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© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)


I miei felici 70 Anni

(17 maggio 1939)


In editoria dal 1968 (Einaudi, Sansoni, Longanesi), giornalista pubblicista dal 1975, tredici romanzi pubblicati (con un Premio SuperCampiello nel 1985), tre narrazioni di viaggio in zone che si estendono dal Sahara fino al Tibet, 71 traduzioni da quasi tutti gli "inglesi" possibili (di Londra, del Galles, della Scozia, degli Stati Uniti, del Canada, dell'Australia, della Nuova Zelanda, del Sudafrica, della Nigeria), con opere tra l'altro di 4 Premi Nobel, centinaia di pezzi giornalistici e "letture" editoriali. Questa la carriera dello scrittore Mario Biondi, che dal 2000, dopo averlo creato, è anche direttore di InfiniteStorie.it. Ne abbiamo parlato con lui per i suoi 70 anni, compiuti il 17 maggio 2009.

D. Lei non doveva fare l'economista? Non si è laureato alla Bocconi di Milano?

R. Altroché, nel 1964, con il chiarissimo prof. Giovanni De Maria, ma venivo dal Liceo Ginnasio A. Volta di Como, con ottimi voti in italiano, greco e storia dell'arte. E amo molto la "contraddizione". Altrimenti morirei di noia. I professori del Volta preconizzavano una carriera di professore di lettere: ho deciso di contraddirli un po'.

D. Ma da economista che cosa ha fatto?

R. Un bel niente. Contavo di ottenere un incarico all'Istituto di Economia, ma non è stato possibile. Così sono andato a lavorare nella grande industria, ramo macchine elettrocontabili e poi alimenti.

D. E l'editoria?

R. Ho fatto di tutto per arrivarci. Sapevo che era il mio mondo. E quando, nel 1968, sono stato assunto alla Einaudi, ho creduto di aver toccato il cielo.

D. Però è rimasto lì poco. Un anno e mezzo. Come mai?

R. Inquietudine giovanile. E soprattutto tanta presunzione. Ma avevo letteralmente fame di esperienze. Così sono andato alla Sansoni, prima a Milano e poi a Firenze.

D. Come mai se n'è andato anche da lì?

R. Be', ci sono rimasto 6 anni, e questa volta il cambiamento è stato praticamente imposto dalle difficoltà della vecchia, affabile Sansoni, a cui sono rimasto molto affezionato.

D. E a quel punto è arrivato alla Longanesi. Quanto tempo ci è rimasto?

R. Otto anni, con due gestioni e quindi con dirigenze del tutto diverse. Una formidabile esperienza di "sdoppiamento" da aggiungere alla "contraddizione".

D. Come mai se n'è andato anche da lì?

R. Me ne sono andato come dipendente, ma mai come collaboratore o comunque amico. Nel 1984 avevo ormai pubblicato 3 romanzi con discreto successo critico, e ne stavo scrivendo un quarto di cui ero molto convinto. Quindi ho tentato di fare quello che fin dall'adolescenza sentivo come il mio vero mestiere: lo scrittore. Pensi che già alle elementari mi avevano affibbiato il nomignolo di "giornalista" per la mia mania di scrivere continuamente di tutto.

D. Quel romanzo era Gli occhi di una donna? In effetti le cose sono andate bene. Le ha fatto assegnare il Premio Super Campiello 1985. È stato il momento più emozionante della sua carriera?

R. Senza dubbio, ma insieme a un altro. Ovvero al momento in cui, nell'autunno 1978, un'amica giornalista mi ha telefonato in ufficio — quello di responsabile stampa della Longanesi — per annunciarmi che l'Ansa aveva battuto una notizia del tutto imprevista quanto sensazionale. L'assegnazione del Premio Nobel a Isaac B. Singer.

