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STRADA BIANCA PER I MONTI DEL CIELO
Vagabondo sulla Via della Seta
di Mario Biondi
Tuttolibri 23 aprile 2005 e 13 agosto 2005 Pagina 11 - Strade di Carta
Mario Biondi sulla Via della Seta

Viaggiatore tenace e instancabile, Mario Biondi non poteva evitare di avventurarsi su uno degli itinerari via terra più lunghi e antichi del pianeta: la leggendaria Via della Seta che dal cuore della Cina si inerpicava su montagne, attraversava vallate, costeggiava mari e conduceva fino a Roma. Strada bianca per i Monti del Cielo è il resoconto di quel viaggio lungo un percorso dalla cui "strada maestra" si dipartono mille diramazioni. Come Marco Polo salpa da Venezia per approdare là dove comincia l'Oriente: Istanbui. E da lì partire per davvero. Turchia, Siria, Giordania, Iran, saltando terre oggi inattraversabili (Iraq, Afghanistan...). per poi risalire verso quel ginepraio di nuovi stati nati dallo sgretolamento dell' Urss: Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan. Strade spesso sconnesse, tornanti su strapiombi spaventosi, paesaggi incantevoli, antiche città un tempo luoghi di floridi commerci, animatissimi e profumatissimi bazar, lunghe e tediose soste alle molte frontiere che rendono oggi più farraginoso l'andamento del viaggiatore. Luoghi che trasudano storia, contese, battaglie, memorabili imprese. Gengiz Khan, Tamerlano, Alessandro Magno, il Feroce Saladino si intrecciano ad esploratori, ambigui avventurieri, spie. I bracci d'acciaio dei pozzi petroliferi vanno su e giù come teste di somari che annuiscono. Il neonato turismo cinese ha trasformato luoghi ricchi di fascino in imbarazzanti luna park. Americani e russi vigilano con le loro basi militari, per non perdere il controllo delle direzioni e diramazioni dei nuovi oleodotti in fase di febbrile progettazione. I cinesi controllano loro. Quello di Biondi è un occhio ironico e lucido. Inquadra scenari in rapida trasformazione. Consapevole che il Grande Gioco è più che mai attivo e che dell'antica Via della Seta sopravviveranno solo le sue storie e le sue leggende, comunque belle da ricordare e raccontare.

Roberto Duiz



Tuttolibri
Sulla Via della Seta. In Asia con Mario Biondi

«Strada bianca» è l'augurio che in Asia centrale viene rivolto al viaggiatore che si appresta ad affrontare steppe e deserto: un po' tipo il «buon vento» in uso tra i marinai oppure il semplice «buon viaggio» con cui si saluta chi è in partenza per una qualche destinazione.
A questo augurio si rifà il libro di Mario Biondi Strada bianca per i Monti del Cielo. Vagabondo sulla Via della Seta, che è una sorta di summa dei viaggi che l'autore ha compiuto sulle orme di Marco Polo, in quella strada che per secoli è stata la via preferita dei collegamenti tra Oriente e Occidente.
Il volume si dipana in una sorta di diario di viaggio, con frequenti flash back sugli eventi storici che hanno caratterizzato un territorio cruciale per la storia della civiltà umana. Un'avventura fisica e culturale che inizia dal Bosforo, dai ricordi mitologici di Ero e Leandro e da quelli storici di Bruto e Cesare, per proseguire verso la Siria, verso la città di Palmira legata all'epopea dell'imperatrice Zenobia, verso Petra che domina maestosa il deserto con i suoi edifici in pietra rosa. E ancora le digressioni verso il Crack dei Crociati o il Nido dell'Aquila dove viveva il Vecchio della Montagna che dispensava la droga ai suoi seguaci, gli Assassini (secondo la testimonianza del Milione); i molti troni di Salomone; i giardini dei sasanidi; le terre contese tra Romani e Persiani. Poi un salto e si arriva nelle steppe, nelle terre percorse dalle orde che per secoli sono state all'origine delle grandi migrazioni di intere popolazioni: unni, mongoli (sotto Gengis Khan e Tamerlano).
Il libro è vivace, intrigante, e porta a viaggiare con le parole e la fantasia, a diventare nomade anche chi ha una mentalità e una tradizione stanziale ma desidera conoscere uomini e culture diverse.

Paolo Querio



ItaliaOggi 30 marzo 2005
Mario Biondi, sulla strada di Marco Polo

Dopo il grande successo di Güle Güle, parti con un sorriso, Mario Biondi torna a raccontare di viaggi con il suo originale stile che è documentario e narrativo insieme, e riesce a trascinare il lettore dentro gli straordinari luoghi lontani che lui visita. Straordinari non per la lontananza, considerato che oggi il pianeta si è ridotto a una pallinada ping-pong tanto è facile volarlo da una parte all'altra, ma per la particolarità degli itinerari scelti: Biondi è un turista fai da te per forma mentale e per cultura. Per capire come la pensa basta leggere quello che scrive a proposito del titolo di questo libro, che è Strada bianca per i Monti del Cielo: «In quasi quarant'anni di viaggi ho percorso decine di migliaia di chilometri su strade di vario genere, e gran parte di essi erano di strada bianca. Se appena ne incontravo una mi ci buttavo d'istinto con l'auto senza pensarci due volte: mi chiamava a sé come un buco nero dell'universo attira la materia, Dev'esserci, nel mio albero genealogico, un ramo che porta a tempi remoti di antenati nomadi, e qualcosa del mio Dna mi ha sempre fatto intuire per istinto che strada bianca significa buon viaggio. Sia dunque bianca la strada per tutti coloro che, come me, credono nel viaggio come condizione del vivere, come medicina, come continuo rinnovamento, come sempre riscoperta felicità».

Più che una dichiarazione di intenti, queste parole costituiscono un vero e proprio manifesto del viaggiatore senza tempo (ma con tanto tempo a disposizione), un manifesto molto bello, di sicuro non adottabile dalle agenzie di viaggio. Anche perché gli itinerari scelti da Mario Biondi non sono privi di rischi, specialmente per l'aria che tira dalle parti dei paesi islamici.

