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Gianni Versace
Gianni Versace

Intervista (1991)
Nella sontuosa, esclusiva, persino severa dimora milanese di Gianni Versace - che è tutto insieme: abitazione, laboratorio, cenacolo di amici, museo, eremo di studio e riflessione, rifugio - una sala è interamente dedicata ai mappamondi. Vecchi, vecchissimi, antichi; minuscoli, medi, grandi; terrestri, lunari. Appena al di là del terrazzo, il grande prato alberato - quasi incredibile nel pieno centro della metropoli - suggerisce una profonda esigenza di quiete, di distacco dal mondo. Qui, al contrario, tutto è "mondo". Come mai? Come può venire in mente, a una persona, di mettersi a collezionare mappamondi? "Mah", risponde il padrone di casa, intelligente, come sempre, acuto, sincero, irrequieto, cordiale, disponibile, "forse perché il mondo è una cosa talmente bella che mi piacerebbe possederla tutta, dal punto di vista visivo. Vedere, viaggiare. Se fossi nato nell’antichità, come mi ha detto una volta Maurice Béjart, avrei fatto parte "della banda di Ulisse". Sempre in giro. "Tu sei un amico di Marco Polo", mi ha detto un’altra volta.

Quindi nella tua vita il viaggio ha una grande importanza. "Grandissima. Ma il viaggio in luoghi insoliti. India. Vietnam. Deserti. E’ una componente essenziale della mia vacanza, che è sempre anche un po’ lavoro. Mi serve per ripulirmi il cervello, per fotografare abitudini diverse, per tornare con il pensiero a cose che mi piacciono. Sedersi nel caffè che fu il luogo preferito di Pierre Loti, ad ammirare il Corno d’Oro e Istanbul dall’alto; salire alla rocca di Pergamo e, più tardi, scoprire nel museo di Berlino l’altare che è stato portato via da lì. Il viaggio è emozione, gioia, follia: una volta, nel cuore del deserto del Sudan, mi sono spogliato completamente e mi sono messo a correre. Al tramonto, verso questo sole che letteralmente mi inghiottiva. Il viaggio è liberazione, è cultura; voglia di vedere altre facce, di dimenticare se stessi, di diventare una persona nuova, migliore. In Vietnam ho girato per quindici giorni con addosso il loro abito tradizionale da operaio, giacca e pantaloni di tela blu."

E queste esperienze di viaggio e arte si riflettono poi sul tuo lavoro? "Assolutamente, anche se può capitare che non me ne accorga nemmeno. Improvvisamente ecco nascere una gonna che mi ricorda l’India; e magari insieme mi ricorda Picasso. Io voglio gli incontri impossibili. Mi piace che in un vestito Fragonard parli con Picasso. Che Evita Peron balli con Yukio Mishima, come ho fatto in un balletto con Béjart. Ma per questo tipo di "incontri" il viaggio vero e proprio può non essere indispensabile. Io viaggio molto anche "nella mia stanza", con i miei libri. Oggetti con cui ho un rapporto quasi fisico. Se potessi baciarli, lo farei. Leggere Marlowe mi fa piangere. In Shakespeare c’è già tutto. In loro scopro quanto poco so, e quanto ho ancora da imparare. Ma non soltanto io."

Parlaci della trasposizione in abito di un’opera d’arte. Come procedi? "In questo ambito ho conosciuto diverse fasi. Dieci anni fa, per esempio, Picasso o Kandinsky mi interessavano soprattutto per il colore. Ne traevo l’idea per un tessuto, un ricamo. Oggi invece mi interessano per le forme. A quei tempi, lo riconosco, si trattava quasi di un plagio. Adesso invece il lavoro è più sottile, più bello. Magari realizzo un abito completamente nero, che con Picasso sembra non avere niente a che vedere, e che invece è Picasso. Lo è nella spigolosità, nella struttura delle forme. Ed è questo il vero lavoro del designer. Ci sono arrivato con un processo lungo, nel quale ho avuto molto aiuto da Bob Wilson, durante le nostre collaborazioni teatrali: mi ha insegnato l’essenzialità del segno. Quanto sopra, naturalmente, vale anche per i grandi illustratori. Erté, per esempio. O, soprattutto, Pierre Le Pautre, Jean Bérain. Tutto ciò che ha fatto quest’ultimo per il Re Sole. I disegni per il teatro. Le cornici. I giardini. Ecco: il barocco! Un ridondare di ricchezza. O l’architettura di Petitot. Tutti artisti che hanno lasciato dei segni perfettamente trasferibili nella moda. Nella fase attuale, dalla pittura sto procedendo più a fondo, verso la radice, verso il disegno, verso il puro tratto. Sto mirando al momento in cui l’opera d’arte figurativa nasce, al bloc notes, all’essenziale. E’ un approdo al quale sono giunto grazie soprattutto al lavoro fatto con Bob Wilson nel teatro musicale, come dicevo, e a Béjart, con cui ho realizzato quattordici spettacoli di balletto, in tutto il mondo. Per seguire lui ho dovuto studiare Nietzsche, leggere i testi teorici di Wagner e di sua moglie, Cosima Liszt. Un universo culturale che mi ha fatto capire quanto sia più importante il teatro della moda, e che certamente mi ha fatto diventare molto meno stupido. Ma i mei interessi per il teatro e lo spettacolo non si sono fermati al balletto e all’opera. Da lì sono passato alla realizzazione di video. Alla musica contemporanea. Ai rapporti personali con diverse pop star."

