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© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)

“Gruppo
Sebastiano Vassalli

Intervista dopo la pubblicazione di “3012”: (1995)

Pubblicata su Class

Sebastiano Vassalli a Orvieto, 1976
(Foto © Mario Biondi)
Campagna piatta, sul confine tra Lombardia e Piemonte. In una tavolozza di infinite variazioni sul tema del verdolino e del grigio la strada scorre tra una scacchiera di piccoli riquadri d’acqua aperti a riflettere il cielo: le risaie. Qua e là un coltivatore all’opera. Tutto attorno un incessante coro di rane, laboriose, puntigliose, come se avessero timbrato il cartellino. Cra cra. Là, in fondo, dopo un paio di serpentine tortuose e qualche gruppetto di cascine, si leva un campanile rosso. Vengono in mente le strampalate vicende di Prete Liprando: per vederle, la gente accorreva fin da Venegono e da Biandrate. Infatti è un grande esperto di strampalati e balenghi colui che vive in pacifico e un po’ accigliato isolamento in quella che un tempo era la canonica della chiesa e adesso, completamente rimodernata, è casa sua. Il biografo del grandissimo strampalato Dino Campana (La notte della cometa), l’autore del romanzo imperniato sugli strampalatissimi Marco e Mattio, di tanti altri testi narrativi in cui si aggira una folla di mattocchi: Sebastiano Vassalli.

Che cosa fai qui, in questo bucolico isolamento? Sei stato baciato in fronte dalla passione per la vita dei campi? «No», risponde, sollevando i baffoni neri nel simpatico sorriso di sempre. «Certo, la campagna mi piace, altrimenti non sarei venuto qui. E mi piace anche stare solo, seppure con moderazione. Ma sono soprattutto una vittima dell’abolizione dell’equo canone. Quando è avvenuta, ero ancora abbastanza giovane, tentavo di fare lo scrittore, avevo una moglie e un figlio piccolo. In città non riuscivamo a trovare niente di accessibile per le nostre tasche. Quindi è stato giocoforza trasferirsi in campagna.»

Prima in una località di risonanze quasi verdiano-napoleoniche: Pisnengo di Casalvolone. Poi qui, in questa bella dimora en plein air con vista sul coro delle rane. E le cose sembrano parecchio cambiate da quei famosi tempi di ristrettezze. Sulle pareti esterne della dimora — ampia, due piani — luccicano due pannelli in ceramica di ragguardevolissime dimensioni, tre, quattro metri per due, più o meno. In uno di essi compare un multicolore tralcio di fogliame con sopra posato un corvo nero. Mi ricorda qualcosa. Che cosa? «È l’immagine di copertina della Chimera», (il romanzo con cui Vassalli ha vinto il Premio Strega nel 1990), «un’opera del mio amico Giuliano della Casa, poi trasferita da lui stesso su piastrelle. È suo anche l’altro pannello. E ce n’è in preparazione un terzo. Oltre a una scultura che…»

Già, già. Ricordo benissimo. Ai tempi dello sperimentalismo arrabbiato, ai raduni del mitico e scoppiato Gruppo ’63, più che come scrittore Vassalli veniva invitato in quanto pittore. E la passione per le arti figurative gli è rimasta sottopelle. La casa è piena di belle opere contemporanee e antiche, da lui acquistate o raccolte con certosina pazienza. Tre magnifici ex voto li ha salvati di persona, una trentina di anni fa, dalle fauci di una ruspa che stava distruggendo una chiesina di campagna. Un inquietante Basilisco di legno (molto bello) lo ha fatto con le sue mani. Insomma, in tutta la proprietà aleggia un’atmosfera di solido, comodo benessere. Vassalli sta benone. Dobbiamo dedurne che “carmina dant panem”? Che si può campare facendo lo scrittore?

«Be’», risponde. «A quanto pare sì. A campare “magramente”, magari, come diceva sempre il mio maestro Dino Campana a chi gli chiedeva che cosa sognava di fare “da grande”. Ma, insomma, a campare. Quanta gavetta, però, prima…» Dieci anni a fare il professore di varie materie letterarie, in condizioni di assoluto precariato pur dopo avere vinto un regolare concorso in seguito a una brillante laurea milanese con Cesare Musatti.

