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© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)

Shalom Aleichem
Shalom Aleichem

1. Recensione: “Tornando dalla fiera” (1988)
2. Recensione: “Menachem Mendel” (più Abraham Cahan) (1986)
«Shmulik parlava di tesori, di maghi, di principi e principesse, tutte cose che appartenevano al mondo tangibile e presente. Il nonno, invece, disdegnava questo mondo e trasportava se stesso e suo nipote nel mondo futuro, in quello degli angeli, dei cherubini e dei serafini, vicino al trono di Gloria, vicinissimo a Lui, al Re dei Re, all’Uno...» Lunga citazione che riprendiamo da Tornando dalla fiera - autobiografia di Shalom Alechem, pubblicata in questi giorni dalla Feltrinelli -, perché ci sembra che in tali poche righe risieda il senso non soltanto della narrativa di questo autore, ma di tutta la letteratura yiddish. La tradizione religiosa mescolata con quella orale popolare. Shalom - come purtroppo siamo stati costretti ad apprendere soprattutto da cupe cronache di guerra - significa Pace. Alechem (di norma scritto Aleichem) significa su di te o sia su di te (non ci sembra che l’espressione come stai? - proposta dal risvolto del libro feltrinelliano - ne sia una traduzione corretta). La-pace-sia-su-di-te, insomma. Tale lo pseudonimo che assunse, per la propria attività di scrittore, Shalom (pronunciato Sholem) Rabinowitz, nato in Russia nel 1859 e morto negli Stati Uniti nel 1917, uno dei tre grandi "classici" della letteratura yiddish, con Mendele Mocher Sforim (Mendele il libraio, ovvero Sholem Jacob Abramowitz) e con I.L. Peretz.

Lo yiddish affonda le proprie radici nel tedesco antico e si arricchisce nel tempo con apporti dall’ebraico e dalle lingue slave e medio orientali. E’ la parlata della comunità ebraico orientale, ovvero degli ashkenaziti, degli ebrei «tedeschi», allontanati nella quasi totalità dai territori germanici nel medioevo e rifugiatisi nelle vaste e poco popolate piane della Polonia, della Lituania e della Russia europea meridionale (Galizia, Ucraina, Bessarabia, Bucovina). Lingua popolare per eccellenza, che per le esigenze colte e letterarie cedeva all’ebraico, venendo usata tutt’al più per libri di devozione (soprattutto le Tehinoth, ovvero i libri di preghiera per le donne) o per poemi e romanzi cavallereschi tradotti e adattati dalla tradizione cristiana. Fino alla celebre compilazione del Maase Buch (Libro dei racconti), raccolta di oltre duemila storie di origine soprattutto talmudica, ma con apporti dal folclore dei diversi paesi europei frequentati dagli ebrei orientali. Di nuovo: religione e folclore. Fu questa lingua, parlata da milioni di individui, ma semiclandestina nella scrittura, che venne agitata nel diciottesimo secolo da due poderosi fenomeni socioculturali di segno contrapposto. Da un lato la (tedesca) Haskalah, ovvero l’Illuminismo ebraico. Dall’altro il movimento mistico (europeo orientale) del chassidismo. Tutto fatto di razionalità il primo, che propugnava un’apertura della cultura ebraica al moderno. Tutto fatto di abbandono «povero, popolare» in Dio e nei suoi oltre seicento mitzvoth (comandamenti) il secondo.

Lingua di quest’ultimo era per natura il «popolare» yiddish, come per l’altro lo era il «colto» tedesco. Ma anche l’Illuminismo ebraico, se volle penetrare nelle tradizionaliste masse ebreo-orientali, fu costretto ad adottarne la lingua. Una delle conseguenze fu appunto la nascita di una narrativa yiddish con dignità di vera e propria letteratura, al di là dei testi di devozione e folclore. Alle origini di tale letteratura colta, come già detto, sta la famosa «triade», con alla testa Mendele in veste di fondatore e Shalom Aleichem in veste di elemento di punta. Morti singolarmente tutti e tre (con Peretz) tra il 1915 e il ’17, quasi che l’ebraico Angelo della Morte avesse stabilito che la loro stagione era complessivamente conclusa.