Quali? "Elton John ed Eric Clapton, per esempio, che sono due veri signori, nella musica come nella vita. Clapton sostiene che la mia musica è pura come il rock. E forse è vero, perché in effetti il mio sogno non era di fare il sarto, ma il musicista." Un momento. Il sarto? "Il sarto, certo. Io non sono un disegnatore di moda: sono un sarto. E’ il mio mestiere. I vestiti li so tagliare e cucire. Non è che lo sappiano fare proprio tutti." Chiarissimo. Ma parlaci ancora di Clapton & Co. "Certo. Eric è un uomo di grande classe, di assoluto chic. Un vero signore inglese. Con Elton John siamo molto amici. Per lui curerò il tour mondiale in programma per l’anno prossimo, anche sotto il profilo artistico. Lo aiuterò per la regia, per le luci. Farò una sorta di coordinamento generale."

Quindi queste pop star non le "vesti" soltanto. "Oh, no, in genere si tratta di un rapporto assai più complesso, di stima e di amicizia. Sting, per esempio, ogni tanto viene a passare una ventina di giorni nella mia casa sul lago di Como, con la moglie e i figli. E’ un uomo di grande intelligenza e cultura. Un ex insegnante. Con lui si passano bellissime serate a conversare, in riva la lago. Ma mi trovo benissimo anche con quelli più naïve, come Bruce Springsteen - altra persona eccezionale -, perché nella loro ingenuità c’è una straordinaria energia, un’intensa curiosità di apprendere, una grande purezza interiore. No, non si tratta semplicemente di "vestirli". Delle persone, a me interessa soprattutto capire come sono, chi sono. Poi naturalmente ci sono anche degli s..., insomma, certi "personaggi" come Prince, che ti chiede una maglietta e nemmeno ti ringrazia. Ma forse in quel periodo era un po’... diciamo distratto. Chissà. Oppure individui come Michael Jackson, che si fa appunto "vestire" e poi non compare mai più, se non altro per dire grazie. E allora io i vestiti glieli faccio strapagare. Ma in genere si tratta di gente di prim’ordine. George Michael, Phil Collins. Tutti amici adorabili, che verranno anche al "Convito" che ho organizzato sul problema dell’Aids. Paul McCartney, Rod Stewart, David Bowie. Tutti."

Ma sono stati loro a cercare te, o viceversa? "Loro. Però non credere che all’occasione non farei io il primo passo. Se una persona mi interessa, ho abbastanza umiltà per essere io ad andarla a cercare. In genere però sono stati loro. Anche Mina, che amo da quando avevo dieci anni, è arrivata qui per chiedermi di curare il look di sua figlia, Benedetta. Abbiamo trovato immediatamente un’intesa."

Torniamo al tuo lavoro. Per realizzare questi che tu definisci "’incontri impossibili", questi misti di quotidianità e di arte, come si procede? Da un’idea che si coglie per strada e che fa venire in mente, per esempio, un grande quadro? O, viceversa, da un’opera d’arte, che fa venire in mente qualcosa che potrebbe stare bene addosso a una persona qualsiasi? "Sono possibili entrambi i casi. Il problema è capire che cosa piace alla gente, e arrivarci un attimo prima. E’ un processo molto delicato. A livello inconscio, la gente sa già quello che vorrà tra un attimo. Tutto sta nel capirlo un istante prima di tutti gli altri e nell’offrirlo. Non è vero che lo stilista è un dittatore del gusto. A comandare è la donna che sa ciò che vuole."

