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© Mario Biondi
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Mariuccia Mandelli - Krizia
Krizia

Intervista (1991)
“Non appena mi sistemo nel lettino dell’analista, lo sguardo cade sulla sua libreria. Libri storti, di traverso, sottosopra. Alcuni persino con il dorso girato di dietro. Un disordine incredibile. Sono stata presa da un attacco di ansia. Mi perdoni, professore, gli ho detto, ma io non posso andare avanti così. Mi lasci mettere a posto. Al che lui mi ha spiegato che la vita è disordine. In realtà non mi ha convinto affatto." Quindi l’analisi l’hai interrotta. "No, no, sono andata avanti sette anni. Ogni tanto però tornavo alla carica, chiedendo di fare ordine. A furia di comportarmi così rischio di non essere più invitata da nessuno: mi metterei sempre lì a sistemare quadri, a spostare divani." A esprimersi in questi termini è una bella donna lombarda, solida, occhio sfavillante, modi franchi, che in trentacinque anni ha messo insieme un piccolo impero nel mondo dello stile. Più di venti licenze, centinaia di dipendenti, clienti ai quattro angoli del mondo. Mariuccia Mandelli. In arte Krizia. Una donna cui un subconscio implacabile vieta quasi di ammettere che possa esistere un ordine altrui. Una donna, si dice, di ferro. Ma che ora, qui, davanti all’intervistatore, con l’ampio maglione nero da cui non cessa di togliere metodicamente fino all’ultimo, inesistente peluzzo, appare tutt’altro che tale. Tenace, certo, ma anche generosamente ansiosa di offrire il meglio di sé. Leggendo di lei, gli aggettivi che si incontrano più di frequente sono: intransigente, pignola, perfezionista. "Intransigente, senz’altro. Pignola, soltanto se è sinonimo di perfezionista. Per me è una malattia inguaribile. Ho il centimetro negli occhi. Se un bordo lo voglio di cinque centimetri e i tagliatori me lo fanno di tre, provo come una scossa elettrica. In realtà si tratta probabilmente di insicurezza."

Frutto di tanta insicurezza è l’impero griffato Krizia. L’unico Crizia che conosco io, però, era un’uomo. Raccontava a Socrate la perfezione di Atlantide. "Quello dei dialoghi di Platone. E’ lui. Il simbolo dell’uomo di mondo della Grecia classica. Un uomo, ai miei occhi, capace di rovinarsi in nome del bello. Ecco: scegliendo il suo nome come marchio esprimevo l’augurio di trovare tanti uomini come lui. Era il ’57. Avrei potuto inventare un marchio francese, che so io, La femme chic, o inglese, secondo la moda di allora. Invece a me è venuto in mente il greco Kritias. Pensa che follia: in tempi in cui tutti i marchi si cercava di farli cominciare con la A, per essere in testa negli elenchi - persino i nomi dei cinema -, io vado a sceglierne uno che inizia con la K. Introvabile. Eppure ha funzionato." Capisco che comincia addirittura con la M, ma il nome Mariuccia Mandelli non andava bene? Che cos’è? Uno sdoppiamento di personalità? Un’altra nevrosi? "Assolutamente no. A quei tempi non usavano i marchi fatti con i nomi di persona. Sono venuti dopo. E allora un po’ mi è spiaciuto di non avere usato anch’io il mio nome. D’altra parte mi sono consolata considerando che a quel punto il marchio Krizia aveva una funzione precisa. Attraverso esso staccavo la mia creatura da me stessa, la lasciavo proiettare verso il futuro."

Chi è allora veramente Mariuccia Mandelli, svelata dal chitone di Kritias? "È qui che i conti tornano. Mariuccia Mandelli e Krizia sono esattamente la stessa cosa: ciò che si vede nelle sue proposte, nel suo modo di essere e fare. La folle, la crazy Krizia, appunto, come mi chiamano gli americani, che per giustificare i soldi spesi per questa sede crea lo Spazio Krizia con l’idea di metterlo a disposizione della cultura. Senza volermi dare arie da mecenate. Qualcosa che potesse servire al di là delle sfilate di moda. Che potesse avere una funzione sociale. Con tutta modestia, rimanendo nell’ombra, lasciando che fosse un gruppo di amici-consulenti a fare le scelte." Questo è assolutamente vero. Ricordo le tante presentazioni di libri cui ho assistito o partecipato, qui, in via Manin, a Milano. La signora Mandelli sempre sullo sfondo, impeccabile padrona di casa. Ma torniamo al ’57. Davvero, come marchio, i nomi non usavano? "Sì, in realtà usavano, ma nel mondo dei sarti, della grande moda. Il mondo a cui aspiravo io, certo, ma per il momento avevo in mente soltanto di creare una piccolissima attività commerciale. Non sono una sarta." Che cosa sei? "Una che fa i vestiti. Una stilista. Per quanto contestato, penso che rimanga ancora il termine più giusto. Non tagliamo e non cuciamo. Però vestiamo la gente. La mia professione è quella: vestire una persona in un modo coerente, che rifletta una mia idea di bellezza, di stile, di eleganza, ma che al tempo stesso sappia fondersi con la specifica realtà di quella persona." E che cos’eri nel 57? "Non lo so neanch’io. Pensavo i modelli, li disegnavo, andavo a venderli per tutta Italia, con certi enormi valigioni. Ero giovanissima. Ingenua. Con due occhi sbarrati. Ma profondamente entusiasta. E credo che se riuscivo a vendere era proprio per la solidarietà che il mio entusiasmo sapeva suscitare. Oltre a tutto presentavo delle cose completamente fuori dagli schemi. Rivoluzionarie." E’ stato difficile? "Be’, sì. Non sai quante volte è capitato che i potenziali clienti si mettessero a spiegarmi quello che secondo loro avrei dovuto fare. Certe maniche! Certi paltoncioni! Esattamente il contrario delle mie idee."