D. Così emozionante? Come mai?

R. Perché proprio la sera prima avevo finito la primissima stesura della traduzione del romanzo Shosha, appunto di Singer. Avevo voluto tradurlo a tutti i costi, quasi gratis e ovviamente fuori orario di lavoro, la sera e nei weekend, perché era un autore che l'organizzazione commerciale di allora aveva deciso di abbandonare: non vendeva quasi niente. Ma secondo me era uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi: piuttosto che abbandonare lui avrei abbandonato io la Longanesi. Che gioia, quel giorno! Il Nobel a Singer mi dava ragione. Anche se poi la cosa è diventata un pasticcio, perché la traduzione mi è stata strappata di mano e mandata in stampa praticamente senza revisione. Tanto poi le colpe ricadono sul traduttore.

D. Come mai questa attività "parallela" di traduttore?

R. Per imparare a scrivere. L'inglese è la mia seconda lingua. Me l'ha insegnata mio padre, la cui famiglia è vissuta per un paio di generazioni a Londra.

D. Così ha avuto a che fare con 4 Premi Nobel.

R. Ne sono molto fiero, soprattutto perché li ho incontrati tutti prima che ricevessero il Premio.

D. Intuito?

R. Merito degli editori che me li hanno fatti tradurre. Si vede che apprezzavano il mio lavoro.

D. Però ha detto che Singer lo ha voluto tradurre lei a tutti i costi, nonostante la volontà della casa editrice. Quello è stato intuito suo.

R. Ostinata convinzione, diciamo. E anche Golding. Lo avevo assistito come ufficio stampa in Italia nel 1982, quando era ormai considerato molto poco. Abbiamo molto simpatizzato, su diversi bicchieri di whisky, e mi ha chiesto di tradurre il suo libro successivo. Proprio quando ho cominciato a farlo, nel 1983, ancora dal dattiloscritto originale, gli è stato dato il Nobel. Poi è arrivato Pamuk...

D. Un turco? Come mai lo ha tradotto lei?

R. Sono stato di gran lunga il primo a parlarne in Italia, nel 1987 (20 anni prima che prendesse il Nobel) in un'intervista fatta al grande Yashar Kemal a casa sua a Istanbul, che me lo aveva segnalato come giovane molto promettente. Qualche anno più tardi sono poi andato a cercarlo nell'ormai famoso "Pamuk Apartman", il condominio istanbulino di famiglia dov'era cresciuto e dove aveva lo studio. Tornato a casa, oltre a pubblicare un pezzo su un settimanale, scrissi anche una prefazione al suo romanzo La casa del silenzio. E quando venne il momento di tradurre il suo romanzo più celebre, Kara kitab (Il libro nero), fu lui a chiedere alla Frassinelli di farlo fare a me dall'edizione americana. A quei tempi pensava che in Italia non fosse possibile tradurlo bene dal turco, quindi voleva essere ri-tradotto da altre traduzioni. Era un'operazione che non mi piaceva per niente, e cercai di sottrarmi, ma non ci fu verso. Ero molto amico della direttrice editoriale di Frassinelli, Carla Tanzi, avevamo lavorato a lungo insieme alla Longanesi. E conoscevo Pamuk, ma soprattutto sentivo di avere un grande debito di gratitudine per Istanbul e la Turchia, che ho frequentato per oltre 30 anni e che considero il mio secondo paese.

D. E le foto, suo noto hobby, come si inquadrano in tutto ciò?

R. Sono gli appunti visivi che prendo mentre viaggio. Molto meglio di quelli scritti, molto più vive, precise e dettagliate. Gran parte della mia narrativa di viaggio di basa su di esse.

D. Nella sua carriera ci sono anche stati momenti tristi. Quale più di tutti?

R. Quello in cui mi è stata annunciata la scomparsa del più grande editore con cui ho lavorato, Mario Spagnol. Un maestro insostituibile. In me ha lasciato un vuoto che non si colmerà mai. Ho lavorato con parecchi editori in diversa maniera straordinari, ma il 90 per cento di quello che ho imparato lo devo a Mario Spagnol.

D. Progetti per i prossimi 70 anni?

R. Reincarnarmi in un pianista.

D. Un pianista? Perché?

R. Per poter cambiare tastiera e vedere se mi guarisce il "gomito del tennista", contratto per devozione alla scrittura senza aver mai toccato una racchetta da tennis.