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© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Enzo Jannacci
Enzo Jannacci

Intervista (1990)
Un solido palazzo della Milano non immediatamente centrale. Zona Città Studi. Bell’ingresso, ascensore vecchiotto e chic (legno, vetro e panchetto). Ultimo piano. Un appartamento luminoso. Terrazzo, piante, mobili di buon stile e qualità. Un padrone di casa ospitale, una moglie discreta, un figlio adolescente. Interni di vita medio borghese meneghina. Soltanto un pianoforte a mezza coda, su un lato del salone e, a un esame più attento, due gigantesche casse armoniche, seminascoste, oltre a una raffinata apparecchiatura hi-fi inglese (nessuna concessione al gadget, unico interesse una perfetta riproduzione del suono) fanno intuire che in questa signorile abitazione trova ricovero qualche cosa di più di un comune "borghese". O comunque di diverso.

È, infatti, la dimora di un musicista con un bagaglio di oltre 20 album, un’infinità di 45 giri, popolarissimi successi come Vengo anch’io, no tu no, Giovanni telegrafista, Ci vuole orecchio. Pezzi storici come L`Armando e Veronica. Intelligenti, provocatori, applauditi spettacoli teatrali. Cabaret. Cinema. Televisione. Il dottor Enzo Jannacci, medico chirurgo, e — a tempo parziale — cantante.

Cantante? Cantautore? Lei, Jannacci, come definirebbe la sua professione musicale?

«Mah. Diciamo cantastorie. Meglio: cantastorie fantasista.»

Quindi, anni fa, lei sarebbe andato in giro con la sua pianola su ruote a cantare storie.

«Be’, è quello che ho fatto tante volte in teatro, no?»

Già. E allora cominciamo subito da una delle primissime canzoni di questo "cantastorie fantasista", Ohé sunt chi..., ovvero, per i non milanesi, "Ohé, sono qui". "Venuto giù con la piena, qui a Milano, io, il terrone, quando avevo tre anni, forse due anni appena, tenuto su dal papà come un fagotto", dice il testo, frettolosamente tradotto. Le cose sono andate veramente così? Voglio dire: lei si riconosce in quel terrone? C’è qualcosa di autobiografico in questa canzone?

«Niente. Le parole non sono mie, ma di Dario Fo. E’ una canzone scritta per il mio primo spettacolo teatrale, che si intitolava "22 canzoni", ben oltre venti anni fa.»

E non può mancare, subito, la battuta provocatoria: «A quei tempi credevamo di poter fare gli intellettuali. Invece questo paese vuole soltanto le canzonette, non c’è niente da fare. Comunque: io sono nato e cresciuto a Milano. Il terrone era mio nonno, arrivato dalla Puglia, da Bari, tanto tempo fa.»

Un milanese con denominazione d’origine, dunque, dalle cui canzoni traspare un profondo amore per la sua città.

«No. Non esattamente. Milano e i milanesi in genere io non li amo particolarmente.» E via con le provocazioni: «Come del resto non amo i baresi, che sono troppo snob. No: di Milano io amo i milanesi che soffrono. A loro sono dedicate le mie canzoni di ambiente milanese. La nostra è una città troppo dura. Anche per chi ci sta bene, che è troppo duro a sua volta. Troppo motivato. Mi prende nel momento giusto. Voglio proprio andare a dirne quattro al mio carrozziere, che sta dalle parti di via Mecenate, la zona dove la gente non ha permesso che venisse istallata la tendopoli per gli immigrati di colore. Abitiamo in mezzo a gente tetragona. Tetragona e triste. No: in questa città fa troppo freddo. È troppo difficile sopravvivere.»

Può darsi. Nella Milano di adesso. Ma nelle sue canzoni di ambiente milanese c’era una Milano diversa, una Milano del sottobosco di venti, trent’anni fa.

