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© Mario Biondi
Divieto di riproduzione integrale
e obbligo di citazione (per cortesia...)

Bernard Malamud
Bernard Malamud

I. Recensione: “Il migliore” (1984)
II. Necrologio (1986)
Evviva l'America, che premia sempre i poveri buoni e sbertuccia furiosamente i brutti cattivi, se non altro al cinema. Quando, alla fine del film, Roy Hobbs, pur reduce da una pesantissima degenza in ospedale, spara il suo tremendo homer, ovvero la palla che va fuori campo e gli consente di fare un home run, ovvero di arrivare in casa base passeggiando e segnando il punto, e la squadra dei Knights vince lo scudetto di una delle Leghe Maggiori del baseball americano avviandosi a giocare la World Series ovvero il campionato del mondo, e tutti i giocatori si abbracciano festanti e increduli, e l'allenatore Pop Fisher non viene cacciato e non ci rimette tutti i suoi soldi, e il giornalista cattivo Max Mercy prende uno spavento terribile, e i disonesti Memo Paris la bella, Gus Supremo Allibratore e Giudice Goodwill Banner rimangono con un pugno di mosche, mentre il tabellone delle lampade colpito dalla medesima palla esplode in una cascata di sfrigolii apocalittici e scintille infernali, il pubblico, se addirittura non asciuga una lacrimuccia, certamente tira un gran sospiro di sollievo e pensa di avere speso bene le sue seimila lire. Quando poi la donna abbandonata ritrova il suo amore e il ragazzo senza padre ritrova il babbo nel rigoglioso splendore della campagna americana, la soddisfazione diventa incontenibile Quindi, doppiamente evviva l'America!

Nel libro, a dire il vero, le cose non andavano esattamente così. Anzi quando, proprio nelle ultimissime righe, il desolato ragazzino dei giornali gli chiede: "Di' che non è vero, Roy", Roy Hobbs non riesce a rispondere niente, lo guarda negli occhi, solleva le mani al volto e piange "molte lacrime amare".

Film e libro — che raccontano la vicenda di un uomo che se la sorte non ci avesse messo lo zampino avrebbe potuto diventare il miglior giocatore di baseball di tutti i tempi, e che in questo periodo sono arrivati contemporaneamente in sale cinematografiche e librerie — hanno lo stesso titolo, Il migliore, per il buon motivo che il primo è tratto dal secondo, bellissimo romanzo d'esordio del grande scrittore americano Bernard Malamud, uscito in America qualcosa come trentadue anni fa con il titolo The natural (che vuole dire "il talento naturale") e fino a ora mai tradotto in italiano, Dio sa perché.
Ovvero, ipotesi numero uno: mai tradotto perché essendo un romanzo che si svolge tutto nel mondo del baseball, si temeva probabilmente che il pubblico italiano non fosse in grado di goderselo. Oppure, ipotesi numero due: perché si riteneva troppo difficile da tradurre (infatti, come rendere bene in italiano, per esempio, il gioco di parole che contrappone Homer ovvero "Omero" a homer ovvero "battuta punto"? Infatti nel film non si capisce. E come rendere bene, sempre in italiano, il doppio senso basato sulla parola pitcher, usata cento volte nel senso di "lanciatore" e una volta nel senso di "brocca"?). Oppure ancora (e verosimilmente): l'amarezza del suo finale ne rendeva problematica la diffusione, persino in quei fieri anni Cinquanta in cui non si sarebbe detto che la gente avesse lo stesso bisogno di oggi — in Italia evidentemente come in America — di opere e spettacoli di consolazione.

Già: l'amarezza del finale. Infatti il buon regista della versione cinematografica, conoscendo i suoi polli, che senza offesa sarebbero poi il pubblico cinematografico americano, non se l'è assolutamente sentita di lasciarlo tale e quale e l'ha trasformato in una benefica storia di fate, al seguito della quale si può anche sperare che qualche spettatore ritrovi il portafoglio, se non proprio l'amore perduto e il figlio (o il padre) scomparso.

