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© Mario Biondi
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e obbligo di citazione (per cortesia...)

“Umberto
Umberto Eco

Una critica scherzosa di "Il pendolo di Foucault"
(come si è arrabbiato…)

Da un "7" dell'autunno 1988

La foto è mia ©
Immediatamente sull’arrivo del libro in libreria apparve una durissima stroncatura dell’Osservatore Romano, che fu variamente commentata. Il direttore — e creatore — di “7” (supplemento del Corriere), Paolo Pietroni, vulcanico personaggio del giornalismo italiano, mi chiese se mi sentivo di scrivere una recensione a tamburo battente, facendomi intendere (o forse dicendomi esplicitamente) che gli sarebbe piaciuto che mi riferissi alla stroncatura vaticana. Io risposi che lo avrei senz’altro fatto se mi fosse stato consentito di prendere un po’ in giro Eco. Il permesso fu accordato e il risultato si può leggere qui sotto.



Santo cielo! A ben vedere non appare poi così strano che a un critico dell’Osservatore Romano sia venuta la mosca al naso nei confronti di Umberto Eco. Il libro non si direbbe che lo abbia letto un granché, però, osserva e osserva, si sarà pure accorto che, nell’oscillare del Pendolo, già a pagina 34 il Maestro di Alessandria rischia di mettere in discussione la Sacra Scrittura. Fino dalla primissima lezione di dottrina, infatti, ai fanciullini delle tre religioni monoteiste discese dal Libro (ebrei, cristiani e musulmani) viene insegnato che la Legge di Dio fu consegnata a Mosè (Moshe, Musa) sul Monte Sinai. O no? E che cosa dice invece il Pendolar Autore per bocca del suo Diotallevi, aspirante cabbalista e maestro di cose bibliche? Ecco qui: “...della Torah eterna, quale Dio la concepì e la consegnò ad Adamo”.
Ad Adamo? Che fare? si saranno chiesti costernati nella Città Sacra. Buttiamo via tutti i Mosé che abbiamo, marmorei, lignei, bronzei o persino dipinti e disegnati, con in mano le tavole della Legge (o Torah)? E li sostituiamo con tanti Adamo con in mano una mela come il figlio di Guglielmo Tell un attimo prima della fatal prova? Eh, no! Al rogo Umberto Eco, piuttosto. Che, tanto, al ritorno del Medioevo ci tiene come pochi.
Ma soprattutto, come tanto spesso è bene fare, “cherchez la femme”. Potrà mai risultare accettabile, infatti, a un osservante critico letterario dell’Osservatore, che sia una donna a svelare il Pendolare Arcano? Una donna? L’anima ce l’avranno anche, ma la Genesi gliel’ha cantata chiara: “Sarai soggetta al potere del maschio ed egli ti dominerà”. E “non per natura”, ha precisato S. Agostino, “ma per tua colpa”. Una donna? La cui “testa”, secondo San Tommaso, “è l’uomo”? Altro che svelare Arcani: quelle non possono neanche diventare curato. No, no.
Questo artificio narrativo, però, non torna tanto giusto nemmeno al Comune Lettore non osservante. Ma come? Sono lì in tre — nel Pendolo — a diventare matti da giorni e giorni e da quattrocentodiciassette pagine, il pensoso Diotallevi, il tormentato computerdipendente autobiografico e postcrepuscolare Belbo, e l’onnisciente onnipresente onnipontificante Casaubon — con un sulfureo contorno di seguaci di Templar-Rosa+Croce, Hassid-Cabbalisti, Sufo-Derviscio-Assassini e Macumbo-Vudu-Babalai — ad affannarsi attorno all’Arcano, ed ecco che poi a svelartelo, a spiattellartelo davanti, ridotto alla vergogna di essere niente più che una specie di nota della lavandaia — nel giro di due pagine! —, è una donna che fino ad allora poco o nulla aveva fatto fuori dai suoi ambiti di “sarò mamma”. Una contaminazione tra Ermete Trismegisto e Woody Allen? Uhm.
Infine: come mai, secondo l’eruditissimo dottor Diotallevi (pag. 36), la californiana Silicon Valley sarebbe la Valle “del silicone” e non già “del silicio”? Che avesse, costui, la non svelata e diabolica intenzione — così deve avere pensato l’osservante critico letterario romano — di rinunciare al proprio mascolino primato per farsi donna a furia di silicone sapientemente iniettato qua e là nelle parti molli? Orrore! Anatema! Ultima tanghizzazione a Parigi! Indice! Rogo!