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Liza Minnelli
Liza Minnelli

Veramente bruttina. Ricordate quando, all’inizio di New York, New York, mentre è infagottata in una goffa divisa da reduce del corpo delle ausiliarie, Robert De Niro la tallona senza tregua? Viene da domandarsi che cosa gli sia saltato in mente, se sia dato fuori di testa. E, in Arturo, quando ruba la cravatta da Bergdorf Goodman, con in testa quell’improponibile cappellaccio rosso e sulle spalle quella giacchetta color canarino? Persino impressionante. Ma poi, in un lampo, sa trasformarsi, diventare sublime. Per esempio durante la sfortunata prima audizione di De Niro nei panni del sassofonista bop: basta che gli si metta di fianco e attacchi le prime note della sua canzone perché l’impresario rimanga a bocca aperta. E con lui tutto il pubblico. Incantato. Conquistato. E, sempre in New York, New York, quando canta il motivo conduttore del film, che rimarrà la sua canzone più famosa, la sigla che accompagna ogni suo spettacolo. E naturalmente quando, nel pagliaccetto nero con bombetta di Sally Bowles, appoggia il piede destro sulla seggiola, celeberrima mossa volutamente sguaiata di Cabaret, destinata a regalare al mondo della visualità quella che resterà l’immagine simbolo dello showbiz degli anni ’70. Uno dei più grandi animali da palcoscenico del nostro tempo: Liza Minnelli. Dentro il cinema il pubblico se ne sta comodamente seduto, ma con l’immaginazione è in piedi a spellarsi le mani, come se l’avesse davanti a sé in carne e ossa, in uno dei suoi tanti fortunatissimi spettacoli teatrali. Lei lo sa perfettamente. E infatti al film preferisce mille volte lo spettacolo live, allo schermo il palcoscenico. Perché da lì può vedere il suo pubblico, entrare in sintonia con lui, tastargli il polso, prenderlo per mano se non addirittura per il collo e portarlo al calor bianco con poche note, al visibilio con una canzone.

Il 12 marzo 1946 le imperscrutabili congiunzioni astrali, entrate nell’arcipelago zodiacale dei Pesci, hanno voluto che sulla terra cadesse un’inquieta stella destinata ad ardere di fulgida luce: Liza. Con la z, non con la s, come avrebbe ben presto spiegato una popolare canzone di Ira Gershwin. Figlia di quella che è forse stata la più famosa innamorata-bambina di tutti i tempi, Judy Garland, e del regista siculo-americano Vincente Minnelli. La carriera di star, con una famiglia così, più che assicurata sembrava annunciata. Famiglia complicata, però, difficile da indossare, tale da segnare il carattere. Due successi personali che correvano paralleli senza riuscire a fondersi e anzi portando addirittura al divorzio. Papà Minnelli se ne va. A Judy Garland la vita privata e quella professionale riservano una faticosa altalena di successi e giorni di intensa depressione, di disperazione. E’ la stessa Liza a ricordare certi drammatici momenti in cui, dovendo rinnovare il portfolio fotografico per gli agenti, la povera Judy era costretta a mandare in giro la figlia per le case degli amici più fortunati a mendicare il prestito di qualche oggetto chic da arredamento con cui poter allestire in casa un angolino degno della sua fama, dentro il quale farsi fotografare in un’adeguata aura di lusso. E, ancora, le volte in cui, terrorizzata, la figlia è stata costretta ad aiutare la madre a scappare da certi fantasmagorici alberghi di categoria ultrasuper dove la falsa coscienza del mondo dello spettacolo la costringeva a prendere alloggio a tariffe che non poteva più in alcun modo permettersi. Una vita dura, fatta di alti e di bassi, ma complessivamente in discesa, fino alla tristissima morte avvenuta a soli 47 anni, per sbaglio o per scelta, ufficialmente provocata da un errore di dosaggio di psicofarmaci.