Ma al di là dello scherzo, il lettore vada tranquillamente a vedere Il migliore. Si tratta di un ottimo film, girato benissimo, con grande rapidità e vivacità di montaggio, con colori splendidamente pastosi e intensi, con inquadrature che — già a partire da quella che accompagna i titoli di testa — sembrano uscire da quadri di Edward Hopper. E poi: un Robert Redford in grande forma, comprimari di discretissimo livello, una storia avvincente di sport e vita, infiniti (nonché molto educativi) primi piani di ragazzini adoranti o addolorati, un magnifico sfoggio di America anni Trenta.
E magari, se proprio non è allergico alla carta usata per fare i libri, lo stesso lettore si trascini fino a una libreria e comperi anche il romanzo. E' un testo di altissima qualità, dovuto alla penna di un grande scrittore. Potrà così constatare di persona come da una sola idea possano nascere due prodotti profondamente autonomi, fondamentalmente diversi, eppure entrambi di ottima qualità: libro e film.

Anche se nel film vanno perdute moltissime finezze del libro. Anzitutto, lo splendido uso che Malamud fa della lingua (ma quello ovviamente va perso anche nella traduzione italiana del libro). Poi il pezzo di grande effetto tenero/comico del campagnolissimo ragazzo Roy Hobbs alle prese per la prima volta in vita sua con treni, fattorini, carrozze-letto, vagoni-ristorante e camerieri. Poi, ancora, la bellissima, dolente figura dell'ubriacone, primo scopritore del talento di Roy per il baseball. E gli straordinari effetti di straniamento della narrazione, nel gioco dei flash back e dei ricordi carichi di nostalgia. Ma soprattutto lo spirito di magia che ne pervade le pagine, annunciato, fin dalle primissime, dalla comparsa dei dadi che segnano solamente un certo punteggio a seconda di chi sia a tirarli Poi: Memo la rossa contro Iris la mora, Iris vestita di rosso contro Memo che veste prevalentemente di nero. E Wonderboy, la mazza da baseball che Roy si è costruito da sé, da ragazzo, con il legno di un albero stroncato dal fulmine. E i giochi di prestigio di Roy; e l'occhio di vetro dell'allibratore, che gli fa vincere le scommesse; e gli scongiuri dei giocatori di baseball...

Sì, il film è assai diverso dal libro, e non solo nel finale, per cui sarebbe stato lecito aspettarsi grandi proteste e alte lamentele da parte dello scrittore. Pare che succeda sempre. Invece, a quanto risulta, Bernard Malamud, che è veramente un grande scrittore, non ha detto niente. Probabilmente è ben consapevole del fatto che narrativa scritta e narrativa cinematografica sono due arti diverse, due mondi autonomi, con leggi assolutamente proprie. Altri autori non si sarebbero (e di fatto, messi alla prova, non si sono) comportati alla stessa maniera, ma si sa: classe e professionalità, che prevalgono sempre sulla mezza calza, non sono merce del tutto diffusa.

Il film ha una sua notevole dignità, il libro conserva la sua alta qualità. Basterà che si trasformi in lettore e lo spettatore (o viceversa) sarà posto nelle condizioni di goderli entrambi e di giudicarli per quello che valgono. Ma una considerazione si impone immediatamente: in questa temperie che lamenta grossi drammi per il mondo del libro, il cinema (che non è floridissimo neanche lui) pare venire a dargli una robusta mano. Se non altro, infatti, un romanzo di cui in Italia fino a ora avevano avuto notizia soltanto gli specialisti di letteratura nordamericana, ora si trova alla portata di tutti.


II.

Che tristezza! Quando nel film Il migliore l’inquadratura arriva a soffermarsi a lungo su un biondissimo Robert Redford — ridente e impegnato a correre in ancora più biondi campi (forse proprio di segale, ovvero di rye), nell’occasione trasformato in catcher di baseball — allo spettatore che sia anche un lettore avvertito non può sfuggire la citazione da The catcher in the rye , ovvero dal Giovane Holden di Salinger, sfrontato giovane ribelle, eroe di tutta una generazione del secondo dopoguerra. Citazione tuttavia assai poco pertinente e davanti a cui lo stesso spettatore-lettore non può non sentirsi violentemente tradito in nome dell’autore di The natural, il romanzo da cui tale film è stato tratto. Straordinario primo romanzo (1952) di Bernard Malamud, opera mai completamente capita dal pubblico. Dov’erano finiti, nel film, il potente e visionario impasto del linguaggio, gli effetti di straniamento, il gioco dei flash back e della memoria, lo spirito sottilmente surreale, la «tenera, assurda follia» che gli attribuisce Leslie Fiedler? Ma, soprattutto, dov’erano andati a finire gli elementi magici e favolosi che pervadono le pagine del romanzo? I dadi che segnano solamente un certo punteggio a seconda di chi sia a tirarli, Memo la rossa contro Iris la mora, Iris vestita di bianco contro Memo che veste prevalentemente di nero. E Wonderboy, la mazza da baseball del protagonista. E i suoi giochi di prestigio. E l’occhio di vetro dell’allibratore, che gli fa vincere le scommesse... Dove?