«No, guardi, non c’era nessuna città. Caso mai c’era il profumo di una città. Di una città che incidentalmente si chiamava Milano. Infatti avrà notato che non parlo mai né di Brera, né dei Navigli, né di altre cose del genere.»

Certo, del finto folklore, della Milano fasulla, oleografica e modaiola che è stata inventata in questi ultimi anni. Ma una certa Milano vera, popolare, clochard, di venti trent’anni fa, nelle sue canzoni c’è, eccome.

«Macché. I miei personaggi di quegli anni erano, come dire, predatati. Personaggi della Guerra del ’15-’18. Non so come mai, ma venivano così. Tranne forse quello della canzone Ti te se’ no — (per i non milanesi: Tu non sai) —, che era figlio precisamente di quegli anni, del boom economico. E tranne mio padre, che è il personaggio di Sei minuti all’alba. Ha fatto la Resistenza. Ha vissuto quei momenti. Ha combinato un cinema mica da ridere. Ha difeso da solo la sede dell’Aviazione, qui vicino, in Piazza Novelli. Qualcosa gli andava dedicato. Ma tutti gli altri sono personaggi della Grande guerra. Non c’entrano niente con la Milano che dice lei. Secondo il poeta Vittorio Sereni, sarebbero addirittura stati personaggi deamicisiani. Come mi ha fatto incazzare! Che cosa c’entra De Amicis? Io faccio delle cose tragiche. Poi le sdrammatizzo. Tragedia e commedia insieme, che sono poi la stessa cosa.»

Unione degli opposti, come nella sua vita. O, se non altro, commistione di elementi assai diversi tra loro. Medicina e musica popolare. Però la professione medica lei l’ha ormai lasciata, no?

«Ma neanche per idea. Ho i miei mutuati. Anzi, dobbiamo fare in fretta perché fra un po’ ho il primo paziente da visitare. Poi faccio chirurgia d’urgenza. Al Policlinico, al Pronto Soccorso, dove sono responsabile del Reparto Antishock. Materia che ho studiato per quattro anni in America.»

Ma le due attività non si disturbano?

«Si disturbano eccome. Per andare a cantare devo prendere le ferie. Io le vacanze le passo così. I miei colleghi vanno a divertirsi ai congressi, a parlare di trapianti e roba del genere. Io, invece, povero disgraziato, canto. Canto e faccio il dottore. Per fortuna i colleghi mi hanno sempre dato una mano.»

I colleghi chirurghi. Ma nell’ambito della canzone, come sono andate le cose? Chi sono stati i collaboratori più importanti?
«Dario Fo, che è stato il mio maestro. Io gli sottoponevo tutte le idee che mi sembravano buone, e lui mi incoraggiava. Dopo di che andavamo avanti insieme. Poi il povero Beppe Viola, che abitava nel mio stesso palazzo e con il quale ho scritto moltissimi testi, per noi e per altri. Per la musica, per il teatro, per il cinema. La canzone Vincenzina. I dialoghi di Romanzo popolare, di Monicelli. Sceneggiature per il cinema. Il libro L`incomputer. Adesso, poi, c’è il regista Pifferi. E ai tempi, quando lavoravamo insieme, anche Cochi e Renato. Ma essenzialmente io sono sempre stato uno che lavora da solo. Non vengo fuori da un gruppo. Caso mai ho fatto parte di certe aggregazioni che si sono formate per caso. Come per caso è arrivato il successo. Quando qualcuno dice: "Ah, guarda, quello lì è Jannacci", io replico subito: "Sì, ma non è colpa mia". Tutto per caso. Come con Vengo anch’io, no tu no, che è stata la canzone del successo. Ogni tanto mi chiedono, ma perché quello lì dice "No tu no?" Mah. Chi lo sa. Dice: "No tu no". E basta.»

Lo spirito popolare che emana dalle sue canzoni lascia intendere che ci sia, in lei, una grande simpatia per la "gente", per il "pubblico". Infatti mi pare di avere letto che lei preferisce l’esibizione in teatro alla registrazione.

