il caso di disturbare gli scapigliati, professore. L'etimologia è certa. La conosciamo tutti.» Quale sarebbe? chiese lo sguardo incuriosito dei commensali. Etimologia? Non la confondeva per caso con l'entomologia? No. Chissà come, in argomento la signora era convinta di saperla lunga. «“Balabiott”», spiegò, «ovvero “campagnolo”, “villico”. Insomma: abitante di Ballabio.»
I commensali si guardarono l'un l'altro, ammirati. Che sfoggio di sapienza. Brava signora. Il giovane docente annuì, vittima sacrificale sull'altare di Eros, e tacque.
Soltanto più tardi, tornando a Milano in buona compagnia, a bordo di un capace e deserto vagone delle Ferrovie dello Stato, arrivati dalle parti di Cermenate si azzardò a spiegare quale fosse, secondo i suoi scapigliati, la vera etimologia di “balabiott”. Bisognava farla risalire ai nobili signori lombardi dell’Ottocento, il cui cuore fremeva per l'Italia unita e a cui le sostanze consentivano di celebrare abbaglianti festini notturni, d'estate, all'aperto, nelle sontuose ville della Brianza e del lago. Festini in cui pare imperasse la sbarazzina norma di liberarsi degli indumenti, visto che faceva caldo, fino a rimanere in stato totalmente adamitico ed evitico. I signori come le signore.
I villici, più allibiti che scandalizzati, sbirciavano dalle crepe dei muri di cinta, dai rami dei tigli e dei platani di contorno alle tenute, rifacendosi gli occhi. E rendendosi inconsapevolmente responsabili di “onomaturgia”, ovvero di creazione di una parola nuova. La parola “balabiott”, appunto.
Proprio “danzanudo”, come dice la vecchia battuta milanese: “balabiott d'un baüscia”, ovvero “danzanudo d'un salivatore”. «“Salivatore” magari no», ridacchiò il docente, «ma “danzanudo” sì.»
E, ancor più nello specifico, «Balabiott del castèl de Biragh», perché proprio nella tenuta di Birago del marchese Raimondi, garibaldino e scavezzacollo, pare che avessero luogo con maggiore frequenza e impegno, senza andare fino a Ballabio, questi affascinanti balli in tenuta adamitica sotto gli occhi del contado. «Ricordava di averne ancora sentito parlare mia nonna, che era nata a Meda attorno al 1890», concluse il bravo studioso di onomaturgia scapigliata. «Quando facevo qualche marachella, mi chiamava esattamente così: “balabiott del castèl de Biragh”.»
«Pourtant», lo avrebbe sicuramente fulminato la bella signora, se fosse stata lì.
 
© Mario Biondi
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