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“Doughty”
Charles Doughty

Recensione: “Arabia deserta” (2003)
Nell’ultimo quarto del XIX secolo l’Inghilterra non era particolarmente popolare nel mondo musulmano. Aveva finito da poco di ridurre a strame i regni Mogol dell’India e da lì mirava a espandersi oltre, contendendo ai russi il controllo della musulmana Asia Centrale (nel cosiddetto “Grande Gioco” o, secondo i russi, “Torneo delle Ombre”). Prospettiva che, se non piaceva per niente ai russi, non era gradita nemmeno ai diversi signori locali dell’allora Turkestan nelle loro oasi di Khiva, Bukhara, Kokand eccetera. Località sperdute tra deserti rossi e neri e montagne impervie (Pamir), ma tappe insostituibili sulla Via della Seta e di conseguenza ricchissime, oltre che esposte alle razzie dei cavalieri turcomanni nomadi. Tant’è vero che l’Emiro di Bukhara, ricevuti in due successive missioni il colonnello Charles Stoddart e il capitano Arthur Conolly con profferte di amicizia e alleanza del governo di Londra, li buttò prima in un pozzo infestato da parassiti davanti alla sua Cittadella e poi, nel 1842, tanto per chiarire come la pensava circa l’assistenza del loro paese, li fece decapitare.

Anche sul versante ottomano le cose non andavano particolarmente bene. Nel 1876 era assurto al trono della Sublime Porta — e quindi alla carismatica carica di Califfo dell’Islam — l’ultimo grande Sultano, Abdulhamit III. Era considerato un amico degli inglesi, ma era prima di tutto un imperatore turco. Ci mise poco a decidere che, nella sua battaglia per conservare il posto importante sulla Via delle Indie che spettava storicamente all’Impero ottomano, gli sarebbe stata molto più utile l’alleanza con il giovane e rampantissimo Kaiser prussiano che quella con il concorrente inglese, il quale chiamava signorilmente “Tacchino” (Turkey) il suo immenso impero.

Tutto questo lo sapeva l’entusiasta Charles Doughty quando, verso la fine degli Anni 1870, partì da Damasco verso una terra che era riottosamente ottomana e visceralmente musulmana? Non poteva ignorarlo, i britannici ci scrivono tuttora sopra vibranti saggi e romanzi grondanti autocelebrazione. Ma nulla avrebbe potuto fermarlo. Diversamente da Stoddart e Conolly e dai loro simili, non era mosso da aspirazioni di spionaggio, traffico e conquista, ma da puro fuoco di conoscenza. Voleva conoscere a tutti i costi l’Arabia, e in particolare la parte più ardua di essa, quell’Arabia che i romani avevano chiamato Deserta affacciandovisi dal Nord, dall’Arabia Petrosa (Petra, appunto). Quella Felix era più a Sud ancora, l’attuale Yemen. Girovagando per l’Arabia Petrosa, Doughty era venuto a sapere che appena più a Sud, perso tra le sabbie, c’era uno straordinario complesso archeologico di città morte.

Come visitarlo? Anzi: come scoprirlo? Andare da quelle parti richiedeva un'organizzazione e mezzi di cui non disponeva. Gli rimaneva una possibilità: a pochissima distanza da Medain Salih (il sito archeologico) transitava ogni anno in discesa (per così dire) e poi di nuovo in risalita lo Haji, il viaggio annuale alla Mecca, uno dei Cinque Pilastri della fede islamica, che ogni buon credente è tenuto a compiere almeno una volta, oltre che a credere al Dio unico, a pregare il dovuto numero di volte ogni giorno, a rispettare il mese di digiuno (Ramadan), a fare l'elemosina. Ma come aggregarvisi da "ferengi", da "franco", ovvero europeo, ma soprattutto da "nazrani", da "nazareno", ovvero cristiano? Era una bestemmia, sia da parte sua sia, e ancora di più, da parte di chi gli avrebbe fatto da guida. Si rischiava la vita.