«Mah, non è che preferisco. È un fatto naturale. Se ho della gente davanti, provo delle emozioni che trasmetto. E allora il pubblico si emoziona a sua volta. Poi, con il tempo, tutto ciò mi ha dato la forza del mestiere, per cui adesso queste emozioni credo di riuscire a trasmetterle anche quando sono al di là di uno schermo cinematografico o televisivo.»

Infatti io la ricordo benissimo nell’ultima serie televisiva di Dario Fo, e poi a San Remo, l’anno scorso. L’unica cosa che ricordo di entrambi gli spettacoli. Mi spieghi un po’. Come mai ha deciso di andare al Festival, così tardi? Che esperienza è stata?

«Vede, con la canzone Se me lo dicevi prima sapevo di avere qualcosa di grosso da comunicare. Un importante contributo alla battaglia contro la droga. E il Festival di San Remo, con tutto quello che gli gira attorno, in Italia e all’estero, significa una platea di duecento milioni di individui. Tra di essi almeno mille li avrò colpiti con il mio messaggio, no? Di almeno due sono sicuro, perché me lo hanno detto di persona. Le sembra poco?»

No, i messaggi contro la droga non saranno mai troppi, e dunque nessun mezzo sarà mai troppo potente per cercare di trasmetterli. Ma, tornando alle sue canzoni e ripartendo proprio da Se me lo dicevi prima, dalla sua musica emana sempre quella che definirei una grossa ansia di solidarietà, unita però alla sensazione che si tratti di un’aspirazione destinata troppo spesso a rimanere frustrata. Che sia soltanto un’utopia. Penso, per esempio, a Il volatore di aquiloni. Rimane la sensazione che alla fine a prevalere sono sempre i furbi. Come in Bisogna avere orecchio, dove lei canta: "Chi non sa stare a tempo, prego andare..." Viene fuori un grosso pessimismo. Lei è veramente così?

«Guardi, a me non pare che la nostra vita sia molto allegra. Anche tutto quello che sta succedendo in ambito internazionale. Contrariamente all’opinione generale, io non sono per niente tranquillo. Come andrà veramente a finire? Un paio d’anni fa ho scritto uno spettacolo intitolato Tempo di pace... pazienza. Perché sono arrivato a temere che la gente la pace non la voglia davvero. Vuole il casino. Almeno io, in teatro, allora, osservando il pubblico, avvertivo questa sensazione. Non so. Gorbaciov? È in gamba, ma come andrà a finire? Sa, a me piace parlare chiaro, anche se certe volte sarebbe meglio stare zitti.»

Cioè, meglio avere "orecchio" per sentire come tira il vento, che "bocca" per parlare. Eh? Jannacci annuisce e scoppia a ridere. La maschera malinconica del volto si illumina a formare quella straordinaria, emozionante smorfia comica che lo fa tanto amare dal suo pubblico. Da dove viene questo miscuglio di tragedia e commedia, così visibile, quasi palpabile? Questo spirito malinconico che traspare anche dalla più apparentemente comica delle sue canzoni. Questa maschera da grande clown, capace di far ridere piangendo. Dal carattere? Dalla professione di medico?

«Dal carattere, soprattutto. Sono i cromosomi che ci fanno essere quello che siamo. E poi anche dalla professione medica, certamente. Lo stare a così stretto contatto con il dolore, con la disgrazia, con la morte. Ma forse no. Chissà. Quando ho scritto le prime canzoni non avevo ancora esperienza di ospedale. Non sapevo che cosa mi sarebbe toccato vedere. Avevo la mia esperienza di vita, e basta. Poi, come le ho già detto, ho scoperto presto che commedia e tragedia sono la stessa cosa. Il comico è tragico, altrimenti non sarebbe comico. Se si pratica soltanto la tragedia, nella scrittura, nel teatro o nel cinema, come nella canzonetta, si rischia sempre la retorica. Un pizzico di commedia, invece, elimina questo velo di retorica sempre incombente, riporta tutto alla sua giusta misura. La pura e semplice tragicità della vita non piace a nessuno. Neanche a me. C’è sempre qualcuno che sta meglio di noi, ma anche qualcuno che sta peggio. Però sulla faccia, o attraverso la penna, o dalla voce, questo senso di tragedia traspare sempre. Il pubblico, almeno quello più attento, lo avverte.»