Quegli elementi di magia e favola che giustamente la critica più attenta fa risalire alla lezione kafkiana e che nel successivo libro di racconti di Malamud si insinuano fino al titolo (Il barile magico): figli del Golem, di dybbuk, lantuch e poltergeist, ovvero di quella tradizione ebraico-orientale di lingua yiddish a cui — oltre che Kafka, ma molto più di lui tutti gli scrittori di radice yiddish raccoltisi a Manhattan attorno al «Jewish Daily Forward» — apparteneva lo stesso Malamud. E con lui l’ucraino Uomo di Kiev di un altro suo famoso romanzo. Tradendo l’elemento magico, il film tradisce lo spirito fondamentale del romanzo. Eppure Bernard Malamud, maestro di riservatezza oltre che di stile narrativo, non ha sollevato obiezioni nei suoi confronti, ringraziandolo al contrario per aver fatto tornare di attualità un libro ingiustamente trascurato. Altri scrittori di qualità infinitamente più limitata avrebbero (hanno) in circostanze simili elevato rumorosi guaiti all’insegna dell’arte tradita. Non lui, scrittore veramente grande, formatosi in un mondo di duro professionismo, nel quale si sa alla perfezione che l’arte del narrare facendo cinema è completamente diversa da quella del narrare facendo romanzo, richiede procedimenti diversi, impone altre «ricette di fabbricazione». Un duro mondo di professionismo che, come sa produrre i propri eroi, così li può abbattere, come Roy Hobbs, il protagonista di Il migliore. Un mondo duro, in cui lo studente e aspirante scrittore Malamud sopravvive improvvisandosi operaio negli anni della depressione, della spietata Grande Crisi in cui conducono la loro grigia esistenza Morris Buber e Franck Alpine, personaggi di un altro suo grande romanzo: Il commesso. Un mondo, quindi, pochissimo — e sempre meno — disposto a lasciare spazio a elementi magici e favolosi, che infatti per molto tempo sembrano scomparire dalle opere di un Malamud sempre più impegnato a «immaginare un mondo migliore per gli uomini», a opporsi a tanta impietosità nei confronti della poesia. Per tornare tuttavia a pervadere nervosamente della propria linfa opere più recenti come Vite di Dubin e Grazie a Dio (ma trasferiti, con finta ironia e più autentica amarezza, sul piano dell’indecifrabile, dei misteri psicologico- comportamentali dell’uomo, se non addirittura su quelli teologico-escatologici del futuro universale).

L’Angelo della morte ha chiamato Bernard Malamud mentre era impegnato a progettare un nuovo modo di scrivere biografie (brevissime, simili a racconti, centrate su momenti essenziali di vite importanti) e a comporre un nuovo romanzo picaresco, privando tra l’altro l’Italia di un caro amico. Sarà infatti da ricordare che Malamud era sposato con una donna di origini napoletane e che diversi suoi racconti trovano il loro ambiente nel nostro paese, oggetto di sue frequenti visite (per esempio non più tardi dello scorso settembre, quando a Palermo gli venne assegnato il Premio Mondello). Quanta tristezza, nell’apprendere che Bernard Malamud non appartiene più al consesso degli uomini! Tuttavia l’artista «crea», e dunque alla sua attività, all’essenza delle sue opere, pertiene qualcosa di miracoloso. Adesso che il corpo mortale di Malamud è stato avvolto nel sudario, il quale secondo la tradizione ebraica «non ha tasche» e dunque renderebbe tutti uguali di fronte all’eterno, il ricordo di ciò che è stato rimarrà invece immortale su questa terra, mantenuto vivo dalle sue «creature», dalle opere della sua arte.

(Il giornale, 20 marzo 1986)