Strada bianca per i Monti del Cielo racconta in prima persona (e dunque con molte personalissi.me considerazioni, sempre condite da uno spiccato senso dell'u.morismo) di un insieme di viaggi che l'autore ha compiuto sulla Via della Seta, ovvero l'itinerario delle merci, a cominciare dalla preziosa seta, dalla Cina all'Italia e viceversa, strada percorsa per la prima volta tutta intera dal veneziano Marco Polo. Lungo il percorso si erano sviluppate culture straordinarie che avevano influenzato anche l'Occidente, ed erano nate città rimaste leggendarie: PaImira, Petra, Tabriz, Isfahan, Shiraz, Hormuz, Bukhara, Samarcanda...

Tramontato il commercio della seta dopo che l'allevamento dei bachi si era diffuso ovunque, incattiviti i rapporti tra Oriente e Occidente (e tra Islam e Cristianità), girata la bussola della Storia verso le Americhe, chiuse le frontiere dell'Asia comunista, la strada che conduce a Oriente, fino al Turkestan cinese, al deserto del Taklamakan, alla stessa Cina, non è più stata frequentata dai viaggiatori occidentali, che ancora oggi esitano a percorrerla. Strade bianche, insomma, anche quando sono asfaltate. Mario Biondi qui è a nozze, e ne approfitta per mostrarci usi, costumi, bellezze, brutture, geografie e storie che non conosciamo. Leggendolo, scopriamo i limiti della nostra cultura, imprigionata dentro gli argini di una visione che sembra davvero programmata dalle agenzie turistiche.

Giuseppe Pederiali



Stilos 24 maggio 2005 - Intervista, pag. 3
Sulla via della seta un incontro di civiltà

Per Mario Biondi il viaggiare è ragione di vita, e di scrittura ovviamente. Ed è anche mistica di cultura, misura del mondo e degli uomini e dei popoli che lo riempiono, e occasione unica di incontro, di scambio, di arricchimento spirituale. Perché c'è, egli dice, nel nostro Dna di stanziali un ricordo antico delle migrazioni ancestrali, un bisogno, di movimento che è parte non piccola del nostro essere soggetti pensanti. Nascono da qui i suoi libri di viaggio, nel 2003 Gule Gule (Parli con un' sorriso) e ora questo Strada bianca per i monti del cielo, che racconta del suo peregrinare lungo I'antica Via della Seta, quella che a suo tempo fu percorsa da Marco Polo ma che in tempi assai più antichi aveva segnato i destini commerciali dell'Eurasia legando tra loro le lontanissime Cina ed Europa col dolce fruscio del leggiadro tessuto. E tutta la storia dell' Asia, lungo l'asse di questa via, fu partecipe del fatto economico, diventato presto fatto di civiltà che si incontravano e si scontravano, con popoli che si spostavano e condottieri che li guidavano e imperi che si formavano e si disfacevano e culture che nascevano e morivano e città di sogno che sorgevano e talora venivano cancellate dal tempo, il più delle volte sono giunte sino a noi e sono ancora lì a testimoniare il loro passato: Aleppo, Tabriz, Samarcanda, Bishkek e tante altre.

Per queste città, e andando verso i monti del cielo che sono poi le cime altissime dei massicci centrali dell' Asia, Biondi è diretto in Cina: ci arriva, ne torna; e ci racconta le peripezie di questo viaggio, gli uomini e le donne che trova sulla sua strada, i loro sorrisi, le loro stranezze, le usanze, i cibi, le miserie antiche e nuove, gli orgogli ancora presenti. Lo fa con spirito ilare, a volte sbarazzino, divertito e divertente, ma con un fondo serio che è fatto di due cose, soprattutto: il rispetto assoluto per le culture che incontra e la trama infinita della storia che queste culture ha segnato, o anche sfiorato transitando per quei luoghi.

Che è trama di nomi (uno per tutti, il grande Tamerlano), trama di civiltà altissime (ancora un nome per tutti, Muhammad ibn-Musa al-Khorismi, uzbeko, che diede il nome a quello che ancora oggi si chiama algoritmo), trama di fatti storici che rendono il viaggio di Biondi più un trovare quello che era già nella memoria che ,uno scoprire quello che ancora non si sapeva. Con intrecci sorprendenti tra le culture e i fatti del nostro come del passato,di questi popoli Iontani. La conclusione è un arricchimento e un nuovo amore e una nuova speranza. ,Di cui c'è tanto bisogno, ci dice l' autore, in tempi come i nostri in cui quella "via" sembra aver sostituito il fruscio del bel tessuto col flusso catramoso del petrolio, mentre la illuminano bagliori sempre più oscuri di guerra. Stilos ha raggiunto l'autore e ha discusso con lui del suo libro.

L'introduzione al suo libro si intitola Perché “Strada bianca”? Ed eccole la prima domanda: perché “Strada bianca” per questo libro fatto di strade ma anche di luoghi e di popoli e di storia?

“Strada bianca” è un'espressione che ho visto e sentito usare in diversi paesi dell'Asia Centrale e significa “Buon viaggio”. La si vede scritta su cartelloni e archi che sormontano l'asfalto. Sono luoghi abitati da popoli di cultura e lingua turchesca e di antica tradizione nomade. Per il nomade, istintivamente, ancestralmente, se la strada è “bianca”, significa che è stata percorsa, calpestata, tracciata per anni e anni da migliaia di esseri umani e animali, quindi è sicura. Altrimenti in breve tempo si riempie di erbacce o di sabbia e diventa impercorribile. Scompare, addirittura, insieme alle oasi e città che su di essa fiorivano.

Lei asserisce di essersi mosso lungo la Via, o le Vie per meglio dire, della Seta, ma aggiunge che esse sono diventate oggi un'altra cosa. Può dirci cosa?