No, io sono convinto che tutto il suo pubblico lo avverta.

«Quelli che ascoltano le parole. Ma gli altri... Senta, un po’ di tempo fa, in un’occasione pubblica, un certo personaggio mi fa: "Ah, ho sentito alla radio quella sua canzone comica, come mi sono divertito!" Quale canzone? Non ne ho mica scritte poi così tante di canzoni comiche, tranne quelle per Cochi e Renato. Silvano, o La canzone intelligente. Persino La vita l’è bela non è proprio totalmente comica. "Quale canzone?" gli ho chiesto. "Ma quella di San Remo!" ha risposto lui, tutto contento. Le pare comica? E’ un messaggio contro la droga... Ma tanta gente si accontenta dello slogan. E ride. Sentono "Se me lo dicevi prima", e ridono. Sentono "No, tu no", e ridono. Il resto non lo ascoltano neanche.»

Quanto pessimismo, ancora. No, io non posso crederlo. Certo, il largo successo lo determinano gli slogan piuttosto che la qualità, ma quello di fondo, quello autentico... Un braccio si leva subito a bloccare il discorso. E, con autentica costernazione del cortese press agent che presenzia all’intervista, Jannacci sbotta:
«Ma quale successo? I dischi bisogna venderli, sa? E i miei non vendono quasi niente. Si coprono le spese e basta. E anche quelli che hanno venduto... La RCA si è fatta un palazzo, ma intanto io avevo ceduto i diritti per quattro soldi, mi ero venduto per bisogno. E anche la Ricordi, ai tempi di Ci vuole orecchio. Ah...»

«Ma che cosa dici. Anche dell’ultimo disco hai venduto 50.000 copie», lo interrompe, con altrettanta animazione, il press agent.

Vendere, non vendere. Questo è il problema. Eterno dilemma di chi vive di un’attività creativa, caro dottor Jannacci. Sapesse che cosa non bisogna fare per vendere 50.000 copie di un libro. Che salti mortali. E quante case editrici si sono costruite il "palazzo" con i diritti degli autori morti. Mah. Tiriamo avanti.

Com’è la vita di un "cantastorie fantasista?" Vi prevalgono l’organizzazione e la disciplina o l’improvvisazione?

«Metà e metà. Prima viene l’organizzazione, senza dubbio. Nella fase di allestimento di un mio spettacolo io preparo tutto. Che cosa eseguiremo, come dovranno essere disposti gli strumenti e le luci, addirittura i vari movimenti, i passi che farò quando mi troverò in scena. Non per niente ho realizzato tante regie. Alla fine so tutto con la massima precisione. Una volta arrivato sul palcoscenico, però, davanti al pubblico, è chiaro che l’improvvisazione deve avere la sua parte.»

Ma com’è una normale giornata di vita e di lavoro di un "cantastorie-medico"? Jannacci consulta l’orologio e ridacchia:

«Guardi che ho giù il primo paziente che aspetta», avverte. «Comunque: è una vita dura. Al mattino ho la clinica, con tutti i suoi problemi. Il pomeriggio seguo mio figlio, nella vita privata come nello studio della musica. È un bravo musicista, promette molto bene. Ha già fatto qualche piccolo lavoro con me. Ma naturalmente ha bisogno di essere seguito. Come tutti i ragazzi. Poi ho i pazienti. Anzi...», e di nuovo guarda l’orologio.

