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Israel Zangwill
Israel Zangwill

Il re degli schnorrer (1979)
Alcune settimane fa, scrivendo su queste stesse pagine di capolavori della letteratura ebraica, auspicavo la ripubblicazione dello splendido romanzo breve di Israel Zangwill II re degli schnorrer (1894). Eccomi fulmineamente — anche se certo casualmente — accontentato: la casa editrice Feltrinelli riprende e ristampa nella Universale Economica l’edizione longanesiana del romanzo — pubblicato quasi venticinque anni fa nel volume II meglio di l. Zangwill —, facendolo precedere dallo stesso saggio introduttivo di Eugenio Levi.

Gli schnorrer sono una figura tipica del vecchio mondo ebraico, quella del «mendicante» professionista: molto più che « mendicante», il personaggio di mondo o di corte che vive «scroccando» con inflessibile piagnisteo o grandiosa abilità i mezzi del proprio vivere. Personaggio approdato alla mendicità da una antica tradizione di predicatore ambulante, cantore in cerimonie, cantastorie, novellista. I romanzi e racconti dei fratelli Singer e degli altri grandi scrittori yiddish brulicano di schnorrer abbarbicati attorno alle corti dei rabbini chassidici, dalle cui cerimonie e feste derivano — secondo logiche e gerarchie ferree — i mezzi per vivere.

Israel Zangwill, tuttavia non fu scrittore di lingua yiddish, ma ebreo inglese e scrittore (romanziere, novelliere e drammaturgo) in quella lingua. Autore, quindi, di quella Inghilterra dove l’afflusso ebraico avvenne dalle due fonti (indissolubilmente legate ma al tempo stesso sdegnosamente separate) dell’Europa latina (gli ebrei sefarditi) e dell’Europa centro-orientale (gli ebrei ashkenaziti). E un eroe del mondo sefardita è il grande capo degli schnorrer di origine spagnola Manasse Bueno Barzillai Azevedo Da Costa, nome da vero re della comunità degli schnorrer di Londra, di Inghilterra, dell’Europa tutta.

Sua norma ferrea è che «schnorrare e lavorare non devono mai essere mescolati», con il corollario che «mendicare è l’unica attività che duri tutto l’anno. Ogni altra cosa può fallire». Tessuto generale di tale norma è la conoscenza implacabilmente perfetta della Torah, del Talmùd e del Midrash, le cui citazioni fioriscono sulle sue labbra esatte e inevitabili come sentenze di un giudice inappellabile.

Si diverta dunque il lettore — e senza misura — alla descrizione della figura di re Manasse Bueno Barzillai Azevedo Da Costa, della sua eleganza straordinariamente, signorilissimamente e negligentemente variopinta e stracciata, della sua barba nobilmente e inarrivabilmente incolta, della sua sporcizia accuratamente irripetibile. Alla ferrea logica del suo argomentare, alla calibrata perfezione delle sue citazioni della legge. Segua le sue poco ordinarie vicende. Come costringerà il ricco a dargli un’elemosina spropositata con la quale si comprerà il più prelibato dei salmoni, che poi per una cifra di sei sette volte più grande rivenderà (dopo averglielo sottratto) allo stesso ricco, al quale sottrarrà inoltre una serie di abiti appena usati se non nuovi.

Eccetera eccetera. E come, infine, in una serie sterminata e annichilente di citazioni perfette e distinguo inoppugnabili, costringerà i capi della comunità di rito sefardita a consentirgli di sposare la propria figlia, in un «inaudito» matrimonio «misto», con un ashkenazita, un polacco ovviamente aspirante alla carica di viceré degli schnorrer e ovviamente allievo di Manasse.

Be’, il lettore legga questo straordinario librino, magari portandoselo in vacanza: anche se da parte dello scrivente viene accuratamente coltivata la perversa convinzione che in vacanza è meglio portarsi buone guide di viaggio e, all’estero, alcuni dizionari bilingui tascabili. I libri, tutto sommato, è meglio leggerli a casa: si impara la strada della libreria (o persino quella della biblioteca), il gusto diabolico di andarci tutto l’anno e sempre più spesso…

Israel Zangwill, Il re degli schnorrer, Feltrinelli

L’Unità, 30 luglio 1979