Dunque, nel tuo lavoro, e di conseguenza nella tua vita, la donna ha un’importanza di rilievo. "Di grande rilievo. In particolare tre. Le tre "donne della mia vita". Mia madre, perché, al di là di qualche incomprensione, verso la fine, di qualche tratto di gelosia - forse - , è stata la mia maestra, mi ha aiutato a capire la moda. Poi mia sorella Donatella, perché mi dà un formidabile aiuto ad andare avanti, insieme a suo marito, Paul Beck. Infine la loro bambina, Allegra - allegra di nome e di fatto -, perché in lei, nel suo senso estetico già sviluppatissimo, intravedo fin da ora il futuro."

Ma tu preferisci vestire donne o uomini? "Non fa nessuna differenza. Preferisco però che siano dei maledetti egoisti. Egocentrici, originali. Più personalità hanno, più mi fanno contento. Una mia cliente privata, per esempio, di cui non dirò nulla se non che è una donna tra le più ricche di Milano, è capricciosissima, impossibile. Eppure io adoro vestirla, sconfiggerla con il mio gusto. E’ una delle poche che capiscono veramente la moda." Personalità al limite del narcisismo, dunque. E tu, sei narcisista? "Sì, credo di sì, per forza. Guai a chi non lo è. Credo sia molto importante volersi bene. E io mi amo moltissimo."

Il tuo mestiere non sarebbe più facile se il sesso da vestire fosse uno solo? "Assolutamente no. La varietà è indispensabile. Della donna mi piace la forma "a chitarra". L’uomo, invece, mi piace perché è una struttura triangolare. E poi mi piace anche l’interscambio, quando non decade a puro travestimento. Una donna può benissimo portare l’abito del marito. Ma sotto deve avere il suo fisico, la femminilità prorompente che deve essere sua. Io lavoro sul corpo, lo esamino, lo tocco, sia di un uomo o di una donna, come toccherei un oggetto d’arte."

Una passione, quest’ultima, da cui deriva immediatamente il gusto per il collezionismo, no? "Be’, vedi, quando si guadagna molto, è facile che venga la tentazione di comperare, che so, un aereo, una grande barca. Io i soldi per cose del genere non li ho, ma in ogni caso penso sia meglio circondarsi di oggetti belli. Sculture romane, vasi etruschi, mappamondi. Opere di orientalisti, lucerne d’argento. Mi diverto di più. E ora sto chiudendo il ciclo. Sto arrivando all’arte moderna. Sto facendo una collezione di opere di arte contemporanea realizzate su commissione per la Fondazione Versace. Opere di Pistoletto, Palladino, Cucchi, Warhol, Boetti, Santomaso, Schifano, Clemente, Arnaldo Pomodoro. Ciascuno di essi ha fatto un’opera idealmente o materialmente collegata con il mio lavoro. Di Pomodoro, per esempio, ho comperato alcune sculture realizzate per un lavoro che abbiamo fatto insieme in teatro. Palladino ha dipinto due mie ideali camere, quella da giorno e quella da notte, con dentro tutti i simboli che sa che amo. E così via. Io sono convinto che stia per presentarsi un nuovo rinascimento italiano. E perché ciò avvenga deve rinascere il mecenatismo. Chi ha, deve mettersi a disposizione dell’arte. Dal canto mio, faccio quello che posso."

Il ’92 ci offrirà in qualche modo un Versace nuovo? "Per forza. Chi si ferma è perduto. Tutto ciò che è tabù, nel mio lavoro, va sgominato. Io intendo possedere la moda, scuoiarla viva, tirarle fuori l’anima..." Va bene, tu continua pure a scuoiare, ma l’anno venturo, nello specifico, ci sarà un elemento preciso di novità? "Sì: ci sarà questa vena romantica alla quale sto passando da una moda dura, sexy, quasi rock. La vita in questo momento è già abbastanza aggressiva, e di conseguenza io sto addolcendo tutto. Come ti dicevo: Picasso si sta incontrando con Fragonard. Ho scoperto che si intendono perfettamente. Parlano la stessa lingua."

Addio, Gianni…

(Amica, dicembre 1991)
Gianni Versace con Mario Biondi”></center></div></div></div></div>

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