Ben noti in Italia sono i racconti di Shalom Aleichem imperniati sulla figura di Teiwe il lattaio o sull’immaginaria città di Kasrilevke. Qualche tempo fa abbiamo avuto occasione di ricordare su queste stesse pagine il romanzo epistolare "Menachem Mendel", affabile epitome del vagare perennemente inquieto del popolo ebraico, dell’«ebreo errante». Ebreo errante che si riconosce anche nelle tenere pagine dell’autobiografia e quindi nella stessa figura dell’autore, il quale racconta di se stesso e della propria famiglia sempre in movimento per villaggetti (shtetl) , cittadine e città della Russia meridionale. Se non era in conseguenza di un esperimento economico, era a causa di un tracollo finanziario, o di un lutto. E così, via se ne andava il ragazzino Shalom con i fratellini e le sorelline, da un posto all’altro, da una casa all’altra - con gli zii, con i nonni -, da un gruppo di monelli-amici all’altro, da una schul all’altra, da un’intero microcosmo all’altro, compiendo la propria educazione sentimentale e culturale di giovane russo ebreo, fornendo le prime prove di scrittura.

Storie popolari e storie di Dio, frullate, frantumate, vorticate, mantecate le une con le altre fino a farle diventare un impasto succulento come il pesce imbottito dello shabbath, come le frittelle ripiene delle occasioni festive. Un gusto casereccio. Ma la «casa», si sa (home o heimat che essa sia), è la sede naturale di ogni popolo. Dalla «casa» russa Shalom Aleichem emigrò negli Stati Uniti, dove la morte lo colse prematuramente nel 1916 (un anno prima di Mendele e uno dopo Peretz). Stava appunto componendo l’autobiografia (pubblicata a puntate sulla pubblicazione yiddish «Der Tog»), che si troncò così nelle prime fasi dell’arcano viaggio della vita. La definì «il libro dei miei libri, il Cantico dei Cantici dell’anima mia» e volle intitolarla "Tornando dalla fiera". La fiera è come la vita: soltanto quando ne ritorna, chi l’ha visitata può farne il bilancio con calma, senza più la fretta che lo spingeva a raggiungerla, ad affrontarne le mille complicazioni e meraviglie. E’ soltanto allora che egli può, finalmente, «indugiare a raccontare... chi ha incontrato... che cos’ha visto, che cos’ha sentito».

Sholem Aleichem, "Tornando dalla fiera", Feltrinelli

(Il giornale, data ignota 1988)

II.

«Che mondo meraviglioso, un mondo terribile e splendido...» scriveva una trentina di anni or sono Henry Miller, introducendo Gimpel l’idiota, magnifico libro di racconti di uno scrittore allora quasi sconosciuto: Isaac Bashevis Singer, futuro Premio Nobel. Il mondo dal quale emergeva lui stesso, Miller, con tutta la sua virulenta passione narrativa e dissacratrice, il mondo della koinè ebraico-orientale, di lingua yiddish, trasferitasi poi a più riprese negli Stati Uniti, per formare una nuova «comunità» culturale e letteraria, prima ameryiddish e poi americana tout court (da Malamud e Bellow a Philip Roth, i nomi sono ben noti). Il mondo letterario che in Polonia, Galizia, Podolia, Volinia, Lituania, Bessarabia, Ucraina eccetera era dominato dalla grande triade yiddish classica Mendele Moicher Sfurim, Sholem Aleichem e Isaac Leib Peretz, il mondo che avrebbe poi tra gli altri prodotto i fratelli Singer (Joshua e Isaac) e che si sarebbe finalmente raccolto attorno al Lower East Side di Manhattan e al «Jewish Daily Forward», o più propriamente «Vorwertz» (yiddish, dal tedesco «vorwärts»), ovvero l’«Avanti» ebraico, quotidiano fondato nel 1897 da Abraham Cahan. Da questo mondo, emergono due libri di recentissima pubblicazione: il romanzo epistolare "Menachem Mendel" di uno dei «tre grandi» - Sholem Aleichem - e il romanzo breve "Perduti in America", appunto di Abraham Cahan.