La Via della Seta è nata nel II secolo avanti Cristo - quando a seguito di certi eventi politici e militari la seta, grande segreto dei cinesi, ha cominciato a muoversi verso Ovest - ed è durata anzitutto fin verso il 400 dopo Cristo, allorché una principessa cinese riuscì a trafugare verso il Turkestan le uova del baco, nascondendole fra i capelli, dice la leggenda. Dopo un po' esse arrivarono in Persia, e da lì due intraprendenti monaci mandati in missione da Giustiano le portarono avventurosamente a Costantinopoli, dando inizio alla produzione della seta anche nell'Occidente. La Via della Seta era tecnicamente finita in quanto tale, ma su di essa continuarono a viaggiare merci preziose, nei due sensi. Essa, in tutte le sue ramificazioni, divenne parte dell'immenso reticolo delle Vie Commerciali. E da allora è rimasta tale, anche se sembra mostrare un'interessante e inquietante tendenza a trasformarsi in percorso di gasdotti e oleodotti dall'Asia Centrale verso l'Europa in una direzione e verso la Cina nell'altra.

Sullo sfondo del suo viaggio c'è la storia, che lei sempre evoca come a cercarvi le ragioni dei luoghi che visita. Viene però da chiedersi se ha un senso in questo tragico oggi, per questi luoghi dell'Asia profonda, la loro storia antica.

Ha l'identico senso che ha per noi italiani riferirci alla storia dell'Impero Romano, che non a caso ai tempi era la meta definitiva, il vero terminale della Via della Seta. O per gli Stati Uniti riferirsi allo spirito dei padri fondatori arrivati con il MayfloweTutto cambia con il tempo, e non necessariamente in meglio. Ma soltanto il senso della storia può portare verso un futuro di progresso.

Più volte lei ci dice che quasi tutto, per noi occidentali, viene di là, da quel lontano Oriente: il bene (la scienza) e il male (la svastica, ma travisata). Eppure c'è chi ancora parla di scontri di civiltà. Di superiorità e di inferiorità. Ecco perché le chiedo: cos'è per un viaggiatore la civiltà, la cultura?

Proprio andare a cercare le diversità per goderne, farne tesoro e trarne motivo di arricchimento e rinnovamento, non soltanto per se stessi ma per tutta la cultura a cui si appartiene. Non esistono superiorità e soprattutto non esistono inferiorità. I bestiali eventi della Seconda Guerra mondiale dovrebbero avercelo insegnato per sempre.

Lei racconta di avere incontrato uno stereotipo dell'Italia fatto di calcio e mafia. E noi siamo anche altro, in verità. Come spiega questo fenomeno?

Noi italiani siamo ben altro. Ma quel brutto, mortificante equivoco è prodotto dalla terribile, massificante presenza dei mass media, che davvero rischiano di emulsionare tutte le vitali diversità in un orribile e mortifero pastone globalizzato che non lascia spazio a individualità e specificità locali. Il calcio è ovviamente quello trasmesso dalla televisione a livello internazionale, quindi fatto al più di tre, quattro squadre italiane. Tutto il resto, con le sue inquietanti problematiche, non esiste. Quanto alla mafia, l'abbiamo fatta conoscere a viva forza in tutto il mondo attraverso certe serie televisive. Se esse ne abbiano dato un quadro obiettivamente fondato e se sia stato proprio necessario e proficuo diffondere un simile quadro ai quattro venti, non saprei proprio.

Venendo per un po' alla fisionomia delle repubbliche da lei attraversate prima di giungere in Cina, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan eccetera, tutte reduci dalla dissoluzione dell'ex URSS, c'è da riflettere sullo sconquasso provocato da questa dissoluzione. Lei cosa ne pensa?

Che anche di questo evento davvero epocale abbiamo avuto e continuiamo ad avere un'informazione deformata da parte dei mass media. Tutti coloro a cui, in luogo, ho chiesto se ritenessero che si stesse meglio adesso o prima, mi hanno risposto diplomaticamente: “Cinquanta - cinquanta”. Mentre mi viene da pensare che se i risultati fossero così entusiasmanti, la risposta sarebbe stata un corale “Cento per cento”. Il libero mercato non è una panacea universale e non può giustificare tutto. In quelle terre ha creato una schiera di volgari nuovi ricchi, addirittura offensivi in qualche caso (a noi ben noti proprio attraverso un calcio inteso bene), e per converso una grande massa di nuovi poveri, veri e propri diseredati, spogliati delle pensioni, del libero accesso alla scuola e alla sanità. Sono questioni di estrema complessità e dolorosità, sulle quali soltanto il tempo potrà (forse) dare una risposta adeguata.

A parte il “suo” piacere del viaggio (ma lei in esergo ci avverte che si preoccupa anche di quello degli altri), qual è il senso profondo di questo suo camminare per il mondo? A me ne viene in mente uno, la metafora di un incontro possibile. Lei che ne dice?

Senza dubbio. Un incontro tra le diversità che qualcuno vuole ostinatamente piegare a motivo di scontro e addirittura di guerra. Mentre ogni incontro, ogni scambio di sorrisi, ogni stretta di mano, ogni faticoso colloquio, anche elementare, è, ai miei occhi e per i miei sentimenti, un passo in avanti verso quella pace universale a cui anelo.

Alfio Siracusano



InfiniteStorie.it
Un lungo vagabondare sulla Via della Seta

Nel II secolo a. C. l’Asia Centrale vide dilagare gli Hsiung Nu, gli Unni, e l’imperatore cinese Wu inviò l’ambasciatore Chang Ch’ien a Ovest a cercare alleanze difensive. Le alleanze non furono trovate, ma in compenso furono stabiliti proficui contatti con i Parti persiani. Era praticamente nata la Via della Seta, ovvero l’itinerario attraverso cui avrebbe poi viaggiato fino a Roma l’ambitissimo tessuto su cui i cinesi conservavano un segreto impenetrabile. E nei secoli la Via sarebbe proliferata fino a diventare un reticolo di strade carovaniere dalla Cina al Mediterraneo o al Mar Nero attraverso montagne altissime, deserti mortali e steppe assetate. È su questo affascinante reticolo di vie che a un certo punto Mario Biondi si è reso conto di viaggiare da più di 30 anni, non di rado sulle tracce di Marco Polo e famiglia, con suggestioni di Erodoto e Tolomeo, di Virgilio e Hafiz, visitando Palmira e Petra, Isfahan e Shiraz, Tabriz e Hormuz, il Caspio e l’Oxus, Buchara e Samarcanda, il Turkestan cinese e il deserto Taklamakan. Da questa messe di ricordi è nato il suo ultimo libro, Strada bianca per i Monti del Cielo. Vagabondo sulla Via della Seta. Ne abbiamo parlato con lui.

