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Martin Buber
Martin Buber

I racconti dei chassidim (1979)
Davvero l'assegnazione, nel 1978, del Nobel per la letteratura a Isaac B. Singer ha squarciato un velo di nebbia e fatto emergere un iceberg letterario e culturale che la nostra società si riservava ancora il privilegio di fingere di ignorare, dopo aver avuto quello orribile di provocarne il quasi totale annientamento: intendo parlare della cultura e letteratura della comunità ostjudisch o ebraico-orientale. Ora il velo è caduto, l'opera del grande I. B. Singer è largamente diffusa, i lettori hanno riscoperto anche il suo grandissimo fratello e maestro Israel Joschua, continuano a mantenere vivissimo l’interesse per Joseph Roth, si accostano a uno scrittore prezioso come l’ebraico Shemuel J. Agnon, a uno squisito come l'inglese sefardita Israel Zangwill.


Per la letteratura ebraico- orientale (della quale ovviamente Zangwill è solo cugino) è fondamentale l'eredità direttamente assunta dalla narrazione orale: se non altro perché lo yiddish, lingua popolare, praticamente fino alla fine del secolo scorso fu considerato indegno di essere usato a fini colti. Dunque una letteratura discendente diretta della parola-parlata, come risulta evidente anche solo a chi ricorda i continui riferimenti di I. B. Singer a «narratori di villaggio»: disse zia Yentei, raccontò Zalman il vetraio... e zia Rachel, Meyer Eunuco, Levi Yitzchok...

Come tutta la cultura yiddish fu indissolubilmente legata al «trasmittente» parola, così in particolare vi fu legato il vastissimo fenomeno mistico-popolare del chassidismo. Fenomeno che, nella sua ultima e più ampia accezione, nacque in Podolia- Galizia-Voiinia-Ucraina — nel cuore del territorio ostjudisch e dell'ortodossia ebraica ashkenazita — alla metà del diciottesimo secolo con Israel ben Eliezer (1698-1760), detto il Baal Scem Tov, il Signor del Buon Nome. Nasce e si evolve come movimento religioso-vitalistico teso a infondere nuovo vigore all’ebraismo, in opposizione da un lato al raggelante formalismo talmudico, ma dall’altro anche allo strano vento di novità che sul mondo delle fedi faceva soffiare il diffondersi dei «lumi», e in particolare — per l’ebraismo orientale — del pensiero di Moses Mendelssohn (1729-1786).

Il chassid, il «pio», canta la gioia di vivere nella presenza di Dio, raccostarsi a Dio del credente in ogni suo atto, commendevole o riprovevole, e si affida più all’interpretazione «viva» della Legge contenuta nei Midrashim che alla rigida norma codificata nel Talmùd. Suo punto di riferimento e luce è lo zaddik, colui che ha «provato di essere giusto»: in parole semplici, un personaggio carismatico attorno al quale i chassidim si raccolgono per udirne la parola, berne la presenza, illuminarsi persino dei suoi silenzi.

Seguita o respinta, la pratica del chassidismo informa di sé tutti i personaggi della letteratura ostjudisch.

Ed ecco questo lungo preambolo giustificarsi nell’annuncio che torna in libreria il libro-parola che di tale letteratura della parola fu uno dei progenitori, uno del più importanti: I racconti dei chassidim, raccolti da Martin Buber (1878-1965), pubblicati in tedesco nel 1949, tradotti in italiano da Gabriella Bemporad nel 1982 per una edizione preziosissima (praticamente inaccessibile) della Longanesi. e ora ristampati in bella veste economica da Garzanti, con una nuova ponderosa presentazione di Furio Jesi.

Il lettore che desidera addentrarsi nei complessi meandri del fenomeno chassidico, e informarsi sulla grande personalità culturale-politica di Martin Buber, legga il libro partendo appunto dalla presentazione di Jesi, dalla prefazione e dalla introduzione dello stesso Buber : letture certamente non agevoli, ma di grande fascino. Gli altri, coloro che intendono solo rivivere l'incanto della letteratura-parola ostjudisch, partano dal testo vero e proprio, dalle «parole» dei vari zaddikim (aneddoti, detti, eventi notevoli. novelle), dal Baal Scem in poi, raccolte e ordinate da Martin Buber attraverso un lunghissimo, straordinario lavoro di ricerca e vaglio di testi scritti e racconti orali ancora vaganti nel mondo ebraico orientale prima dell'Olocausto hitleriano. Testi, quando scritti, non tanto scritti per essere ietti quanto per essere conservati e tramandati, per il timore che la parola-parlata potesse non bastare, non durare abbastanza nel tempo.

L'ombra degli ataman, degli Hitler ha sempre oscurato terrorizzante quel mondo e la sua cultura. Che la parola scritta ha salvato nell'eredità del ricordo che (in termini non credo consapevolmente benjaminiani) scrittori come i fratelli Singer si sono assunti l'onere di raccogliere e tramandare, per noi contemporanei e per i posteri. Si leggano i «si narra», «si dice» del santo Baal Scem Tov e dei suoi discepoli e seguaci, dal vitalismo entusiasta degli inizi fino al silenzio costernato degli ultimi tempi (nato in contrapposizione a un formalismo ipocrita, lo stesso chassidismo si è infine ridotto alla stessa cosa), e si capirà perché per la letteratura ostjudisch la parola sia tanto più importante della lingua, il senso del narrare tanto più fondamentale della sua forma.

Martin Buber, I racconti dei chassidim, Garzanti

L'Unità, 13 dicembre 1979