Le autorità di Damasco (musulmane e cristiane), dopo aver cercato di dissuaderlo, se ne lavarono le mani mandandolo a quel paese. E lui letteralmente ci andò. Trovato il prezzolato aiuto di un carovaniere persiano dello Haji e travestitosi da medico itinerante e improbabile pellegrino (non convinceva nessuno, al suo passaggio tutti come minimo sghignazzavano, chiamandolo a gran voce con il suo finto nome musulmano "Khalil Efendi"), riuscì a raggiungere il complesso archeologico di Medain Salih. E nell'intervallo di tempo tra quando lo Haji lo aveva lasciato lì a quando tornò indietro per accoglierlo di nuovo tra le sue fila e riportarlo a Damasco, riuscì a effettuare tutti i rilievi del caso servendosi di mezzi di fortuna (cartapesta, letteralmente). A quel punto, però, invece di tornare indietro decise di approfittare delle conoscenze fatte tra i beduini — Beni Zaid e Fukara — per andare avanti verso, se non la proibitissima Mecca, almeno la proibita Medina.

Distribuiva ai bedù del deserto le poche medicine che si era portato dietro come copertura, ma la persona davvero febbricitante — cerebralmente, emotivamente — era lui. Smascherato e ormai chiamato da tutti "Khalil el Inglìs", sprofondò in un autentico inferno tra immense vastità desertiche, oasi remote e cittadelle perdute in un loro bigotto Medioevo, in cui ben poco aiuto gli poteva venire dagli amici beduini, soffrendo ostilità, fame, intemperie, vessazioni e rischiando più volte schiavitù e morte. Un inferno durato due anni, ma in cui seppe sempre distinguere il grano dal loglio; e il suo amore (curioso e critico) per la cultura arabo-beduina ne uscì intatto. La sua onestà e la sua ansia di conoscenza erano tali, come ricorda Lawrence d'Arabia nella prefazione al libro, che una quarantina di anni più tardi i bedù si ricordavano ancora di lui con grande rispetto e simpatia.

Quando T. E. Lawrence arrivò nell'Arabia Deserta, la temperie politica era molto cambiata: lo Sceriffo della Mecca, un nobile arabo di stirpe Hashemita, discendente dal Profeta, governatore in nome del governo ottomano e già membro dell'asfittico parlamento di Istanbul concesso da Abdulhamit III con mille reticenze e subito abolito, aveva concepito un grandioso disegno di indipendenza per i suoi territori e quelli limitrofi. Per liberarsi dalla tutela ottomana aveva però bisogno degli inglesi. Il resto è storia della Grande Guerra su quel remoto scacchiere e, appunto, di Lawrence.

Ma è l'atmosfera che già comincia a respirare Doughty alla fine del suo biennale calvario, quando raggiunge la residenza estiva hashemita di et-Tayif e viene accolto sotto la protezione dello Sceriffo di allora, l'Emiro Hasseyn Pascià, che lo affida ai suoi militari ottomani, lo accoglie nel suo "divan" per lunghe conversazioni e alla fine, nel 1878, lo fa scortare a Jeddah, ovvero al Mar Rosso. Prima di tornare a casa, comunque, lui riesce a concedersi ancora un giretto via Aden e Bombay…

Tornato a casa, naturalmente non gli credette nessuno. Lo guardavano con gelida albagia, lo trattavano da matto. I suoi rilievi in cartapesta dei fregi di Medain Salih furono rifiutati dal British Museum, e l'accoglienza della Geographical Society fu a dir poco gelida. Anche la pubblicazione del suo testo, avvenuta finalmente nel 1888, fu un calvario. Chi non sa è ferocissimo nei confronti di chi sa. Avventandosi sulla sua prosa, poeticamente antiquata ma invero anche parecchio astrusa, redattori ed esperti che non avevano mai messo il naso oltre la tazza del loro (mediocre) tè tagliuzzarono e violentarono a loro piacimento ciò che Doughty aveva scritto con infuocata passione per averlo conosciuto, vissuto e sofferto di persona.

Lo sottende con molta cautela T. E. Lawrence nella sua prefazione ad Arabia deserta. A nulla valse il fatto che, per suggerimento dello stesso Lawrence, l'opera fosse stata adottata dall'Intelligence britannica al Cairo come vademecum per le operazioni in Arabia. Il testo, già malmenato nella prima edizione in due volumi, fu ridotto a un volume unico con la furia libricida delle forbici. Furia che non si concluse lì…

Ma la potenza di Arabia deserta è troppa per poter soffrire davvero di qualche sventagliata di errori apocrifi. Nonostante tutto rimane un testo straordinario, un'avventura umana stupefacente e insieme una testimonianza senza pari di come la passione per la conoscenza possa far affrontare con infinito coraggio e inscalfibile spirito di sopportazione le prove più dure. Lo scontro con il fanatismo bigotto, anzitutto, ma persino quello con certa presuntuosa superficialità "colta".

Charles Doughty, “Arabia deserta”, Guanda