D. Quello che lei racconta è un lungo viaggio (o, meglio, una serie di viaggi) nella complessità dell’Oriente attraverso Turchia, Siria, Giordania, Iran, le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, dall’Italia fino alla Cina. In tempi di paventato “Conflitto di Civiltà” com’è possibile disporsi all’incontro con altre culture?

R. Come sarebbe a dire “possibile”? Io lo considero “obbligatorio”, un vero e proprio dovere civico. Soltanto impegnandosi a fondo perché tale incontro avvenga e si evolva si può dare un contributo allo sviluppo armonico della nostra (delle nostre) civiltà. Non certamente facendo il finto struzzo, ovvero l’autentico egoista, e in tal modo favorendo inimicizie, razzismi, massacri, guerre (sempre definite “virtuose” da chi le dichiara).

D. Che cosa significa “Strada bianca”? Lei lo spiega in apertura di Strada bianca per i Monti del Cielo, ma vuole anticiparlo qui per chi ancora non si sia accostato al libro?

R. È un frase di augurio che viene rivolta al viaggiatore nell’Asia Centrale. A voce e anche scritta su cartelloni lungo le grandi vie di comunicazione (e la Via della Seta lo è per eccellenza). Significa “Buona fortuna, Buon viaggio”. È un’espressione che - cito me stesso - “esprime la cultura di colui che è viaggiatore per natura, il nomade... Per essergli propizia, per essere sicura, la strada doveva essere «bianca», ben tracciata e spianata dal passaggio di migliaia - milioni - di uomini e animali. Se era «bianca» garantiva una buona continuazione del viaggio e quindi della vita”...

D. E i Monti del Cielo?

R. Sono i Tien Shan, altissimi, impervi, splendidi, attraverso i cui valichi, ben oltre i 4000/4500 metri, si arriva in Cina dall’Asia Centrale (o si torna indietro). Uno dei grandi ostacoli naturali della Via della Seta. Io li ho attraversati in auto facendo tappa nelle yurte, ma non potevo mai fare a meno di pensare a chi ai tempi doveva farlo a cavallo, in groppa a un cammello, o a uno yak...

D. In questo libro, come già nel precedente Güle Güle. Parti con un sorriso, l’esperienza del viaggio vive di un rapporto continuo e proficuo con la memoria (personale, storica, mitica). Qual è il rapporto fra viaggiare e ricordare?

R. È un rapporto complesso, non facile da definire. Si viaggia per conoscere, per imparare, e spesso imparare significa semplicemente far affiorare nella memoria ricordi che non si sapeva nemmeno più di avere. Ricordi di studi o letture: geografia, storia, mitologia, folklore, ma anche matematica, scienza... Il viaggio è il miglior catalizzatore per far condensare e riaffiorare simili ricordi. Per esempio, soltanto dopo oltre 30 anni di viaggi, fuori delle mura merlate dell’oasi di Khiva, in Uzbekistan, mi sono reso conto che stavo fin dall’inizio inoltrandomi inconsapevolmente sulla Via della Seta. Ma nel Primo Millennio dell’Era Comune Khiva è anche stata uno straordinario centro di cultura, patria di grandi matematici, scienziati, astronomi, filosofi. Riflettendo su tutto ciò, a poco a poco ci si rende conto che ogni cosa si compone in un magnifico conglomerato unico di conoscenza.

D. La sua idea di viaggio è molto distante da quella tipica del turismo di gruppo: in solitudine ma disposta all’incontro, mediata dalla cultura ma attenta alla realtà quotidiana, progettata ma aperta all’imprevisto, disincantata ma continuamente disponibile alla scoperta, una sorta di vagabondaggio creativo. Qual è il modo migliore di viaggiare?

R. Ciascuno ha il suo, e ciascuno lo considera giustamente il migliore. Tuttavia, viaggiare in assoluta indipendenza (solitudine) dispone a incontrare il “nuovo” con atteggiamento vergine, esente da filtri e possibili distorsioni. Quando uno viaggia da solo è costretto a confrontarsi con i locali, non foss’altro per chiedere un’indicazione, cibo, acqua, un tetto per la notte. Se si trova tutto già preparato, che scoperta sarebbe? Che gusto c’è? Che cosa si impara? Viaggiando a modo mio, invece, si è costretti piano piano a imparare qualche parola, e dalle parole isolate si passa alle frasi, e la conoscenza si amplia, si affina. E la conoscenza reciproca è la base dell’amicizia.

D. Da Marco Polo a Colin Thubron, passando per Lawrence d’Arabia, Charles Doughty, Sven Hedin, Freya Stark e tanti altri: lei cita molti scrittori-viaggiatori. Ha modelli?

R. Tutti i nomi che lei ha citato sono per me modelli. E che dire di personaggi eroici come Fra’ Giovanni da Pian del Carpine, Guglielmo di Rubruck, Ibn Battuta, l’ambasciatore spagnolo Gonzalez de Clavijo, che arrivò fin da Tamerlano e oltre ai primi del Quattrocento...

D. Il suo viaggiare presuppone una lunga e accurata preparazione. Dica la verità, si diverte di più quando viaggia sulla strada o quando lo fa sulla carta?

R. Il viaggio “su strada”, per essere ben fatto, per dare il giusto piacere, non può prescindere da un’accurata preparazione “su carta”, anche mentre lo si sta facendo. Su mappe, su guide di viaggio, su libri di storia, di geografia, di politica, di folklore, su esperienze e ricordi altrui. L’idea di viaggiare semplicemente per andarmi a tuffare in un mare esotico e tornare a casa bello abbronzato e ginnico, senza curarmi a fondo della storia, della geografia, del folklore, della cultura, della situazione sociopolitica locale, non può nemmeno sfiorarmi. D. Il suo futuro di scrittore sarà ancora “sulla strada” o tornerà a frequentare i territori della narrativa?