I mutuati che aspettano. «Sì, i mutuati. Io sono un "mutuante". Vacanze non ne faccio mai. Vado in giro a fare il cantastorie. O al massimo vado un po’ di tempo in Kenia, dove qualche anno fa ho insegnato all’ospedale nuovo di Mombasa. Una bellissima esperienza, fatta in mezzo a gente di prim’ordine.»

Gente, gente, gente. Sempre la "gente". I temi popolari. E concludiamo, allora, parlando del più popolare dei temi, almeno in Italia, e soprattutto di questi tempi. Il "pallone". Il calcio. Se ne trova traccia molto spesso nelle ballate cantate dal cantastorie dottor Enzo Jannacci. Da Quella cosa in Lombardia, musica di Fiorenzo Carpi e parole di Franco Fortini, con quella "radio lontana" che, "dà alle nostre due vite i risultati delle ultime partite", giù giù fino alla Linea bianca, dove il protagonista "ha già negli occhi il calcio di rigore" e "vede i gol lo stesso".

«E in tante altre. In Vincenzina, per esempio. E anche in Se me lo dicevi prima. Ma non genericamente "il pallone". No: diciamo precisamente "il Milan". Una passione che risale a tanti anni fa, quando ci incontravamo in un bar di Porta Lodovica e andavamo tutti insieme allo stadio. A fare del vero e proprio tifo. Era un campanilismo allegro. Divertito e divertente. A quei tempi.»

E adesso?

«Adesso no. Mi sono scocciato. Il calcio e ovviamente il Milan mi interessano sempre, ma allo stadio non ci vado più. Dopo la tragedia dell’Heysel, a Bruxelles. Tutta questa violenza degli ultras è intollerabile. E soprattutto l’uso strumentale che ne fanno i presidenti di certe società. No, non va bene. Non mi interessa più.»
Fino in fondo? Voglio dire, non lo guarda nemmeno alla televisione?
«Be’ quello sì, ovviamente. A quel livello mi interessa sempre. Mi piace molto Maradona. Una volta, a Napoli, ho rischiato di prenderle. Perché gli ho dedicato una specie di inno quando sembrava che non sarebbe più tornato. In questo momento è il più grande giocatore che ci sia al mondo.»

Chi vince lo scudetto quest’anno?

«Mah. Potrebbe anche essere il Milan.»

E il Mondiale?

«Ah, questo proprio non lo so. Non ho visto bene le squadre. Non sarebbe male se una formazione africana ci facesse una sorpresina. Ma, certo, la Germania è fortissima. E anche l’Olanda. E poi il Brasile, tutto fatto di gente giovane. Vedremo.»

Celebrato il trentennale di impegno con la musica, festeggiato con la pubblicazione del doppio album Trent’anni senza andare fuori tempo e dai colleghi con lo spettacolo dallo stesso titolo, trasmesso in febbraio anche dalla Tv, e conclusa la tournée in cui si è impegnato tra marzo e aprile, quali progetti la aspettano, per continuare a non "andare fuori tempo"?

«Non so, non ho ancora deciso niente. Forse inciderò l’ultimo disco della mia carriera.»

L’ultimo? Caspita! Perché?

«Eh, perché. Perché si diventa vecchi. L’ispirazione si appanna. Io suono sempre meno, e sempre di più eseguo musica classica. A un certo punto bisogna essere capaci di ritirarsi. Di trovare altre soluzioni. E’ probabile che metta su una Bottega del Cantastorie. Per cercare giovani che abbiano le capacità ma non le possibilità. Per aiutarli a diventare famosi. E intanto rimanere legato al mondo dello spettacolo. Chissà. Be’, addio, eh.»

I mutuati non possono più aspettare. Il cantastorie dottor Enzo Jannacci, medico chirurgo in servizio effettivo, si alza, saluta ed esce dalla comune. Rimaniamo ad aspettare la sua Bottega del Cantastorie, il suo "ultimo" disco e possibilmente altri dieci, oltre a un’infinità di anni vissuti continuando a non "andare fuori tempo".

(Esquire, autunno 1994)