In "Menachem Mendel", Sholem Aleichem (al secolo Shalom Rabinovitz, nato in Ucraina nel 1859 e morto a New York nel 1916), in raffinata e fintamente ingenua forma di romanzo epistolare-coniugale, compone una sorta di Lettres persanes, in cui apparentemente un marito, partito in cerca di fortuna, racconta alla moglie rimasta nello shtetl (il villaggetto ebraico dell’Europa orientale) le cose del gran mondo, ma in cui in realtà si scontrano cultura ebraica tradizionale, ortodossa e chassidica, e cultura dell’Haskalah, ovvero dell’Illuminismo ebraico, ovvero ancora di quella laicizzazione illuministica da cui, tra l’altro, nascono il socialismo ebraico e il sionismo del dottor Hertzl. Menachem Mendel, protagonista del romanzo, è l’incarnazione dell’ebreo inquieto ed errante, mai contento, perennemente instabile («Date agli ebrei un Messia, ne chiederanno un altro. Date loro una rivoluzione, ne vorranno un’altra», scrive in più occasioni I.B. Singer.) Corre instancabile di città in città, a Odessa, a Jehupetz, per fare mille mestieri, dal minuscolo speculatore di borsa al mediatore di matrimoni (addirittura, per brevissimo tempo, all’aspirante scrittore), contrappuntando la propria vicenda con una serie di lettere alla moglie, per raccontarle i propri casi (sempre al limite della catastrofe) e spiegarle il mondo nuovo. La moglie risponde da quello tradizionale del villaggio con la forza del buon senso, invitandolo a tornare, supplicandolo, rampognandolo, stravolgendo nella propria interpretazioni tutte le spiegazioni «mondane» e intanto chiedendone di sempre nuove. Ne esce un quadro teneramente ironico e profondo di quella realtà, che tendeva fatalmente a scomparire. L’autore sapeva benissimo ciò che stava componendo e quali ambizioni nutriva a futura memoria, e infatti al libro, pur nelle sue limitatissime dimensioni, dedicò le proprie attenzioni su un arco di tempo che a intervalli copre diciassette anni.

Menachem Mendel, come tanti suoi simili, sogna di andare in America (e naturalmente sua moglie esecra l’eventualità, che la lascerebbe, peggio che «divorziata», «abbandonata»), e tale sorte spetta invece a un suo quasi coetaneo, Yekl (Jake) Podkovnik, protagonista del brevissimo romanzo di Abraham Cahan pubblicato in Italia con il titolo "Perduti in America" (citazione dalla terza parte dell’autobiografia di I.B. Singer). La moglie di Yekl rimane appunto come «abbandonata», con il bambinetto Yossele, nella lontana Europa orientale, nel vecchio mondo dello shtetl, e quando finalmente il marito le manda i soldi per il piroscafo e lei arriva a New York, scopre che tutto è cambiato. La vecchia «retta via», come la casta usanza di nascondere i capelli, sembra non esistere più. Nell’incalzare del «progresso» e delle macchine il suo matrimonio va in frantumi, facendo di lei e di Yekl due nemici, «perduti in America». Nato nel 1860 in Lituania (una delle regioni in cui gli ebrei-orientali più subirono l’influsso dell’Haskalah o comunque meno si abbandonarono al fervore religioso: «un litvak (lituano) non è quasi più un ebreo» si legge infatti spesso nei testi yiddih), Abraham Cahan dovette allontanarsene per la sua intensa attività di agitatore politico e sindacale. Attività che riprese negli Stati Uniti, coronandola - come ricordato - con la fondazione del «Forwertz». Fu certamente più importante, dunque, come organizzatore di cultura che come narratore. In questo ambito produsse soltanto poche, esili cose, tra cui quella di cui qui si parla, legate alla letteratura dell’ anti-sogno americano: si sente un futuro sapore di Upton Sinclair, si intravede, molto da lontano, Dreiser.

Sholem Aleichem, "Menachem Mendel", Marietti
Abraham Cahan, "Perduti in America", Tasco/Sugarco

(Il giornale, 19 febbraio 1986)