R. Raccontare (narrare) memorie di viaggio è anch’esso un modo di fare narrativa. Comunque si dice che “il futuro è nelle mani di Dio”. Nei paesi di cultura musulmana, quando qualcuno mi chiede se tornerò lì, mi limito ad alzare gli occhi al cielo. E l’interlocutore mormora “Inshallah”, “Se Dio lo vuole”. Il senso delle due espressioni è forse diverso? Ma un grande poeta ha anche scritto che “il futuro ha un cuore antico”. Quindi penso che un giorno o l’altro il cuore mi farà tornare all’antico, ovvero alla narrativa di “invenzione”, di “finzione”. Se Dio lo vuole, naturalmente.


La Provincia di Como 10 marzo 2005
Mario Biondi percorre la sua «Via della seta»

È in Uzbekistan che si incontra la prima volta la scritta «Ak Yol». L'espressione significa «Strada bianca», ovvero,per traslato, "buona fortuna". Per le popolazioni nomadi, infatti, la strada propizia, quella sicura, deve essere bianca. A farla diventare così sono stati i milioni di piedi che l'hanno percorsa definendone il tracciato. La «Via della seta» era una strada bianca. Il suo percorso era intricato, con una ragnatela di diramazioni: dalla Cina passava per l'Asia centrale arrivando al Mediterraneo. Dopo Marco Polo, ripercorrere quel cammino ha attirato i viaggiatori di ogni tempo e latitudine, da Robert Byron (autore della Via per l'Oxiana, pubblicata da Adelphi) a Bruce Chatwin. È lecito dire che questo diventa il viaggio per eccellenza. Affrontarlo significa sfidare se stessi, addentrarsi nel mistero della natura e degli uomini, misurarsi con la storia. È questo lo sfondo su cui si svolge il viaggio che lo scrittore comasco Mario Biondi ha compiuto lo scorso anno dall'Iran alla Cina passando attraverso le repubbliche ex sovietiche.

Che Biondi avesse uno spirito nomade lo avevamo appreso dal suo precedente libro, Güle Güle (in turco significa letteralmente «sorridi, sorridi» ed è l'augurio che si rivolge a chi parte) dove, in particolare, svelava la sua passione per la penisola anatolica. Ma è in questo libro (La strada bianca per i monti del cielo) che emerge appieno la sua natura di vagabondo colto e raffinato, testardamente innamorato del mondo e delle persone che lo abitano. Un libro di viaggi, infatti, è solo in seconda battuta un libro di luoghi, monumenti, oggetti, situazioni e, ovviamente, uomini. Quanto sta di fronte al lettore è soprattutto l'occhio di chi osserva e descrive. Impariamo presto a conoscere i suoi gusti e le sue idiosincrasie. Con lui entriamo in intimità.

Chi è allora il Mario Biondi viaggiatore? Certamente un uomo autoironico e ironico, tollerante e incapace di cedere alle lusinghe del luogo comune, fedele ai propri principi (mai ha assecondato le richieste di denaro "supplementare", rituali al momento dei controlli doganali) e, nello stesso tempo, sincero nel riconoscere i propri errori. Così, con una leggerezza che si nutre di cultura e esperienza, Biondi compie imprese, supera scoraggianti imprevisti, sfida difficoltà, ma lo fa come se passeggiasse nel giardino di casa. Alla maniera degli anglosassoni, sembra applicare ovunque i principi dell'understatement, cioè della sistematica attenuazione, del "sottotono". Nulla pare sconvolgerlo, tutto gli sembra comunque spiegabile con il buonsenso. Però, improvvisamente, è capace di rimanere rapito di fronte all'inaspettato. Che può essere costituito dagli irriverenti (e contestatori) piedi scalzi delle ragazze iraniane, dagli occhi di un giovane principe kirghizo, dall'incombente massa del Karakoram con i 7.546 metri del Kongu Sha, dall'elegante blocco di giada verde che è la tomba di Tamerlano a Samarcanda.

Perché, come ogni vero viaggiatore, Biondi sa meravigliarsi, andando oltre il disincanto che pur si impone inevitabile di fronte, per esempio, alla "disneyficazione" turistica. La meraviglia è figlia della curiosità, del gusto di non arrendersi al risaputo, di andare a vedere direttamente, di scoprire con i propri occhi. E poi Biondi è uno scrittore. Viaggiare significa anche trovare (e ritrovare) storie da narrare: il mondo è uno straordinario scrigno di racconti che attendono di essere rivelati. Le storie sono dappertutto: nelle imprese eroiche di un Gengiz Khan o di Babur, nelle romanzesche mosse delle spie russe e britanniche (e poi americane) impegnate nel cosiddetto "Grande gioco", ma anche nella monotonia sfiancante della vita dei camionisti che fanno la spola tra la Cina, l'Uzbekistan e il Kirghizistan.

Tutto diventa racconto, oppure: tutto acquisisce esistenza perché è raccontato. Alla voce che narra Mario Biondi affida il compito di saggiamente condurre e di impostare il tono. Anche se tutto dipende da lui, e solo lui è l'effettivo protagonista, l'io scrivente sa defilarsi, o addirittura nascondersi, fingendo di riservare a se stesso a se stesso solo parti minori, giocosamente secondarie. Ed è uno dei motivi -non l'ultimo- per cui il libro non annoia mai.

Andrea GIardina



La Gazzetta del Mezzogiorno 1 maggio 2005
Bari o Pireo, dove inizia l'Oriente? La fortuna del viaggiatore lungo la Via della Seta

Il viaggio come «condizione del vivere, come medicina, come continuo rinnovamento,come sempre riscoperta felicità»: con questo convincimento Mario Biondi è stato per anni vagabondo sulla Via della Seta, la strada bianca che attraverso i paesi del vicino e del Medio Oriente oggi martoriati da. guerra e guerriglia conducono, e vi si potevano riconoscere le tracce di Marco Polo e di Matteo Ricci, i grandi precursori della conoscenza di quelle terre e civiltà.

