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© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Philip Roth
Philip Roth

1. Recensione: “L’orgia di Praga” (1987)
2. Recensione: “La controvita” (1988)
Philip Roth non è particolarmente amato dall’establishment ebraico newyorkese. Anzi: l’attrice Shelley Winters — che ne è una colonna ed è invece legata da affettuosa consuetudine con Isaac B. Singer — in un’intervista televisiva ha dichiarato testualmente: «Lo odio». I motivi di tale odio sono assai complessi, ma possono risultare più comprensibili se visti alla luce del variegato disporsi delle componenti del mondo ebraico americano. Roth parteggia aggressivamente, rumorosamente, pantagruelicamente per la componente — diciamo così — avanzata, che desidera, se non recidere il cordone ombelicale con la tradizione ebraico-orientale, almeno osservarla con l’occhio del distacco, della critica e dello humour. Non così l’establishment newyorkese, nella gran maggioranza composto di ebrei di origine polacco-russa — discendenti di chassidim ferventemente ortodossi e come tali insensibili alla Haskalah (l’Illuminismo ebraico) —, sempre più impegnati nel processo di recupero delle proprie radici talmudico-tradizionali e non molto disposti a sentire un figlio — tanto più se famoso — ridere irriverentemente a crepapelle dei propri riti e miti, quand’anche essi possano apparire francamente anacronistici.

Il fragoroso (ma in definitiva dolente) humour di Philip Roth, è noto, si rivolge anzitutto contro gli arretrati tabù di natura sessuale del suo popolo, iniziando (Lamento di Portnoy) con chi ne è la Perpetuatrice per eccellenza, la Madre — Grande Dispensatrice di insensati precetti igienici, Grande Verificatrice di toilette e privacy varie adolescenziali —, ma a poco a poco arriva a raggiungere il Padre, ovvero l’archetipo del Popolo Ebraico. Si dice che un tale tradimento della tradizione, da parte dello stesso padre di Philip Roth non sia mai stato perdonato al figlio: e, infatti, nel suo penultimo romanzo — Lezione di anatomia —, il figlio scrittore ci dà un ritratto splendido, indimenticabile, del padre e della sua morte.

Ancora sulla figura del Padre — a una lettura attenta — si scopre inoltre centrato l’ultimo romanzo di P. Roth, L’orgia di Praga, racconto autonomo che tuttavia si lega alla trilogia (Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, Lezione di anatomia) avente per protagonista il personaggio dello scrittore Nathan Zuckerman, autore dello scandaloso Carnovsky,trasparente parodia dello stesso Roth e di Portnoy. Dietro a Zuckerman si nasconde, infatti, in grandissima parte il suo inventore. E’ ebreo. Ha avuto uno straordinario successo con un libro — appunto Carnovsky/Portnoy — che ha fatto infuriare i lettori di origine ebraica ortodossa. Vive la propria dissociazione di ebreo errante approdato all’America. E’ assatanato dal sesso. Eccetera. E nell’Orgia di Praga torna verso le proprie radici, nel mondo ebraico europeo-orientale, appunto a Praga. E lo fa per affermare un grave ennesimo dubbio nei confronti dei Padri. Dicevano, Essi, la verità, oppure mentivano? Un certo padre ebreo è veramente stato assassinato da un nazista, come recita l’agiografia diffusa dal figlio, oppure se ne è stato nascosto per tutta la guerra in un bagno — «sostentato di sigarette e puttane» — per morire molto più tardi, investito da un autobus, come racconta la sua biografia vista da altri?