Una tutela pesante. Eppure lei, Liza, ha più volte sostenuto di essersene liberata, di averla addirittura saputa volgere a proprio vantaggio. Dalla madre morta in quel modo, incredibilmente, ha dichiarato di avere imparato l’arte di sorridere. Dal padre, invece, grande regista del technicolor, ha affermato di avere appreso l’arte di sognare a colori. Sia come sia, due maestri dai quali, insieme alla fatica del mondo dello show, ha certamente appreso i fondamenti dello stare in scena, la struttura intima di un film, di un musical, di un modo qualsiasi di fare spettacolo. In casa, inoltre, e nei teatri di posa dove veniva portata ancora infante, giravano mostri sacri come Fred Astaire e Gene Kelly, come Cyd Charisse e Spencer Tracy. E’ da quest’ultimo che dichiara di avere preso le prime lezioni di recitazione. Ed è guardando dalle quinte il grande Fred che ha imparato a ballare. Con simili maestri e con tanto temperamento, che cosa possono contare i critici secondo cui le sue gambe sarebbero brutte, le caviglie grosse, le ginocchia chissà che cosa? Oltre al naso a patata, alle spaventevoli ciglia finte da clown, alla frangetta destinata a nascondere il naso, ai discutibili vestiti disegnati da uno stilista il cui nome - ha scritto una volta una Natalia Aspesi particolarmente in vena - andrebbe ricordato per essere "esecrato". Non importa assolutamente nulla. Quando le luci della ribalta si accendono e il faretto la va a cercare, e lei attacca a cantare e ballare, Liza Minnelli diventa più che bella, il pubblico è tutto con lei.

È dai primissimi anni della vita che porta sotto pelle la quintessenza del camerino, fatta di fatica, di tremore, di dolore. Ma anche di colore, di emozione, di entusiasmo. La prima volta che si esibisce, al Palace Theatre di New York, non ha più di sette anni. Sgambetta in scena e leva la sua vocetta bambina mentre la madre canta un vecchissimo classico: Swanee. Il debutto ufficiale avviene a diciassette anni, in un musical di Broadway. A ventuno arriva la prima grande soddisfazione, l’assegnazione del Tony Award per la magnifica interpretazione della protagonista di un altro musical: Flora the menace. È l’equivalente per il teatro di ciò che per il cinema è l’hollywoodiano Oscar. Ma anche quest’ultimo non tarda. Viene nel ’72, per la sua esibizione nell’epitome dello "spettacolo anni ’70": il film Cabaret. Al momento della consegna, in tono di sincera e coraggiosa polemica, dedica la celebre statuetta alla madre, quella madre che dalla spietata Hollywood ha avuto assai meno di quanto a essa abbia dato. Cresciuta nel suo clima, Liza Minnelli non ama Hollywood. Perciò alla crudele asetticità da laboratorio dello spettacolo su schermo preferisce di gran lunga lo spirito sanguigno, la corrida serata dopo serata dello show in teatro, davanti al pubblico della Broadway.

Ma chi è veramente Liza Minnelli? Una donna facilissima da avere, una mangiauomini, è stato scritto. Eppure il suo carnet matrimoniale, se valutato con il metro dello showbiz americano, è decisamente ridotto: tre matrimoni. Che dire allora, di Lana Turner? E anche della sua vecchia amica di famiglia, oltre che omonima, Liz Taylor? Assai più sostenuto sembra quello degli amori sciolti, ma quale sarà la parte da assegnare alla verità e quale quella da lasciare alle esigenze promozionali? Desi Arnaz, il giovanissimo figlio di Lucille Ball, otto anni meno di lei. "Era minorenne", dice Liza, "e quella strega di sua madre mi ha denunciato. Ma soprattutto era un amico, una persona a cui sapevo di poter sempre ricorrere." Lo showman di colore Peter Vereen, il Giuda nero di Jesus Christ Superstar. "Essere razzisti è da imbecilli", ha commentato lei. "E poi i neri sono più dotati." Messa così, si capisce bene come la storia con Peter Sellers non sia potuta durare più di tanto: ogni volta che facevano l’amore, lui rischiava l’infarto. Altre voci, poi, difficili da prendere per oro colato, l’hanno di volta in volta voluta nel letto (oltre che in compagnia) di Michael York, di Burt Reynolds, di Gene Hackman. Gli ultimi due li avrebbe addirittura avuti in contemporanea, mente giravano In tre sul Lucky Lady. (E Reynolds una seconda volta da solo, a Roma, mentre giravano Poliziotto in affitto.) Le si attribuisce persino una rovente storia con John Grey, uomo politico australiano, che passa un suo brutto quarto d’ora ("sciocchezze", commenta lei): se la sarebbero spassata in auto e addirittura nel Parlamento, durante le ore di chiusura, presumibilmente tra le scope e gli strofinacci degli addetti alle pulizie. Mah. Una ressa di uomini tale da far sospettare la realtà di fondo di una solitudine amara.

