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Mario Biondi
FARE IL POETA

NOTA: Scritta non ricordo in occasione di che cosa, né quando. Presumibilmente alla metà degli anni Settanta. Forse è stata pubblicata su qualche rivista letteraria. Boh. L'ho ritrovata adesso (1995) e mi piace ancora molto. La metto qui.
Fare il poeta significa soffrire dell'assenza di qualcosa. Dentro e/o fuori di sé. Di un mondo possibile (e migliore), di un'ipotesi di vita, di un senso della vita, di un amore. La poesia è momento di grande liberazione. Grande liberazione della parola e del poeta, uomo che opera con la parola. Uomo e parola sono oggetti della storia, ne sono obiettivamente determinati. Ma l'uomo è anche soggetto della storia: deve obiettivamente determinarla. Dunque la poesia sarà oggetto di due storie: quella che circonda il poeta (pubblica) e quella che sta dentro di lui (privata). E di entrambe deve essere soggetto liberatore. Ripeto: grande momento di liberazione. Grande fatica: a volte grande gioia, spesso grande pena. Veramente le parole pesano come pietre, e al poeta costerà naturalmente grande pena estrarle dall'intimo. Estrarle dall'intimo per liberarle dalle ragnatele del senso codificato nella storia ed esporle negli infiniti significati logicamente e illogicamente, razionalmente e sentimentalmente possibili. La struttura della poesia è l'ordito imposto dalla storia del/nel poeta, le parole sono la trama. E il poeta, con la pena della precisione assoluta e la gioia della sperimentazione assoluta, le cercherà e le modificherà e le fisserà sulla carta e le cancellerà infinite volte, come cercasse un colore preciso, un odore preciso, un suono preciso. Quanto di questa precisione arriverà poi al lettore non è dato sapere e non conta: liberazione per il poeta, libertà per il lettore. Reciprocamente: a volte grande gioia, spesso grande pena.
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