Se tu fossi stata un uomo, sarebbe stato più facile? "No. Non credo proprio. Sopravvivere e vincere è difficile per tutti, adesso come allora. In realtà è un problema che non mi sono mai posta. Oltre a tutto, i "colleghi" uomini mi hanno molto aiutato. Ricordo una sera, in un albergo di Bari, quando mi sono trovata a tavola con il proprietario di una grossa casa di confezioni e il rappresentante di un’altra. Erano esterrefatti di ciò che dicevo, del modo, diciamo `sperimentale’, con cui andavo in giro a scoprire giorno per giorno quelli che avrebbero dovuto diventare i miei clienti. Procedevo a tentoni. Non avevo nemmeno un indirizzario. Tanto che a un certo punto il primo dei due si è alzato ed è tornato portandomi il suo. Questa notte, mi ha detto, invece di dormire lo copi da cima a fondo." Così erano i miei rapporti con gli uomini. Da "collega" a "collega". No, non ho mai vissuto nei panni della povera donna piena di timori nei confronti dei maschi."

Come si realizza una tua creazione? Che cosa c’è dietro? "Tutto il mio mondo, c’è dietro, ovviamente. Un libro che mi ha particolarmente colpito. Un quadro che ho appena visto. Un particolare. Una forma. Inoltre la moda riflette tutto ciò che succede nella società. Pensa soltanto a che cosa ha significato il ’68, nel bene come nel male. Il casual, ma anche tanto finto abbigliamento "povero" da intellettuale. Una moda nella moda. Comunque, io soprattutto parto dai tessuti. Filati, consistenze, palpabilità, colori. Mi piace moltissimo l’uso di materiali che non hanno niente a che fare con la moda. I tessuti dei trasvolatori spaziali, per esempio. Il pizzo messo assieme alla lana. Lo chiffon con la gomma. Poi, nell’applicazione, nella ricerca del nuovo, mi affido soprattutto alla sensibilità. All’istinto. Intuire che cosa può volere `la strada’, che in questi ultimi anni è stata importantissima, anche se ora mi sembra che lo sia sempre meno, che vi sia una tendenza al lassismo che mi sconcerta. Temo che sia in discussione la dignità stessa della persona umana. Al punto che a volte, guardandomi attorno, mi viene da chiedermi per chi mai faccio i vestiti. Di natura però sono ottimista. Quindi continuo a pensare che la gente capirà."

Ma tu lavori sempre? "Sempre. Sono convinta che il lavoro sia un gioco per adulti. Se non lo pratico, ci penso. Faccio ipotesi, progetti." Ma tanto impegno lascia tempo per la vita privata? Per piaceri comuni, che so io, come la tavola? "Certo vorrei avere più spazio per altre cose _ per esempio mi piacerebbe poter litigare di più, e anche dialogare _, ma poi, se faccio i conti, scopro che riesco a fare tutto. Quanto alla tavola, mi piace mangiare, ma non cucinare. C’è tanta gente che sa farlo meglio di me. Se a preparare sono io, il mio perfezionismo diventa maniacale. Una volta, in Sardegna, ho voluto a tutti i costi essere io a cucinare per un gruppo di amici. Cotolette alla milanese. Ci ho messo otto ore, finché mio marito mi ha buttato fuori dalla cucina. A furia di pulirle e tagliarle, più che roba da mangiare sembravano oggetti di design." Come tutto ciò che si favoleggia ci sia nell’albergo che hai creato a Barbuda. "Un vero sogno. Ma, anche, una pura follia. E, insieme, la massima punizione che mi sono autoinflitta per il mio perfezionismo. Credevo che non sarei mai riuscita a finirlo. Ma ti devo confessare una cosa. Quando l’ho visto per la prima volta pieno, mi sarei messa a piangere. Come dire? Il mio paradiso terrestre non era più mio. L’ho dato in gestione a una società americana. Vedessi il marketing che stanno facendo, per attirare gente. Mentre io devo dire che avevo delle idee piuttosto particolari. Sotto sotto, secondo me, chi prenotava una camera avrebbe dovuto mandare anche una fotografia, per farsi vedere prima." "Crazy" Mariuccia: potrà mai liberarsi della nostalgia di Kritias per la perfezione di Atlantide?

(Amica, autunno 1991)