Infatti nell’84 arriva la crisi. Una brutta crisi. Un crollo psichico e fisico, artistico e personale. Ad aiutarla è la famiglia. La sorellastra Lorna la convince a farsi ricoverare presso il Betty Ford Center di Palm Springs, una casa di cura per tossicodipendenti creata dalla moglie dell’ex presidente Gerald Ford. Vi sono passate celebrità dello spettacolo come l’omonima Liz Taylor, come Robert Mitchum, come Peter Lawford. Liza vi entra il 12 luglio. Quando ne esce, oltre che guarita appare completamente rigenerata. La vita ricomincia, cantata e spiegata con le parole di I can see it clearly. "Una canzone autobiografica", spiega lei. Già: significa "adesso ci vedo chiaro". Poco dopo, con un masochistico tocco di autobiografismo, lasciati i panni della diva o comunque della donna svagatamente fatale, per il film A time to live indossa quelli sofferenti di una madre disperata per la grave malattia del figlio, lei, che sopra a ogni altra cosa al mondo avrebbe desiderato avere un bambino, avendone persi tre in altrettanti aborti spontanei (lei, cattolica credente).

Poco dopo essere uscita dal Betty Ford Center era già a Roma, per girare appunto Poliziotto in affitto. Era la seconda volta che veniva nella nostra capitale. La prima volta c’era stata con il padre, per girare Nina (con Ingrid Bergman). Poi in Italia ci è venuta diverse altre volte. Con spettacoli suoi, per andare a San Remo, per prendere parte al famosissimo Ultimate Event, al fianco del mostro sacro Sinatra (suo grande amico in quanto mezzo siciliano come lei: il sangue non mente) e di Sammy Davis jr. Il paese degli antenati sembra farle bene. Infatti fra qualche giorno sarà di nuovo qui, per portare in tournée Stepping Out, il nuovissimo show che a Radio City, a New York, ha fatto registrare tre settimane di esaurito. Un musical tradizionalissimo , tutto cantato e ballato, imperniato sulla figura di un ex ballerina che insegna il tip tap alle donne di una cittadina della provincia Usa per aiutarle a vincere la frustrazione. Nelle foto più recenti appare ancora una volta rinnovata. L’italianissima e consolatoria passione per gli spaghetti ha ceduto alla professionalità: ha perso sette chili (a farglieli perdere, dichiara, è stato l’esercizio del tip tap). Sopra un naso che appare assottigliato e sotto una frangetta questa volta molto ben curata, i carboni ardenti degli occhi bruciano di una determinazione mai doma e anzi perennemente rinnovata. I 40 sono passati da un bel po’, ma la rabbia in corpo è ancora quella della adolescente bruttina e solitaria di tanti anni fa, decisa a vincere a tutti i costi, per sé e per la madre sconfitta. C’è da giurare che ce la farà ancora. Anzi: ce l’ha già fatta. Così almeno sembrano raccontare le cronache entusiastiche del suo nuovo show.

(Amica, data purtroppo ignota, 1985-1990)