Il padre in questione è quello di uno scrittore ceko esule, Sisovsky, che nel corso di una serie di visite a Zuckermann, in America, lo induce a recarsi a Praga per una sorta di missione in nome della Letteratura e dell’Amore Filiale: recuperare una scatola di dolciumi piena di racconti ebraici (kafkiani o babeliani, non è chiaro). I racconti scritti per l’appunto dal sullodato padre scomparso, di cui il figlio Sisovsky diffonde l’edificante agiografia. Gli ebrei, si sa, sono il Popolo del Libro, neanche una riga di ciò che essi hanno scritto deve andare perduta. Encomiabilissimo atteggiamento. Dunque Zuckerman parte e, superato il concitato groviglio di vicende grottescamente erotiche a cui si abbandona il gruppo di intellettuali praghesi di cui Sisovsky è originario, compresa sua moglie — definiti dalla occhiute sfere del potere cecoslovacco un gruppo di «artisti alienati ed egomaniaci», e non del tutto a torto, a onor del vero — riesce tra cento difficoltà a mettere le mani sul sospirato tesoro letterario in lingua yiddish. Come vadano a finire le cose, non è il caso di rivelarlo. Si dovrà tuttavia ricordare che nelle ultime pagine della narrazione compare la figura di un altro Padre. Quello del Ministro della Cultura cecoslovacco — anch’egli scrittore, deretano di pietra — evocato dal medesimo. Un ometto di nessun conto, perenne vittima delle distorsioni ideologiche in tutti i tempi, lodatore, volta per volta, di Masaryk, di Hitler, di Stalin, di Dubcek, di chi venuto successivamente. Tuttavia un Padre, che è quindi dovere di un figlio rispettare, essendo sempre tale il dovere dei figli. Potrebbe essere, conclude Zuckerman/Portnoy, «un altro personaggio pseudo-autobiografico, un altro padre fabbricato apposta per scopi suoi, dal figlio romanziere». Come il suo.

Ammenda completa, dunque, nei confronti del Padre (e quindi del Popolo Ebraico)? Si direbbe di sì, ma non appare chiarissimo. Potrebbe derivarne un sottilissimo, estenuante “pilpul” (dibattito) di carattere esegetico-talmudico. Meglio abbandonarsi con passione alla lettura della prosa di Philip Roth, sempre smagliante, nervosa, trasudante un patrimonio di umori. Peccato che il libro sia tanto breve (102 pagine, sarà correttissimo definirlo romanzo ?). Che Philip Roth si sia stancato? La risposta sembrerebbe negativa, visto che Nathan Zuckerman ricompare fulmineamente in The Counterlife, nuovissimo romanzo appena uscito negli Stati Uniti. Speriamo dunque che tale stanchezza non riguardi in genere la qualità di narratore di Philip Roth. La letteratura americana di qualità, impaniata nelle pochissimo convincenti prove dei suoi esponenti più giovani, ha più che mai bisogno del contributo di un simile maestro.

Philip Roth, L’orgia di Praga, Bompiani

(Il giornale, 8 febbraio 1987)


II.

Nathan Zuckerman, scrittore americano ebreo, ipernevrotico perennemente squassato da ingorde pulsioni erotiche, è senza dubbio il più straordinario personaggio di Philip Roth, di cui è un alter ego. Meno sfolgorante ma più articolato, più complesso, più problematico del celebre Alex Portnoy (Il lamento di Portnoy), di cui è un ulteriore alter ego, se non addirittura l’inventore, attraverso Carnovsky, romanzo che Roth gli attribuisce in diverse sue opere. Sublimi complicazioni, tutt’altro che di facile comprensione per il profano, ma ben a conoscenza del lettore rothiano, il quale sa perfettamente come tutti i personaggi principali di Philip Roth siano in larga parte proiezioni dell’ego dell’autore e al tempo stesso di qualche altro suo personaggio, in un perenne gioco degli specchi e delle parti in qualche misura pirandelliano.

Salvo amnesie, sempre possibili in simili caleidoscopici giochi, le vicende di Nathan Zuckerman le abbiamo seguite con passione in due romanzi problematici e complicati, ma esilaranti: Zuckerman scatenato e La lezione di anatomia (più il prologo, ovvero Lo scrittore fantasma, e un primo "epilogo" , ovvero L’orgia di Praga). E ora torniamo a seguirle in un altro ancora più problematico e complicato, ma — temo — non altrettanto esilarante e convincente: La controvita. Essendo uno strenuo ammiratore di Philip Roth è con vero dispiacere che scrivo queste ultime espressioni. La controvita è con ogni probabilità il più ambizioso dei suoi romanzi, ma quasi certamente non è uno dei migliori. L’ansia del ribaltamento di vicende e personaggi e soprattutto quella della predicazione sulla lacerazione ebraismo/laicismo cominciano a mostrare la corda. Il romanzo si sviluppa su cinque capitoli, che sembrano tutti, se non esattamente contraddire, perlomeno mettere drasticamente in crisi i precedenti. Li riassumiamo.

