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© Mario Biondi
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“Karakoram
John Keay

Recensione: “Quando uomini e montagne si incontrano” (2005)

Nella foto di Mario Biondi la Karakoram Highway quasi al culmine, Pakistan, 2005
Sull’impervia Karakoram Highway (KKH), la stradaccia che connette il Pakistan con la Cina attraverso il Khunjerab Pass (4733 m.) correndo a lungo sul bordo di una voragine dentro cui tumultua l’Indo, un po’ di chilometri prima di Gilgit (per chi sale) il letto del grande fiume svolta a destra risalendo verso la valle di Skardu (e il Tibet) ed è raggiunto sulla sinistra (di chi sale) dallo Hunza, che si precipita giù gonfio del fango strappato alle rive. Come ricorda un poggio tirato a calce sul margine della strada, in quel punto si congiungono le tre più poderose catene montuose del mondo: Himalaya da sud est (il viaggiatore ha da poco visto svettare gli 8126 metri del Nanga Parbat), Karakoram da nord est (ce l’ha lì davanti, ma se non è un trekker più che temprato può soltanto sognare di avvistare gli 8612 del K2) e Hindu Kush a ovest.

Un paradiso per gli inerpicatori di oggi, che fanno la fila per arrivare lì in aereo al fine di cospargerlo di indistruttibili strati di spazzatura; un labirinto che rappresentò un vero e proprio inferno (tuttavia ambitissimo) per uno stuolo di avventurosi quanto bizzarri inerpicatori dell’Ottocento, di norma britannici o comunque al soldo dei britannici (qualche francese sopravvissuto alla rotta degli eserciti napoleonici, qualche ardimentoso tedesco votato a lasciarci le penne, qualche scrupoloso indiano altrettanto destinato a finire male nonostante il suo prezioso lavoro). Cartografi e geografi, certo, armati di teodolite, compasso e tavolette varie, ma anche soldati di diversa denominazione (persino di marina), vaghi “studiosi” e fumosi commercianti, oltre a una schiera di dandy di non chiara definizione e di sincerità approssimativa. Insomma, parliamoci chiaro, erano tutte spie, anche se gli studi sull’argomento dimostrano una notevole reticenza ad ammetterlo.

Il problema di triangolare e mappare l’immensa e sconosciuta triade di catene montane sembrava diventato di importanza fondamentale, imprescindibile, vitale. Esse infatti dividevano quella che era allora l’India britannica dall’Asia Centrale, dove stavano avanzando le ordinatissime schiere dei cosacchi dello Zar russo. E i britannici temevano che, fatti i conti con i medievali khan ed emiri di Khiva, Bukhara e Kokand e finito di dilagare in Asia Centrale, le schiere russe decidessero di scavalcare quelle montagne per scendere verso i balsami dell’India. Questione che oggi appare ridicola: mai, nell’Ottocento, un esercito avrebbe potuto attraversare quelle sfilze di micidiali passi ghiacciati sopra i 5000 metri.

Ma allora l’argomento tirava giornalisticamente moltissimo presso gli inglesi della madrepatria, e quelli della colonia fingevano di crederci con un impegno così strenuo da convincere infallibilmente il governo di Londra a ulteriori stanziamenti per mandare nuovi ingenui o furbastri a inerpicarsi per pietraie e ghiacciai verso quello che adesso è il Turkestan cinese. Perché a un certo punto la verità non si era più potuta nascondere e si era in tutta fretta cambiato tattica, mettendo finalmente in chiaro i veri scopi di quelle esplorazioni: il commercio e il profitto. D’accordo, era perlomeno difficile che gli eserciti russi piombassero su Simla, ma le merci provenienti dalla Russia rischiavano di invadere i mercati del Turkestan orientale, che da qualche tempo non era più cinese e si trovava in balia di dilanianti guerre civili. Guerre civili che per altro non impedivano alla gente di affollare i mitici mercati di Hotan, Yarkand, Kashgar eccetera per i loro acquisti. Non era forse meglio che acquistassero merci provenienti da sud, ovvero dall’impero britannico-indiano? Anche questa si rivelò in breve un’idea sballata - gli abitanti del desertico Turkestan orientale erano pochi e tutt’altro che ricchi -, ma i bizzarri personaggi di cui sopra continuarono a dedicarsi alla causa con immutato spirito suicida.

Era la guerra di spie che i britannici chiamarono “Grande Gioco” e i russi “Torneo delle Ombre”. Fece parecchi morti, ma se non altro aiutò a triangolare e mappare quelle tremende montagne, anche se l’impresa fu abbandonata prima di essere adeguatamente conclusa. A un certo punto britannici e russi decisero di averne abbastanza e si misero d’accordo, tagliando una fetta di Pamir lungo l’Oxus, chiamandola “Corridoio Whakan” e attribuendola all’Afghanistan, in modo che un giorno il signor Osama Bin Laden potesse andarsi a nascondere lì, ma soprattutto in modo che i due imperi, il russo a nord e il britannico a sud, non venissero mai a contatto.

I libri in inglese che raccontano il “Grande Gioco” da diverse angolazioni sono una miriade, non tutti di adamantina precisione storica e geografica; alcuni sono tradotti in italiano, e a essi si è andato ad aggiungere di recente Quando uomini e montagne si incontrano di John Keay, che non arriva cronologicamente a raccontare la sistemazione della faccenda da parte della Commissione geografica congiunta britannico-russa operante sul “Tetto del Mondo” (Pamir), ma per una migliore comprensione del lettore divide le esplorazioni in tre parti: Himalaya, Pamir e Indu Kush (comprese le disastrose invasioni britanniche dell’Afghanistan) e Karakoram orientale con l’appendice della catena cino-tibetana del Kun Lun, altro sbarramento non da poco. Utilissima sistemazione che fa subito apparire evidente un singolare vuoto nell’arco geografico delle esplorazioni: nessuno sembra aver mai pensato di dare un’occhiata ai varchi del Karakoram “occidentale”: il Khunjerab, attraverso cui hanno poi deciso di passare cinesi e pakistani, e il Mintaka, poco più a ovest, secondo i locali persino più breve e agevole dell’altro e di nuovo trascurato non si sa perché.

È vero, per costruire la sconquassata Karakoram Highway pakistani e cinesi ci hanno messo vent’anni (nel Novecento), ma l’impresa ha dimostrato che da quei passi un esercito determinato sarebbe potuto transitare, e oltre a tutto - a prescindere dall’agevolissimo e secolarmente sperimentato percorso per il Turkestan orientale che rappresentano - essi fanno da tramite con quel Pamir che già allora era parzialmente in mano ai russi. Ma a quanto pare, ai tempi del “Grande Gioco” non ci ha pensato nessuno. Strano. Al di là di questo forse ozioso interrogativo, Quando uomini e montagne si incontrano è una lettura piacevole e interessante per chi sia appassionato di quel complicato quadrante geopolitico. Rimane aperto il problema di come mai continuiamo a vederci raccontare “Grande Gioco” e dintorni soltanto dalla parte britannica, e nessuno si dà la pena di tradurre i testi della controparte russa sul “Torneo delle Ombre” (con connesse esplorazioni), che non possono non essere altrettanto interessanti.

John Keay, “Quando uomini e montagne si incontrano”, Neri Pozza