L'autore, che pure ci ha dato in anni recenti romanzi affascinanti quali Un amore innocente, Due bellissime signore, Una porta di luce, e sembrava inclinare alle trame erotico-sentimentali e a una rappresentazione di atmosfere intime sia pure nel contesto di situazioni di immediata o recente attualità, in questo suo libro (Strada bianca per l MontI del Cielo) si rivela nella sua vera natura di viaggiatore appassionato («in quasi quarant'anni di viaggi ho percorso decine di migliaia di chilometrl su strade di vario genere. Dev'esserci, nel mio albero genealogico, un ramo che porta a tempi remoti di antenati nomadi»).

Quattromila fotografie nel suo sito internet testimoniano tali incontri ed avventure, che qui nel libro sono peraltro affidate alla scrittura limpida ed attraente, appena intramezzata da sobrie riflessioni morali a culturall, come deve essere dei resoconti di viaggio. Solo una carta geografica in fondo al volume aiuta il lettore ad orientarsi in quel labirinto di paesi e di strade da cui fuoriescono nomi noti e famosi. Baghdad, Teheran, Kabul, Samarcanda, Afghanisfan, Tigri, Eufrate: nomi noti per antichi trascorsi ginnasiali o letture di poemi cavallereschi, oggi resi tristemente famosi per infellcl eventi bellici.
Ha inizio così l'affascinante avventura dell'attraversamento dei paesi dove nacque la nostra cultura ed ebbe inizio la nostra storia, la strada bianca che volgendo ai Monti del Cielo, quel tetto del mondo che separa Occidente da Oriente, conduce alla Cina, al favoloso Cataio, meta. di cavalieri erranti e di mercanti.

Perché bianca la strada? Perché battuta nei secoli da infinite greggi e carovane e orde di popoli in movimento, che nella loro cultura nomade avevano neI viaggio la ragione stessa dell'esistenza, ed auguravano al viandante, come ancora oggi nel cartelloni stradali in Turchia e nei paesi dell'Asia centrale, Güle Güle, sorridi, sorridi.

Il viaggio comincia dai porti d'imbarco, Brindisi, Bari, Ancona, Venezla. Ma dove comincia l'Oriente? A Costantlnopoli, sul Bosforo? O prlma ancora, nei porti greci di Corfù, di Kavala, del Pireo?Ma già le memorie di scuola prendono li sopravvento. Cose lette sui librI, qui appaiono reali, veramente esistenti, le ombre di Ero, Leandro, di Bruto, di Cesare. Poi l'Oriente vero, la Siria. l'Anatolia, la città di pietra rosa, e più addentro le terre dei Persiani, il Caspio, i Troni dl Salomone, I giardini pensili dei Sassanidj,le tracce del grande Alessandro, le vie delle grandi migrazioni, delle orde di Gengiskan. Di Tamerlano gli altipiani nevosi del Pamir, il tetto del mondo.

Lungo la traversata gli incontri con quei popoli nomadi, l'afrore del cibi, dei tappeti, delle pelli, delle tende, i tornei, il mercato dei cammelli, una umanità variegata, primitiva, diversa dalla nostra, eppure profondamente umana, con gli stessi sentimenti e la stessa gioia di vivere e diritto alla felicità. Ad ogni incontro il grido di saluto e di augurio: Ak Jol: strada bianca, buona fortuna.

Michele Dell'Aquila



Café Letterario
Un viaggio si vive nella mente e nel cuore prima ancora che sulla via, per questo è un vero viaggio quello che i lettori fanno seguendo Mario Biondi sulla famosa Via della Seta. Un romanziere avventuroso e ironico come lui è la guida migliore per uscire dagli stereotipi dei viaggi organizzati e aprirsi al piacere di incontri inaspettati, di scorci insoliti, di reminiscenze storiche. Si parte accompagnati dal titolo beneaugurante: “strada bianca” è infatti l’auspicio che accompagna il viaggiatore dell’Asia Centrale, per indicare un cammino ben tracciato, riconoscibile e quindi percorribile senza troppe incognite. Ma naturalmente le sorprese non mancano, in questo lungo percorso sulle orme di Marco Polo e dei tanti nomi famosi - dalla regina Zenobia a Tamerlano, da Salomone ad Alessandro Magno - che nei secoli hanno attraversato queste lande, per commerciare o per conquistare. A far da contraltare ai grandi personaggi del passato, l’autore popola il suo racconto di uomini e donne di oggi, alle prese con un mondo in vorticoso cambiamento, in contrasto con ataviche abitudini di sopravvivenza quotidiana legate ai cicli stagionali o alle tradizioni tribali.

Dall’Iran all’Uzbekistan, dal Kirghizistan alla Cina, le peregrinazioni di Mario Biondi intessono un coloratissimo arazzo di cui rimangono impresse molte immagini suggestive. Oltre che dagli incantevoli paesaggi e dai maestosi monumenti, ci si fa attirare da pittoresche scene di vita, come il rito del tè dei vecchi uzbechi attorno alla Tavlà, il gioco erede della romana Tabula Duodecim Scriptorium, riciclata poi in Occidente con il nome di Backgammon, oppure il laborioso spostamento delle yurte, piene fino all’inverosimile, per permettere all’erba sottostante di ricrescere, o ancora le piacevoli soste ai chioschi distributori di maksym, la bevanda spumeggiante ottenuta dalla fermentazione dell’orzo. Come ad ogni don Chisciotte in cerca di avventure, a Mario Biondi non poteva mancare il suo Sancho Pancha, cioè il fedele autista Slava, a tempo perso allevatore di cani pastore, con il cui lanoso pelo confeziona morbidi calzettoni che dona all’incredulo compagno di viaggio.