Nel primo capitolo lo scrittore Nathan si confronta con la morte (per problemi di cuore) di un suo ennesimo alter ego conflittuale, il fratello Henry. Nel secondo il fratello non è affatto morto, ma si è ritirato a fare il "penitente" in Israele, e Nathan va fin là per cercare di riportarlo in seno alla famiglia. Nel terzo, fallito il tentativo, Nathan torna a casa in volo e rimane coinvolto in un demenziale tentativo di dirottamento di un aereo EI Al. Nel quarto si scopre che a essere morto per complicazioni cardiache, in realtà, è Nathan. Essendo lui notoriamente abituato a usare a grotteschi fini di romanzo tutto il materiale della vita circostante, mettendo in ridicolo parenti e amici, il fratello va a casa sua per cercare di togliere di mezzo eventuali scritti compromettenti. E infatti trova e legge il testo che il lettore ha già superato sotto forma dei primi tre capitoli del romanzo. Un altro pezzo, con altri stravolgimenti, lo legge la “shikse”, (donna non ebrea) di cui il defunto Nathan è stato l’amante, ma di cui, nel romanzo, sarebbe il marito. Nel quinto, infine, Nathan è vivissimo e si trova a confrontarsi parossisticamente con la problematica del matrimonio misto tra un ebreo e una cristiana. Conclusione e ritorno del tutto all’unità. Un’unità poco chiara? Protestare con l’autore. Noi non ci sentiamo che di augurare a Nathan Zuckerman, non certo la pace dell’aldilà (ci pensa anche troppo il suo creatore), ma almeno una lunghissima vacanza, che dia nuova linfa alla creatività rothiana.

Il rovello vitale di Philip Roth è quello del rapporto tra l’essere ebrei e al tempo stesso laici. Che è poi sempre, sia pure apparentemente a rovescio, un problema di fede. Un rovello che risulta evidente, totalizzante, in tutta la sua narrativa e che lo ha messo in costante urto prima con la famiglia (le splendide figure della madre e del padre, dal Lamento di Portnoy a La lezione di anatomia e in definitiva anche a L’ombra di Praga) e poi con tutta la comunità ebraica ortodossa americana e forse internazionale. Un rovello che ricompare, ulteriormente amplificato e con valentia diversa, anche in La controvita, in termini probabilmente comprensibili fino in fondo soltanto a un ebreo nato, cresciuto e formato nell’ortodossia ebraico orientale trasferita negli Usa.

Così, molto ardui da interpretare per uno spirito laico europeo e non-ebreo, risultano il capitolo "israeliano" e quello della difficoltà di formare una famiglia mista cristiano-ebraica. Quasi intollerabile, poi, in quest’ultimo, appare la frase: «Non mi fanno schifo i cristiani in preghiera» (p. 240). E perché, mai, Mr. Roth, dovrebbero? Vi è forse una piccola coloritura di traduzione, rispetto all’originale americano «I’m not repelled by...», ma il senso è quello. E quello rimane in tutto il capitolo, petulante e contorto. Mentre uno spirito veramente laico, veramente motivato a una pacifica convivenza e comprensione tra popoli e culture, non ha tremori ad assistere alla preghiera in chiese, sinagoghe, moschee e Templi di diverso genere, sapendola sempre vedere per ciò che essa è: prodotto appunto di una "cultura". Le sembrerebbe bello, Mr. Roth, se la citata frase la si trovasse nel libro di un goy, con l’espressione «gli ebrei» al posto di «i cristiani»?

Philip Roth, La controvita, Bompiani

(Il giornale, 24 aprile 1988)