«Ma ho capito che non era il mio mestiere. L’ho lasciato, al buio ma senza nessun rimpianto.» E che cos’hai fatto? I “canti” non ti davano di sicuro abbastanza pane. «No, non me lo davano. Per niente. Ma ho stretto i denti e i pugni. E mia moglie mi ha aiutato con il suo lavoro. Ho messo da parte la poesia e ho cominciato a collaborare con un po’ di giornali, a scrivere qualche prefazione. È venuto il contestatissimo servizio sull’Alto Adige, il libro che ne è seguito, Sangue e suolo

Già, ancora giovanissimo, Vassalli era celebre per il suo attivismo entusiasta. Pittore, poeta, promotore di cultura, piccolo editore. A lui, alla sua rivista letteraria Pianura e alla sua collana di poesia dalla criptica sigla Ant. Ed debbono i loro esordi poetici diversi scrittori di buona fama. Gli autori fornivano i testi e lui andava caparbiamente in cerca di un pittore che illustrasse la copertina. Più di vent’anni fa. Quando eravamo “young and easy”, “giovani e semplici”, come poetava Dylan Thomas, altro gran mattacchione. Poi siamo diventati grandi. Anzi, con i suoi libri Vassalli sembra avviato a diventare grandissimo. Come mai? Come se lo spiega? I suoi romanzi (7, più una sequela di altri testi più o meno sperimentali) sono tutt’altro che facili, per niente accattivanti. Sono, al contrario, inquietanti; lui dice addirittura «raccapriccianti». Insomma, al lettore facile e frettoloso non concedono niente. «No», ammette scuotendo la folta criniera, ancora nerissima nonostante i 54 anni che continua a sbandierare come se fosse l’età di Noè e Matusalemme messi insieme. «Non gli regalo proprio niente.»

In che senso? Spieghiamo bene qual è il filo più o meno rosso che lega tutta la tua opera narrativa. In definitiva si riassume in una parola sola, in un concetto. Dillo. «L’odio. Nei miei romanzi esprimo il concetto che il motore del mondo è l’odio.» Ah sì? Che cosa mi dici? Il contrario di quell’ “amore” che secondo gli americani “makes the world go round”, fa girare il mondo?

«Ma, senti, io ricordo caso mai una scritta che campeggiava su una parete di New York e più o meno diceva: “Quando la smetteranno, gli altri, di frapporsi fra me e la felicità?”. Ecco, quando io parlo di odio intendo questo. Non un sentimento banale, definito, preciso, ma un coagulo di passioni più o meno represse, che determinano una voglia primordiale di farci le scarpe, lo sgambetto, gli scherzi più atroci.»

Di questo concetto l’opera narrativa di Vassalli è completamente permeata fino dai tempi del profetico testo sperimentale Tempo di màssacro. Di màssacro, si badi bene. In sostanza, della voglia che secondo lui ha la “massa” di “massacrarsi”. E ne trasuda letteralmente l’ultimo romanzo, appena arrivato in libreria e subito balzato ai primi posti delle classifiche di vendita: 3012. Una storia che assolutamente non regala nulla al lettore, fin dal titolo. Un apologo in forma quasi di fantascienza che (nel quinto millennio) racconta la cronaca di un Profeta venuto nel 3012 su una terra devastata dalla Pace a predicare la funzione catartica della Guerra. La guerra, Vassalli? Non eravamo più abituati.

«Senti, la guerra è la prima forma rituale dell’uomo. E l’uomo non può farne a meno. Inutile nascondersi dietro un dito. Quando non riesce a farla sul serio, inventa centomila ragioni per farsela su piccola scala, in privato.» In effetti, basta pensare alle beghe di condominio. Le quali, infatti, ingigantite, divenute mostruose, hanno una grossa parte nelle vicende del Profeta, che finisce lui stesso vittima della sua allucinata filosofia della violenza. Una filosofia che, a quanto pare, delizia moltissimi lettori. E che fa campare Vassalli in beata tranquillità, senza il minimo problema di condominio, qui in mezzo alla campagna. Non si annoia? Come ammazza il tempo, quando non scrive?

«Mah, guarda, hobby veri e propri non ne ho. Però devi considerare che il mio tipo di narrativa richiede moltissima documentazione. Devo leggere libri, testi antichi, documenti. Devo viaggiare, andare a vedere luoghi, fotografarli», (già, il vulcanico Vassalli è anche fotografo), «perché, sai, non è che le ambientazioni uno può proprio sempre inventarsele di sana pianta. Avere qualche immagine di riferimento non guasta. Ma fare tutto questo richiede parecchio tempo. Poi viene la fase che mi piace meno. Quando mi metto a tavolino e la storia che ho in testa — e che è infinita, collegata a centomila altre storie — diventa un fatto finito, un pacchetto di fogli dattiloscritti, un oggetto, un libro. Non mi piace più.»

Che cosa significa, che sei stufo di scrivere? «Be’, no, però tutto ha un limite. Anche l’attività dell’individuo. Non credo di poter andare avanti all’infinito a scrivere. Un giorno o l’altro dovrò pur smettere. Tra due anni, diciamo. Tre. Quattro.»

E poi? Che cosa fai? «Mi rimetto a scrivere», risponde serafico, sprizzando dagli occhi la luce che doveva essere quella dello sguardo del mattissimo e maledetto Dino Campana. D’altra parte me lo aveva detto subito, venendomi incontro sul cancello di casa: «Noi scrittori siamo tutti un po’ matti, no?»