Daniela Pizzagalli



Giornale di Brescia 20 luglio 2005
Mario Biondi è un nomade. Un intellettuale affamato di esperienze. Ha percorso decine di migliaia di chilometri disegnando sul globo una rete di intricati quanto improbabili meridiani e paralleli, ha scattato circa 4.000 fotografie, vissuto realtà lontane, come una spugna ha assorbito abitudini e culture e le ha strizzate nei suoi resoconti, per intridersi subito dopo d'altri umori. Quando ti guarda sembra non vederti, sei troppo vicina, scontata, normale. La sua testa va altrove. Vinse il Campiello nel 1985 con il non dimenticato romanzo Gli occhi di una donna. Nel volume appena pubblicato, Strada bianca per i Monti del cielo, instancabile ancorché abbia oltrepassato la boa della sessantina, si mette sulla famosa Via della Seta - lo splendido tessuto che sarebbe stato visto per la prima volta in Italia sotto forma di una bandiera, niente meno che nelle mani di Giulio Cesare, reduce da una campagna in Oriente.

La sua scrittura coinvolge. Così anche i lettori più sedentari diventano dei peregrinanti del mondo. Non si limitano a sognare. Vedono. E qui da vedere c'è moltissimo. A braccetto con l'autore, di avventura in avventura, si supera quell'invisibile discrimine tra occidente ed oriente che chiunque può stabilire a piacere (o per comodità, come per comodità sono state inventate le incastellature artistico-letterarie e i famosi -ismi); e tutto a un tratto ci si trova lontani, senza per questo essersi sradicati, perché i lunghi capillari delle nostre radici si sono abbeverati su quei fiumi e in quei deserti biblici oggi percorsi dalla guerra, dove sgorgava la fontana della vita e da uno spuntone di roccia fioriva il bastone dei pastori, degli sciamani, dei condottieri, dei viandanti, dei maghi, considerato il simbolo della cavalcatura della mente umana. Ecco il Medio Oriente, l'Anatolia con i suoi «Troni di Salomone» nell'impervia catena dell'Elburz, la pianura fra il Tigri e l'Eufrate, la Siria, la stupenda città di Petra, tutta scolpita di pietra rosa, e le meraviglie dell'antico impero persiano, prima che ci si addentri nelle steppe dell' Asia centrale dove molti avventurieri, nella più recente epoca dei mercanti di spezie, sparirono nel nulla.

Condotto su un piano realistico, documentato, ma non privo di frizzante bizzarria, il libro di Biondi ci trasporta dall'Italia alla Cina propinandoci via via gli odori e i sapori dei luoghi attraversati, ci fa salire e scendere per monti e pianure come su un ottovolante, ci avvolge della bianca polvere della strada - un filo di seta appunto che, secondo il Dna dell'autore, significa «Buon viaggio!». Buon viaggio, sì. Sebbene non siano tutte rose e fiori. Le guide a volte potrebbero condurre alla catastrofe, nei bazar i ladri sfilano i portafogli dalle tasche con giochi di magia, ci si può infine perdere in un'enorme svastica di abeti larga tre ettari, ideata da un manipolo di prigionieri di guerra nazisti nella Seconda guerra mondiale. Mandati nei pressi di Naryn a effettuare lavori di rimboschimento, i prigionieri piantarono gli alberi in maniera tale che, una volta cresciuti, formassero un indistruttibile, gigantesco simbolo hitleriano di natura vegetale.

Di capitolo in capitolo, eccoci al cospetto dei Monti del Cielo e più in là, ad Hotan, dove macchine antidiluviane filano la seta: quindi di nuovo fra kirghizi e uzbeki. Il viaggiatore è adesso sulla via del ritorno, in mezzo a nuvole di polvere, naturalmente bianca, e popolazioni di cui condivide usi e costumi con duttile giocosità. Dopo carri, carrette, automobili preistoriche, tricicli, e soprattutto l'uso fino al sangue del cavallo di San Francesco, la memoria interpone il suo viso tra il passato e il presente. Rimangono l'uomo e la pagina scritta, a conferma di quanto recita un verso di Emily Dickinson: «Non c'è nave che, come un libro ci porti in terre lontane».


infinitestorie.it 2005
Vagabondare sulla Via della Seta



Nel II secolo a. C. l'Asia Centrale vide dilagare gli Hsiung Nu, gli Unni, e l'imperatore cinese Wu inviò l'ambasciatore Chang Ch'ien a Ovest a cercare alleanze difensive. Le alleanze non furono trovate, ma in compenso furono stabiliti proficui contatti con i Parti persiani. Era praticamente nata la Via della Seta, ovvero l'itinerario attraverso cui avrebbe poi viaggiato fino a Roma l'ambitissimo tessuto su cui i cinesi conservavano un segreto impenetrabile. E nei secoli la Via sarebbe proliferata fino a diventare un reticolo di strade carovaniere dalla Cina al Mediterraneo o al Mar Nero attraverso montagne altissime, deserti mortali e steppe assetate. È su questo affascinante reticolo di vie che a un certo punto Mario Biondi si è reso conto di viaggiare da più di 30 anni, non di rado sulle tracce di Marco Polo e famiglia, con suggestioni di Erodoto e Tolomeo, di Virgilio e Hafiz, visitando Palmira e Petra, Isfahan e Shiraz, Tabriz e Hormuz, il Caspio e l'Oxus, Buchara e Samarcanda, il Turkestan cinese e il deserto Taklamakan. Da questa messe di ricordi è nato il suo ultimo libro, Strada bianca per i Monti del Cielo. Vagabondo sulla Via della Seta. Ne abbiamo parlato con lui.

D. Quello che lei racconta è un lungo viaggio (o, meglio, una serie di viaggi) nella complessità dell'Oriente attraverso Turchia, Siria, Giordania, Iran, le repubbliche ex sovietiche dell'Asia Centrale, dall'Italia fino alla Cina. In tempi di paventato ”Conflitto di Civiltà“ com'è possibile disporsi all'incontro con altre culture?

R. Come sarebbe a dire ”possibile“? Io lo considero ”obbligatorio“, un vero e proprio dovere civico. Soltanto impegnandosi a fondo perché tale incontro avvenga e si evolva si può dare un contributo allo sviluppo armonico della nostra (delle nostre) civiltà. Non certamente facendo il finto struzzo, ovvero l'autentico egoista, e in tal modo favorendo inimicizie, razzismi, massacri, guerre (sempre definite ”virtuose“ da chi le dichiara).

D. Che cosa significa ”Strada bianca“? Lei lo spiega in apertura di Strada bianca per i Monti del Cielo, ma vuole anticiparlo qui per chi ancora non si sia accostato al libro?

R. È un frase di augurio che viene rivolta al viaggiatore nell'Asia Centrale. A voce e anche scritta su cartelloni lungo le grandi vie di comunicazione (e la Via della Seta lo è per eccellenza). Significa ”Buona fortuna, Buon viaggio“. È un'espressione che - cito me stesso - ”esprime la cultura di colui che è viaggiatore per natura, il nomade... Per essergli propizia, per essere sicura, la strada doveva essere «bianca», ben tracciata e spianata dal passaggio di migliaia - milioni - di uomini e animali. Se era «bianca» garantiva una buona continuazione del viaggio e quindi della vita“...

D. E i Monti del Cielo?

R. Sono i Tien Shan, altissimi, impervi, splendidi, attraverso i cui valichi, ben oltre i 3500 metri, si arriva in Cina dall'Asia Centrale (o si torna indietro). Uno dei grandi ostacoli naturali della Via della Seta. Io li ho attraversati in auto facendo tappa nelle yurte, ma non potevo mai fare a meno di pensare a chi ai tempi doveva farlo a cavallo, in groppa a un cammello, o a uno yak...

D. In questo libro, come già nel precedente Güle Güle. Parti con un sorriso, l'esperienza del viaggio vive di un rapporto continuo e proficuo con la memoria (personale, storica, mitica). Qual è il rapporto fra viaggiare e ricordare?

R. È un rapporto complesso, non facile da definire. Si viaggia per conoscere, per imparare, e spesso imparare significa semplicemente far affiorare nella memoria ricordi che non si sapeva nemmeno più di avere. Ricordi di studi o letture: geografia, storia, mitologia, folklore, ma anche matematica, scienza... Il viaggio è il miglior catalizzatore per far condensare e riaffiorare simili ricordi. Per esempio, soltanto dopo oltre 30 anni di viaggi, fuori delle mura merlate dell'oasi di Khiva, in Uzbekistan, mi sono reso conto che stavo fin dall'inizio inoltrandomi inconsapevolmente sulla Via della Seta. Ma nel Primo Millennio dell'Era Comune Khiva è anche stata uno straordinario centro di cultura, patria di grandi matematici, scienziati, astronomi, filosofi. Riflettendo su tutto ciò, a poco a poco ci si rende conto che ogni cosa si compone in un magnifico conglomerato unico di conoscenza.

D. La sua idea di viaggio è molto distante da quella tipica del turismo di gruppo: in solitudine ma disposta all'incontro, mediata dalla cultura ma attenta alla realtà quotidiana, progettata ma aperta all'imprevisto, disincantata ma continuamente disponibile alla scoperta, una sorta di vagabondaggio creativo. Qual è il modo migliore di viaggiare?

R. Ciascuno ha il suo, e ciascuno lo considera giustamente il migliore. Tuttavia, viaggiare in assoluta indipendenza (solitudine) dispone a incontrare il ”nuovo“ con atteggiamento vergine, esente da filtri e possibili distorsioni. Quando uno viaggia da solo è costretto a confrontarsi con i locali, non foss'altro per chiedere un'indicazione, cibo, acqua, un tetto per la notte. Se si trova tutto già preparato, che scoperta sarebbe? Che gusto c'è? Che cosa si impara? Viaggiando a modo mio, invece, si è costretti piano piano a imparare qualche parola, e dalle parole isolate si passa alle frasi, e la conoscenza si amplia, si affina. E la conoscenza reciproca è la base dell'amicizia.

D. Da Marco Polo a Colin Thubron, passando per Lawrence d'Arabia, Charles Doughty, Sven Hedin, Freya Stark e tanti altri: lei cita molti scrittori-viaggiatori. Ha modelli?

R. Tutti i nomi che lei ha citato sono per me modelli. E che dire di personaggi eroici come Fra' Giovanni da Pian del Carpine, Guglielmo di Rubruck, Ibn Battuta, l'ambasciatore spagnolo Gonzalez de Clavijo, che arrivò fin da Tamerlano e oltre ai primi del Quattrocento...

D. Il suo viaggiare presuppone una lunga e accurata preparazione. Dica la verità, si diverte di più quando viaggia sulla strada o quando lo fa sulla carta?

R. Il viaggio ”su strada“, per essere ben fatto, per dare il giusto piacere, non può prescindere da un'accurata preparazione ”su carta“, anche mentre lo si sta facendo. Su mappe, su guide di viaggio, su libri di storia, di geografia, di politica, di folklore, su esperienze e ricordi altrui. L'idea di viaggiare semplicemente per andarmi a tuffare in un mare esotico e tornare a casa bello abbronzato e ginnico, senza curarmi a fondo della storia, della geografia, del folklore, della cultura, della situazione sociopolitica locale, non può nemmeno sfiorarmi. D. Il suo futuro di scrittore sarà ancora ”sulla strada“ o tornerà a frequentare i territori della narrativa? R. Raccontare (narrare) memorie di viaggio è anch'esso un modo di fare narrativa. Comunque si dice che ”il futuro è nelle mani di Dio“. Nei paesi di cultura musulmana, quando qualcuno mi chiede se tornerò lì, mi limito ad alzare gli occhi al cielo. E l'interlocutore mormora ”Inshallah“, ”Se Dio lo vuole“. Il senso delle due espressioni è forse diverso? Ma un grande poeta ha anche scritto che “il futuro ha un cuore antico“. Quindi penso che un giorno o l'altro il cuore mi farà tornare all'antico, ovvero alla narrativa di ”invenzione“, di ”finzione“. Se Dio lo vuole, naturalmente.